Tahar Lamri

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Tahar Lamri (1958 – vivente), scrittore algerino naturalizzato italiano.

  • – Che cosa sono questi segni nella sabbia?
    – Questi? dice indicando i segni con un bastone. Ah è il tifinagh, la nostra scrittura. La scrittura Tuareg. osserva un attimo di silenzio poi si schiarisce la voce e dice:
    – La nostra è una scrittura di nomadi; è tutta fatta di bastoni, e i bastoni sono le gambe di tutte le greggi: sono gambe di uomini, zampe di mehari, zampe di zebù, zampe di gazzella, gambe di chi percorre il deserto.[1]
  • I miei anni giovanili li ho passati in Libia, in Francia, in Polonia, in Inghilterra, poi in Italia da ormai quindici anni, quindi le mie geografie sono confuse e i miei sentieri biforcano. Come il bambino strappato ai suoi affetti, non riesco ad attaccarmi a nessun paesaggio in particolare.[2]
  • Lo straniero conosce "in vita" l’esperienza della morte. Si muore a degli affetti, a dei paesaggi, dei pensieri, per rinascere ad altri affetti, altri paesaggi, altri pensieri.[2]
  • L'uomo è il padrone della parola che conserva nella sua pancia, ma diventa schiavo della parola che lascia fuggire dalle sue labbra.
    COSA SONO IO? Sono un sacco di parole che quando parla tace sempre una verità.[3]

Note[modifica]

  1. Da Il pellegrinaggio della voce e Ma dove andiamo? Da nessuna parte solo più lontano, in AA. VV., Parole di sabbia, a cura di Francesco Argento, Alberto Melandri, Paolo Trabucco, prefazione di Armando Gnisci, Edizioni Il Grappolo, S. Eustachio di Mercato S. Severino, 2002.
  2. a b da: I sessanta nomi dell'amore, Fara Editore, 2006, p. 41. ISBN 9788887808872
  3. Da Il pellegrinaggio della voce e Ma dove andiamo? Da nessuna parte solo più lontano, in AA. VV., Parole di sabbia, a cura di Francesco Argento, Alberto Melandri, Paolo Trabucco, prefazione di Armando Gnisci, Edizioni Il Grappolo, S. Eustachio di Mercato S. Severino, 2002.

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