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Stefania Auci

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Stefania Auci (1974 – vivente), scrittrice italiana.

Citazioni di Stefania Auci

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  • La Sicilia è una maledizione: ti resta dentro per tutta la vita, ma è anche questo uno dei suoi lati più affascinanti.[1]
  • Per me non è affatto un limite raccontare soltanto della Sicilia, perché è una terra con così tante storie, ricchezza e sfumature, che davvero, da qui a cent’anni si potrebbero raccontare storie sulla Sicilia e averne ancora. Quello che mi interessa è parlarne al di fuori degli schemi. È una terra piena di storie e misteri, perché è una terra che nasconde, ma se tu sai ascoltare, lei ti racconta.[1]

I leoni di Sicilia

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Il terremoto è un sibilo che nasce dal mare, s'incunea nella notte. Gonfia, cresce, si trasforma in un rombo che lacera il silenzio.
Nelle case, la gente dorme. Alcuni si svegliano con il tintinnio delle stoviglie; altri quando le porte iniziano a sbattere. Tutti, però, sono in piedi quando le pareti tremano.
Muggiti, abbaiare di cani, preghiere, imprecazioni. Le montagne si scrollano di dosso roccia e fango, il mondo si capovolge.
La scossa arriva a contrada Pietraliscia, afferra le fondamenta di una casa, le scuote con violenza.

Citazioni

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  • «Non si può cancellare quello che uno è, per quanto profumo di soldi si butta addosso.» (p. 14)
  • Davanti a lui, la città [Palermo] si svela. Prende forma.
    Cupole di maiolica, torri merlate, tegole. Ecco la Cala, affollata di feluche, brigantini, schooner, un'insenatura a forma di cuore, stretta tra due lingue di terra. Attraverso la selva di alberi di navi, s'intravedono le porte, incastonate dentro palazzi, letteralmente costruiti sopra di esse: porta Doganella, porta Calcina, porta Carbone. Case abbarbicate, affastellate, come a cercare di farsi spazio per trovare un po' di vista sul mare. A sinistra, seminascosto dai tetti, il campanile della chiesa di Santa Maria di Porto Salvo; poco oltre, s'intravedono la chiesa di San Mamiliano e la torre stretta della chiesa dell'Annunziata, e poi ancora, quasi a ridosso delle mura, la cupola ottagonale di San Giorgio dei Genovesi. A destra, un'altra chiesa, piccola e tozza, Santa Maria di Piedigrotta, e la sagoma imponente del Castello a Mare circondato da un fossato; poco oltre, su una lingua di terra che s'inoltra in mare, il lazzaretto per la quarantena dei marinai malati.
    Su ogni cosa incombe il monte Pellegrino. Dietro, una cintura di montagne coperte di boschi. (p. 32)
  • «U' Signuri v'aiuta e a' Maronna v'accumpagna» lo aveva benedetto. (p. 34)
  • La rabbia monta, le ruggisce dentro. S'incolla ai frammenti del cuore, li rimette insieme, ma alla rinfusa, e quei cocci le si piantano tra le costole e la gola, facendole male. (p. 36)
  • Cos'ha da essere felice? pensa con astio, mentre strascica i piedi sul selciato fangoso. Però è vero: niente aveva e niente ha perso. Può solo guadagnarci, Vittoria. (p. 36)
  • E questa è la prima lezione che Ignazio impara: a Palermo, mezza frase può valere più di un discorso intero. (p. 38)
  • «Gli altri sono gli altri e fanno quello che vogliono. Noi siamo i Florio.» (p. 45)
  • Canta. [la ninna nanna]
    Guardati stu' figghiu | guardati quant'è beddu | dormi dormi | dormi cuntentu | cà chista è l'ura, | chistu è lu momentu | e veni, veni sonnu | e veni pigghiatillu | a stu' figghiuzzu meo piccilirillu. (p. 47)
  • Dovrebbe parlarle. Ascoltarla. Non è questo essere sposati? Non è portare la fatica dell'esistenza insieme? (p. 49)
  • Nella vita, per una legge del destino, u' risu cammina 'nzemmula cu' li guai, «ciò che fa ridere uno fa piangere un altro». (p. 50)
  • «Campa tu e cu' mori, mori», aveva commentato Paolo. (p. 50)
  • La levatrice raddrizza la schiena. Non fa domande, si limita ad aprire le mani. Capisce, capisce tutto, e sa che le cose che le donne non dicono sono più di quelle che gli uomini possono mai capire. (p. 53)

Incipit di alcune opere

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Florence

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Greve in Chianti, novembre 1914
Colline galleggiano come isole in un mare grigio, imprigionate dalla foschia che ristagna tra le valli silenziose. Corvi e gazze ladre si muovono rapidi tra i rami degli alberi, si tuffano sui campi, arati da poco. Nelle vigne, tralci dai rami contorti si tendono contro il cielo; foglie d'oro e ruggine si accartocciano e cadono a terra. Folate improvvise le trascinano via, le affastellano lungo i solchi della strada.

La cattiva scuola

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Buona o cattiva scuola?
In uno dei più bei romanzi di Robert Walser, Jakob von Gunten, si legge: «Noi allievi non speriamo nulla, anzi ci è severamente vietato nutrire nel nostro intimo alcuna speranza per l'avvenire; e nondimeno siamo perfettamente tranquilli e sereni». La tranquilla – e rassegnata – disposizione d'animo del protagonista riflette alla perfezione quello che è ormai diventato il rapporto tra studenti e scuola pubblica. Da una parte un'istituzione sfinita e snaturata nel suo intimo da riforme affastellate le une sulle altre, dall'altra gli studenti, che, in molti casi, accettano con una certa assertività lo stato delle cose.

Bibliografia

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Altri progetti

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Opere

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  1. a b Dall'intervista di Giuseppe Fantasia, Stefania Auci tenta il bis con i Florio: "La Sicilia è una maledizione che ti resta dentro per tutta la vita", huffingtonpost.it, 06 giugno 2021.