Romano Bracalini

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Romano Bracalini (1936 – vivente), scrittore e giornalista italiano.

La regina Margherita[modifica]

Incipit[modifica]

Savoia e Asburgo facevano tutto in famiglia: matrimoni e guerre. Era consuetudine secolare che alla corte di Torino gli uomini parlassero in francese (o in dialetto) e le donne in tedesco. Nel 1789 Vittorio Emanuele I aveva reso omaggio alla regola sposando Maria Teresa d'Austria d'Este. Nel 1817 Carlo Alberto l'aveva imitato conducendo all'altare Maria Teresa di Lorena. Gli scambi d'anello erano reciproci, e appena tre anni dopo era toccato alla bellissima Maria Elisabetta, sorella minore di Carlo Alberto, andare in sposa al brutto arciduca Ranieri, viceré del Lombardo-Veneto.

Citazioni[modifica]

  • Umberto l'aveva conosciuta a un ballo a Milano, dove lei risiedeva e dove lui era comandante di divisione dal 1864. La Litta, che i milanesi chiamavano affettuosamente "la bella bolognina", era di sette anni più anziana di Umberto: "i fianchi possenti, il petto turgido, capelli nerissimi, occhi e bocca sensuali". Dalla relazione sarebbe nato un figlio che più tardi Umberto, già sposato e re, avrebbe accompagnato al cimitero di Vedano al Lambro. (I La duchessa e suo cognato, p. 17)
  • La Litta era sposata dal 1855 con il duca Giulio Litta Visconti-Arese, un uomo inadatto alle sue ambizioni: ma a lei serviva un titolo altisonante perché quello che le aveva lasciato il padre Giovanni Giacomo Attendolo Bolognini era sicuramente fasullo. Si diceva che da giovinetta avesse cullato sogni ambiziosi e galanti per cui diceva agli intimi: "Voglio avere per schiavi imperatori e re". (I La duchessa e suo cognato, p. 17-18)
  • L'aulica aristocrazia piemontese aveva tradizioni di severità e bigotteria. Diplomatici e viaggiatori erano unanimi nel riconoscere che non esisteva in Italia una città più regolare e noiosa di Torino: "il cortigiano vi è fastidioso, il cittadino assai triste, il popolo devoto e superstizioso"[1]. (II Madame Marguerite, p. 28)
  • Una sera, come al solito, Umberto dopo la toilette uscì dalla villa con il paltò di mezza stagione sul braccio; una filata di lampadine elettriche illuminava il viale che conduceva alla stanza della favorita [la duchessa Litta]. A sua insaputa, Margherita lo aveva seguito. Forse voleva ufficializzare l'adulterio con un gesto clamoroso, ma che restasse in famiglia. In piena luce levò la mano che stringeva una pistola e fece fuoco. Non si sa se Margherita avesse sparato in aria. Si sa che Umberto non smise di percorrere il sentiero che portava all'alcova dell'amante. (III La colomba aquiletta diventa, p. 52)
  • Margherita [nei ricevimenti al Quirinale] ci teneva a mostrarsi minuziosamente informata su ogni ospite. Ci pensavano le sue dame a fornirle un cenno biografico di ciascuno, e lei imparava a memoria le parole da dire. Era capitato che mancando un invitato, aveva rivolto al secondo la lezione imparata per il primo. La situazione era diventata comica, ma nessuno aveva osato informarla dell'errore. Così i celibi erano stati scambiati per maritati, i matematici per poeti; e così via fino alla tragica conclusione della serata. (VI Il Quirinale di Bilial, p. 80)
  • La regina [Margherita] non amava farsi vedere mangiare in pubblico. Aveva della regalità un tale concetto che le impediva di esibirsi in una funzione che la rendeva uguale all'ultimo dei suoi sudditi. Comunque rese meno rigido e formale il galateo rinascimentale di monsignor Della Casa, suggerendo all'immaginazione popolare il distico famoso:
    La regina Margherita
    Mangia il pollo con le dita. (VIII La messa dell'imperatore p. 105)
  • Era davvero bella Margherita? Scrisse Lilla Lipparini che "la natura l'aveva favorita fino a un certo punto; le aveva dato un volto, sguardo e braccia bellissimi, ma un corpo non del tutto felice, per la poco armoniosa proporzione fra il busto e gli arti inferiori..."[2]. In altre parole aveva le gambe troppo corte; e Ferdinando Martini[3] osservò che "quando cammina Ella sembra avere le anche grosse, e addirittura qualcosa che non va"[4]. Margherita lo sapeva e raramente si faceva cogliere in piedi. (VIII La messa dell'imperatore, p. 112)
  • Quando [Margherita] sentiva parlare di conferenze della pace, senza tuttavia leggerne i noiosi resoconti, le veniva da ridere: i diplomatici discutevano sul modo di tenere in ordine una stanza e non si accorgevano che la casa stava andando a fuoco. Molte cose erano diventate logore e marce. Soprattutto il regime parlamentare era marcio, e le pareva impossibile che i popoli seguitassero a lasciarsi governare da quella "mandria di maleducati selvaggi, i quali appena entrano in Parlamento sembravano per di più essere colti da pazzia furiosa!"[5]. (XVIII Coru de leoni, brenti de formiga, p. 230)
  • Quando la regina venne riammessa nella stanza [ove giaceva il corpo del marito, il re Umberto, ucciso da Gaetano Bresci], si gettò sul cadavere avvolto nel sudario pronunciando la frase famosa con la quale molti giornali intitolarono gli articoli commemorativi: "Questo è il più grande delitto del secolo".
    Umberto fu pianto ma non rimpianto. Luigi Capuana affermò che "c'era nel suo animo qualche cosa di chiuso, d'impenetrabile, di cui era indizio un invincibile scetticismo e un grave scoramento", ma che questa morte lo riscattava poiché "il sangue aveva virtù espiatorie"[6]. (XIX Per quel suo sangue vermiglio, p. 240)
  • [Margherita] Conobbe Mussolini poco dopo [la marcia su Roma]; e non esitò a vedere in lui il grande condottiero che avrebbe non solo ristabilito l'ordine ma rinnovato le gesta di Crispi. Ricevendolo a palazzo Margherita[7], aveva notato che il futuro duce "si presentava e parlava in tal modo che si sarebbe detto fosse stato educato nei migliori salotti", ciò che parve al Crispolti[8] "una mancanza di percezione non solo in una regina ma in qualsiasi dama". (XXII Fiori che ingemmate le ridenti plaghe, p. 282)

