Ruggero Zangrandi

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Ruggero Zangrandi (1915 – 1970), giornalista, scrittore e storico italiano.

Il lungo viaggio attraverso il fascismo[modifica]

Incipit[modifica]

Il mio lungo viaggio ebbe inizio da un porto molto remoto: sono stato, per dieci anni, amico di Vittorio Mussolini, il primogenito del duce.
Ci conoscemmo in terza ginnasio, nel '29. Provenivamo entrambi da un'altra scuola. Eravamo tutti e due di Milano. Vittorio era giunto a Roma in quei giorni e mi parlò della sua infanzia meneghina. Aveva giuocato a piazza Cordusio, io avevo giucato al Sempione: a Roma, quei due luoghi sembravano prossimi come l'Ortigara e il Monte Grappa nel ricordo nostalgico di vecchi combattenti. Simpatizzammo e rimanemmo compagni di banco fino all'ultimo anno di liceo.

Citazioni[modifica]

  • Vittorio [Mussolini] era un ragazzo buono, leale, semplice, un po' indolente. Era cresciuto nella strada e con il padre, fino a quell'autunno, aveva avuto scarsi contatti. Dalla modesta casa di Milano, in via Foro Bonaparte, dove aveva vissuto gli anni dell'infanzia, non sempre facili, era capitato adesso a Roma, nella dimora principesca di Villa Torlonia e in una condizione che, presto, lo avrebbe esposto a favori e piaggerie.
    Dotato di una intelligenza acuta, di un attento spirito critico, di una percezione precisa dell'indole – e delle intenzioni – del prossimo, egli tollerava per pigrizia quelle manifestazioni di servilismo, ma aveva finito col concepire per gli uomini un disprezzo che, a differenza di quello del padre, era indulgente e bonario. (cap. I, p. 14)
  • Il terreno, il tema e – si può dire, senza il rischio di mancare di obiettività – la "trovata" che il regime offrì ai giovani, per queste loro esercitazioni, furono rappresentati dal corporativismo; una teoria che si fondava sul "superamento" della lotta di classe, per realizzare in sua vece la collaborazione di tutte le categorie produttrici.
    Si trattava di un principio di cui chiunque appena dotato di nozioni storico-economiche d'impronta marxista era in grado di scoprire la fallacia; ma, allora, nel clima di disinformazione scientifica e di entusiasmo per il nuovo tipo di rivoluzione sociale che si proponeva, non privo di suggestioni, specie – e lo si comprende – su giovani di formazione cattolica o di origine liberale. (cap. III, p. 46)
  • Nonostante la creazione, nel marzo '30, del Consiglio nazionale delle Corporazioni (prima, cioè, che esistessero le Corporazioni!) e poi, nel novembre '34, l'insediamento di codeste Corporazioni, in numero di ventidue (una per ogni branca produttiva), e nonostante che, nel marzo '39, si inaugurasse addirittura la Camera corporativa, nessuno di questi organismi prese mai a funzionare in concreto. Vennero da essi solo alcune misure legislative marginali, disorganiche, d'ordinaria amministrazione. Ma niente d'innovatore, come si attendeva.
    Sicché il corporativismo rimase una nebulosa, fitta di contraddizioni, suscettibile delle più disparate interpretazioni, prolifica di tendenze contrastanti. (cap. III, p. 47)
  • [...] i Littoriali divennero una di quelle manifestazioni − cui ho più volte accennato − nelle quali il fascismo non so se volle o fu costretto a comportarsi con relativa liberalità. Che ciò fosse dovuto a calcolo delle autorità politiche o – come ritengo più probabile – alla pressione, alla spregiudicatezza e, magari, all'intemperanza di molti partecipanti non è, in fondo, troppo importante. Ciò che conta è che, in quei dibattiti, trovarono riscontro tutte le posizioni che i giovani andavano assumendo di fronte al fascismo. (cap. VII, pp. 104-105)
