Todor Živkov

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Ritratto ufficiale

Todor Živkov (1911 – 1998), politico e dittatore bulgaro.

Citazioni di Živkov[modifica]

  • La Repubblica popolare di Bulgaria riconosce le realtà politiche e le frontiere statali stabilite dopo la seconda guerra mondiale; non ha avuto e non ha pretese territoriali né verso la Repubblica socialista di Jugoslavia, né verso qualsiasi altro dei suoi vicini. (discorso pronunciato di fronte al Consiglio nazionale del Fronte della patria a Sofia, febbraio 1980)[1]
  • Dio è in cielo, l'America è lontana, mentre noi viviamo l'uno accanto all'altro, sullo stesso continente ed evidentemente abbiamo un interesse comune: nessuna guerra in Europa, pace, sicurezza e collaborazione tra i popoli europei. (discorso pronunciato di fronte al Consiglio nazionale del Fronte della patria a Sofia, febbraio 1980)[1]

Da «Eurocomunismo e internazionalismo»

L'Unità, 4 dicembre 1976

  • Il PC bulgaro ritiene che qualsiasi condiscendenza o atteggiamento neutrale verso l'antisovietismo significa nei fatti una rinuncia all'internazionalismo proletario.
  • La propaganda borghese ha di recente messo in giro una nuova concezione, pregna di antisovietismo, sotto la denominazione di "eurocomunismo". In ciò è chiara l'aspirazione dei circoli reazionari di elevare un muro tra i partiti fratelli della comunità socialista e quelli dei paesi dell'Europa occidentale, tra i partiti comunisti al potere e quelli che non lo sono.
  • La negazione delle principali leggi obiettive della lotta rivoluzionaria, con il pretesto che esse non sarebbero confermate dalla esperienza del movimento operaio dell'Europa occidentale; la sostituzione di queste leggi obiettive e tratti generali della esperienza rivoluzionaria con le peculiarità locali; i tentativi di disorientare i comunisti e spingerli a integrarsi nel sistema politico del capitalismo moderno: ecco alcune delle basi ideali e degli obiettivi dell'"eurocomunismo".
  • L'internazionalismo socialista è la prefigurazione dei futuri rapporti mondiali.

Dall'intervista di Demetrio Volcic

Riportato in Est. Andata e ritorni nei paesi ex comunisti, Milano, A. Mondadori, 1998. ISBN 88-04-44890-3

  • [Sull'appoggio bulgaro per l'intervento sovietico in Cecoslovacchia] Era un gesto simbolico che non potevo evitare. Persino Kádár si piegò, dopo aver fatto il possibile per scongiurare l'intervento. Io dovevo pensare agli otto milioni di bulgari, era questo il mio compito storico nella realtà di allora.
  • Nell'alleanza salimmo al terzo posto, dopo l'Urss e la Ddr, e superammo i cechi. Non dimentichi, caro mio signore, che mezzo secolo prima Praga poteva misurarsi con Parigi ed era più avanti della Baviera, mentre noi eravamo semmai in competizione con Smirne. Noi, così piccoli, diventammo il secondo partner commerciale di Mosca.
  • Quel gran giocatore di Ceausescu, con quella moglie invadente che gli imponeva anche i ministri, quel romeno chiedeva un po' di spazio per sé e per il suo paese, coltivava sogni nazionali faraonici, ma non metteva mai, una sola volta, in dubbio il cosiddetto socialismo scientifico. Ci credeva, pur nella sua mente contorta. I cechi dalla metà degli anni Sessanta in poi furono totalmente presi dalla crisi interna e perciò contavano poco quando ci riunivamo. Quanto a disordine interno, anche i polacchi non scherzavano, sempre sull'orlo di qualche crisi. Gomulka divenne acido, il successore Gierek si teneva invece in disparte. Kádár aveva di solito un profilo basso e Honecker, impiegato tedesco, da fesso si pavoneggiava per i suoi successi. Insomma, si poteva intuire già prima ciò che gli altri avrebbero detto e ognuno si era ritagliato una specie di ruolo. (p. 103)
  • Il passato non torna, lasciamolo in pace. [...] Il partito comunista amministrava invece di occuparsi della politica e lasciare a chi era competente la gestione del paese. Mosca non voleva e forse non poteva capire le diversità, non era solo l'arroganza dei grandi che faceva velo, si trattava di una cultura diversa praticata da chi stava in alto e lontano. (p. 105)
  • [Su Charles de Gaulle] Potevo confidarmi con lui, sicuro che non avrebbe deluso le attese. Aveva in simpatia i bulgari e considerava molto importante la posizione geopolitica del paese. L'ideologia non lo interessava molto e la riteneva un fenomeno passeggero. L'Unione Sovietica secondo De Gaulle avrebbe dovuto battersi per estendere la Bulgaria alla Tracia, alla Macedonia. Lui avrebbe voluto darci maggiori aiuti, ma la Francia doveva fare i conti con gli equilibri balcanici e il ruolo delicato della Iugoslavia. (p. 108)

