Lazarillo de Tormes

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Lazarillo e il cieco, dipinto di Francisco Goya. «Si rizzò, mi afferrò per la testa, e, come se fosse stato un cane da caccia, si pose a fiutare il mio alito per trovare la passata del salsicciotto» (p. 16)

Lazarillo de Tormes, romanzo picaresco spagnolo pubblicato anonimo nel 1554.

Citazioni[modifica]

  • È forse da credersi che il soldato, il quale monta prima di tutti sulla breccia, abbia in odio la vita più d'un altro? No certamente: ma il desiderio della lode lo fa esporre al pericolo (p. 1).
  • Quante persone ci devon essere nel mondo che fuggono gli altri perchè non si vedono per sè! (p. 5)
  • Così partimmo da Salamanca, e, arrivati a quel ponte dove in principio c' è una statua di pietra che press'a poco ha la forma di un toro, il ceco mi fece mettere proprio col viso accosto all'animale, e mi disse: «Lázaro, appoggia l'orecchio sul toro, e sentirai un gran rumore nel suo corpo.» Io, semplicione com'ero, gli credetti e m'accostai; ma quando il ceco ebbe sentito che la mia testa toccava quasi la pietra, me la spinse così forte verso il maladetto toro, che il dolore del colpo mi durò tre giorni. «Sciocco che sei» diss'egli, sentita la zuccata, e ridendo del tiro che m'aveva giocato «sappi che il ragazzo d'un ceco ne deve sapere un po' più del diavolo»
    In quel momento mi parve d'uscire dal sonno dell'infanzia in cui fin allora ero rimasto immerso, e mi dissi : «Davvero egli ha ragione! son solo al mondo e mi bisogna metter giudizio, aprire gli occhi, e pensare ai casi miei» (p. 8).
  • Ci mettemmo a sedere sul ciglio d'una fossa, ed egli [il cieco] allora mi disse: «Oggi ti voglio fare un regalo. Noi mangeremo insieme quest'uva, e tu n'avrai una parte eguale alla mia. Ecco come faremo. Piluccheremo una volta per uno, col patto che tu prometta di non prenderne che un chicco per volta; e io farò lo stesso, fino a che non avremo terminato. Così non ci sarà campo a soperchierie.» Fatto il trattato, cominciammo a piluccare, ma al secondo attacco quell'assassino mutò parere e si mise a prendere i chicchi a due per volta, considerando senza dubbio che io dovessi fare altrettanto. Come vidi che infrangeva il contratto, non mi contentai d'andar di pari passo con lui, ma prendevo i chicchi a due e tre per volta, inghiottendoli come potevo. Quando l'uva fu finita, restò un po' col racchio in mano; poi, scotendo la testa: «Lazzarino» mi disse «tu m' hai ingannato. Giurerei davanti a Dio che tu hai mangiato i chicchi a tre per volta.» «Chiè!» risposi io «ma perchè v'è saltato in mente quest'idea?» «Perchè suppongo che tu gli mangiassi a tre per volta ?» rispose il vecchio furbo. «Perchè io gli mangiavo a due per volta e tu stavi zitto.» Io risi sotto i baffi, e, quantunque ragazzo, non mi sfuggì la finezza della sua osservazione (pp. 14-15).
  • [Lo scudiero] si vestì placidamente, si pettinò, si lavò le mani, attaccò la spada al cinturone, e mi disse mentre che glie la cingevo: «Se tu sapessi, Lazzarino, che lama ch'è questa! Non la baratterei con tutto l'oro del mondo, perchè fra tutte quelle che ha fatto Antonio non ce n'è un'altra, a cui sia riuscito a dare la tempra di questa.» Allora la tirò fuori del fodero, la fece scorrere tra le dita e riprese: «Con questa qui scommetto di tagliare in due una rocca carica di lana.» «E io» dissi fra me «coi miei denti, benché non sieno d'acciaio, scommetto di troncare in due un pan di cinque libbre!» (p. 42)
  • O Signore, Signore! Quanta gente dovete aver messo al mondo che soffre per quello che essa chiama decoro [honra] ciò che non soffrirebbe per voi! (p. 43)
  • [Lo scudiero] «E non ci son forse in me le doti necessarie a servire e contentare i signori di quella specie [altolocati]? Scommetto che, se ne trovassi uno, diventerei subito il suo favorito, perchè gli renderei mille servigi. Saprei ingannarlo bene quanto un altro, rendermegli grandemente simpatico, trovar buoni tutti i suoi capricci e le sue abitudini, quand'anche non fossero le migliori del mondo; non dirgli mai cosa che l'affliggesse, quantunque potesse essergli utilissima; occuparmi con la più grande diligenza in fatti ed in parole della sua persona, senza star poi a confondersi intorno alle cose che egli non ha sott'occhio; rimproverare acerbamente i servitori quando può sentire, per provargli il mio zelo riguardo ai suoi interessi, e, quando gli sgridi egli stesso, acuire ancora il suo corruccio con delle bottate che sembrino dette in favore dell'accusato; parlargli bene di coloro a cui è affezionato e esser mordaci verso gli altri; accusare con indifferenza quelli di casa e quelli di fuori, e cercar di conoscere i fatti degli altri per tenerlo allegro raccontandoglieli. Io avrei in fine mille altre qualità di questo genere, che ora a corte son di moda e che i signori hanno in grazia, perchè non cercano d'aver presso di loro uomini dabbene, ma li odiano chiamandoli dei gonzi ai quali non si possono confidare affari nè chieder pareri. Per questo appunto oggi i furbi usano con loro dei mezzi di cui userei io pure, se la sorte volesse farmi trovare un impiego per questa mia abilità» (pp. 55-56).

Bibliografia[modifica]

  • Vita e avventure di Lazzarino de Tormes, traduzione di Ferdinando Carlesi, Lumachi, 1907.

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