  • [...], poterono intervenire ai Littoriali giovani fascisti ortodossi, giovani critici o dissidenti e anche non pochi giovani di sentimenti più o meno decisamente antifascisti i quali andavano anch'essi là, a discutere, per tentare di seminare, di compiere opera di propaganda per le proprie idee, non di rado per svolgere opera di provocazione. (cap. VII, p. 105)
  • Con l'intervento dell'Italia nel conflitto, un elemento appare subito chiaro, sconcertante e, per molti aspetti, mortificante: che, mentre la Germania per due anni ancora [...], proseguì nei suoi strabilianti successi militari, accentuando l'impressione d'invincibilità, l'Italia subì, invece, fin dall'inizio e quasi ininterrottamente, rovesci altrettanto sensazionali e venne così ad assumere ben presto, malgrado l'originaria alleanza, il ruolo di un Paese quanto meno "protetto," praticamente dominato come tutti gli altri dell'Europa continentale, dal padrone nazista. (Compendio cronologico 6, p. 306)
  • Le responsabilità della classe dirigente prefascista per l'avvento del fascismo sono riconosciute, di regola, dagli storici tradizionali. I quali ne riferiscono, però, come di "errori" commessi da esponenti democratici, liberali e cattolici che non diminuirebbero i meriti precedenti o – quando ne ebbero – successivi.
    Che uomini politici qualificati, in età tra i 40 e i 70 anni, abbiano potuto sbagliare il loro giudizio sul fascismo (il quale proprio dal '19 al '26 si presentava senza maschera) appare già discutibile. Ma ciò che lascia perplessi è che si possano considerare quegli "errori" con criteri storicistici tanto distaccati, senza prendere in considerazione, da un punto di vista politico-morale, l'effetto che ebbero sull'opinione pubblica, in particolare sulle giovani generazioni.
    Tanto più quando, nei confronti degli errori di queste ultime, gli storici tradizionali (in pieno accordo con i vecchi esponenti che "sbagliarono") non sogliono mostrare altrettanta comprensione. (Appendice 1, p. 315)
  • Dei vecchi esponenti politici che appoggiarono o non contrastarono il fascismo, Sturzo fu quello che ne comprese prima la natura reazionaria e, più ancora forse, vide il germe del disastro che recava in seno. In questa relativa preveggenza (è degli inizi del '23) Sturzo fu, però, fortemente condizionato dal Vaticano, che esercitò su di lui pressioni e ricatti, fino a costringerlo ad abbandonare, nel luglio '23, la direzione del P.P.[1] e, nell'ottobre '24, l'Italia. (Appendice 1, p. 343)
  • Salto a piè pari ciò che furono capaci di scrivere, nel corso del conflitto di Spagna, tra gli altri, inviati come Luigi Barzini senior, Indro Montanelli, Alberto Consiglio, Virgilio Lilli, Lamberti Sorrentino, Giovanni Artieri, Riccardo Forte, ecc. [...]
    Mi limito per questo capitolo, a rammentare a mo' d'epigrafe le parole che Mario Missiroli, un autore attento, misurato e cauto che aveva da difendere un passato e, più ancora, riuscì a salvaguardare, splendidamente, un avvenire di direttore di grandi quotidiani, seppe scrivere (Raccolta, giugno '40) in un articolo intitolato La guerra liberatrice che era tutto un atto di fede (di cattiva fede, evidentemente): "L'imperativo del Duce sarà gloriosamente attuato con una luminosa vittoria delle armi italiane: vinceremo perché è il Duce che ci guida!". (Appendice 4, pp. 414-415)
  • [...] [Giacomo Carboni] fu l'unico alto esponente militare che, dopo aver avvertito invano i responsabili dell'assurdità di una guerra, si appartò, seppe rinunciare (pur essendo un valoroso e il più giovane dei generali italiani) a facili e sterili glorie guerriere di carattere personale, per tenersi pronto per quando le sorti della guerra, capovolgendo la situazione – come aveva previsto –, avrebbero richiesto il suo intervento. (Appendice 5, p. 423)

Note[modifica]

  1. Partito Popolare Italiano.

Bibliografia[modifica]

Altri progetti[modifica]