Incipit di Otto milioni di biciclette[modifica]

Treni in orario, ordine ristabilito
Negli scompartimenti dei treni, più che al caffè o in trattoria, dove orecchie indiscrete avrebbero potuto più facilmente carpire un'intonazione critica - benché non fosse un vezzo così diffuso e i cartelli vietassero espressamente di parlare di politica -, un forestiero poteva avere a sua disposizione una vasta gamma di opinioni conformi in cui soprattutto due argomenti sarebbero risultati maggiormente graditi: i treni che arrivavano in orario e l'ordine pubblico finalmente ristabilito; ed era sottinteso che ogni merito andasse a Lui, come si sarebbe chiamato col sacro timore dovuto alla divinità, al Duce, al Capo, al Condottiero, al Fondatore dell'Impero, come si produrrà l'estro devozionale dei giornali.

Note[modifica]

  1. La definizione era del marchese De Sade. [N.d.A]
  2. Lettere di Margherita di Savoia a Marco Minghetti, cit., introduzione pag. 5. [N.d.A]
  3. Ferdinando Martini (1841–1928), Cfr. voce su Wikipedia.
  4. "L'Illustrazione Italiana", 30 agosto 1896. [N.d.A]
  5. Lettera di Margherita di Savoia a Osio, 2 agosto 1899, in "Oggi", 1953, cit. [N.d.A]
  6. "Natura e Arte", N. 18, anno 1900, 15 agosto. [N.d.A]
  7. Palazzo Margherita di Roma, Cfr. voce su Wikipedia.
  8. Filippo Crispolti (1857–1942), Cfr. voce su Wikipedia.

Bibliografia[modifica]

  • Romano Bracalini, La regina Margherita, Rizzoli, Milano 1983.
  • Romano Bracalini, Otto milioni di biciclette La vita degli italiani nel Ventennio, Mondadori, Milano 2007. ISBN 978-88-04-56318-1

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