Rodolfo Bottacchiari

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Rodolfo Bottacchiari (1885 – 1952), germanista e docente italiano.

Grimmelshausen – Saggio su "L'avventuroso Simplicissimus"[modifica]

Incipit[modifica]

Il nascere ed il fiorire del romanzo picaresco sono in stretta relazione con le condizioni sociali e morali del suo paese d'origine: la Spagna. La quale, verso la seconda metà del secolo XVI, sotto l'impero di Carlo V, nella superba ostentazione di una potenza invincibile e di una ricchezza senza confini, si era abituata a considerarsi padrona del mondo; ma la Spagna conquistatrice, signora di mezza Europa e d'un gigantesco Impero coloniale, la Spagna dei caballeros e dei galanos, non conosceva la propria debolezza, e tanto più appariva insaziabile di dominio e di gloria, quanto più mostrava nella struttura politica e sociale del suo impero vaste e irreparabili crepe, che qua e là, nelle Fiandre e in Italia, seriamente minacciavano di far crollare il colosso dai piedi d'argilla. Infatti la desolazione delle campagne, dopo la lunga guerra per la cacciata dei Mori, la miseria più profonda che regnava fra il popolo e l'enorme debito che gravava sul pubblico erario, passavano quasi inosservati per le classi privilegiate dell'aristocrazia del sangue e della ricchezza; solo la sconfitta dell'invencible armada parve ridestare la Spagna alla realtà della sua condizione vera, quando però era già troppo tardi per evitare la rovina.

Citazioni[modifica]

  • Per più di un secolo gli spagnuoli erano vissuti così nell'inevitabile contrasto fra la propria superbia e la propria miseria, fra l'apparenza di grandezza e la realtà di una rapida decadenza politica e sociale. E fu appunto questo insanabile contrasto che dette vita a una singolare letteratura, la quale, staccandosi da ogni concezione fantastica o convenzionale, si riaccosta alla vita di ogni giorno, che coglie e ritrae con grande vivacità e freschezza di colorito nella cruda e scintillante verità. Tale l'origine del romanzo picaresco, il romanzo realistico per eccellenza, in cui appare la caratteristica figura del pícaro, il vagabondo senza patria e senza famiglia, che attraverso tutte le miserie e le abiezioni, affamato, maltrattato e respinto dalla società, vive giorno per giorno, adoperando tutte le astuzie del naturale ingegno, errando di paese in paese, passando da padrone a padrone, da furto a furto, ignaro sempre del domani, preoccupato solo dell'avversa condizione presente; e con la figura del picaro balza fuori da questi racconti anche il quadro vivo, preciso, impressionante della Spagna del tempo, in cui il falso sfolgorio di un logoro orpello non riesce più a nascondere il pietoso spettacolo d'un generale sfacelo. (cap. I, pp. 3-4)
  • Il prototipo del romanzo picaresco, «La vida de Lazarillo de Tormes», è la storia avventurosa e infelice d'un povero fanciullo abbandonato a sé stesso dall'incuria e dalla dissolutezza della madre, la quale rivela così essa stessa, per bocca del proprio figlio, il quadro della corruzione dei costumi del tempo. Lazarillo, lasciato solo nel mondo, sembra avere soltanto uno scopo da raggiungere, quello di saziare la straordinaria fame, cosicché, sia quando è al servizio del ciego, sia quando è col clérigo, o con l'escudero, egli sopporta qualunque umiliazione e qualunque insulto, soffre anche che lo si bastoni, purché gli si dia un po' di pane. Il ciego, il clerigo e l'escudero sono anch'essi tipi caratteristici; sono rispettivamente i rappresentanti della gueuserie, dell'avarizia, della boria spagnuola; sembrano tipi isolati, ma avreste potuto incontrarne a ogni angolo di via, nella Spagna; i loro atti appaiono come quadretti di vita sorpresi da un occhio curioso e attento, ma in verità dietro essi non tarderà a scoprirsi un quadro più grande e non meno pietoso. Così, quando Lazzaro va più tardi a servire il buldero, il racconto assume proporzioni più vaste e tutta la Spagna del tempo, povera e boriosa, superstiziosa, ignorante e corrotta, ci appare nell'ipocrita predicazione di un mercante d'indulgenze, nella forsennata turba dei credenti affollati nel tempio, nell'orgia infame delle sette donne maritate, di cui si narra nella seconda parte del racconto. (cap. I, pp. 5-6)
  • Egli [Grimmelshausen] sentì che il gusto del pubblico era traviato o sonnolento e che per ridestarlo occorreva da una parte riavvicinarlo alla tradizione della poesia popolare, dall'altra parlargli, con la sua lingua, delle sue sciagure, delle sue sofferenze; occorreva insomma liberarlo dalle fantasie e dalle Träumereien [fantasticherie] dei libri d'importazione straniera per ricondurlo in mezzo alla realtà della sua stessa vita, suscitare in lui nuova fede e mostrargli nuovi ideali. (cap. I, p. 12)
  • [Su Guzmán de Alfarache] [...] questo romanzo potrebbe dirsi un trattato con tutti gli ammaestramenti necessari per diventare un perfetto ladro, per quanto l'autore si dilunghi talvolta in noiose digressioni che sarebbero più appropriate a un compendio di morale che non a un romanzo di avventure. Perché, in fondo, Guzmán non è soltanto il ragazzo infelice, trascinato per il mondo dal cattivo destino e che, vittima della sua stessa credulità o buona fede e della mancanza di esperienza, cerchi cavarsela nelle difficili contingenze della vita con trovate astute e abili sotterfugi, ma senza danno degli altri; più spesso egli è un vero furfante: ruba per il piacere di rubare. (cap. II, p. 17)

Bibliografia[modifica]

  • Rodolfo Bottacchiari, Grimmelshausen – Saggio su "L'avventuroso Simplicissimus", Chiantore, Torino, 1920.