Citazioni su Živkov[modifica]

Bernardo Valli[modifica]

  • Anche lui, come Nicolae Ceausescu, il vicino rumeno, aveva irritato Michail Gorbaciov respingendo con disprezzo i due pilastri della nuova dottrina moscovita: la perestroika e la glasnost (la revisione in economia e la trasparenza in politica). Il russo e il bulgaro appartenevano a generazioni diverse. Il primo voleva riformare il comunismo agonizzante; il secondo era convinto che fosse irriformabile. Gorbaciov giudicava Zivkov un personaggio pretenzioso. Zivkov riteneva Gorbaciov un leader inesperto.
  • Ceausescu riversava il suo odio contro gli ungheresi di Transilvania. Zivkov se la prese con i turchi. Sarà il suo ultimo grande errore. Un errore con risvolti criminali. L'atteggiamento dei comunisti bulgari verso i novecentomila abitanti di origine turca e i duecentomila pomaki (ossia musulmani di lingua bulgara) non era mai stato generoso: e non solo per motivi religiosi, in un sistema per sua natura antireligioso, o a causa della maggioranza ortodossa. Nel riesumare la storia nazionale, il partito ha creato o risvegliato assurdi sentimenti di vendetta nei confronti delle minoranze che potevano apparire come i residui della lunga, plurisecolare, dominazione ottomana. Prima Zivkov fece slavizzare i nomi turchi in occasione del rinnovo della carta di identità. Arrivò anche a proibire la lingua turca nei luoghi pubblici e a punire i musulmani che praticavano la circoncisione.
  • Cosa molto rara in un dirigente comunista, sapeva ridere di se stesso, al punto da collezionare le barzellette politiche non sempre lusinghiere per lui.
  • Denunciò il titoismo, l'eresia cinese, la controrivoluzione ungherese, l'insubordinazione rumena, l'indisciplina dei polacchi, l'eurocomunismo, le velleità riformiste cecoslovacche... Per questo ha meritato il titolo di "eroe dell'Unione sovietica". Grazie alla sua obbedienza a Mosca, l'aggettivo "bulgaro" è servito, a lungo, nel linguaggio politico europeo, ad indicare chi praticava una sudditanza cieca, incondizionata.
  • Di baci ai capi sovietici Zivkov ne dette molti nei trentacinque anni al potere. Fu il solo tra i capi dei paesi comunisti satelliti a non trovarsi mai seriamente in contrasto, fino all'arrivo di Gorbaciov, con il centro dell'impero.
  • «Non sono mai stato un dittatore», amava ripetere negli ultimi anni della vita. Ma il suo regime aveva e usava tutti gli strumenti di una dittatura. In particolare la Drzavna Sigurnost, la polizia segreta i cui uomini assassinarono tra l'altro, a Londra, nel 1978, con un ombrello avvelenato, lo scrittore Georgi Markov. E pochi anni dopo le indagini sull'attentato a Giovanni Paolo II condussero e si smarrirono sulla «pista bulgara».
  • Sulle capacità intellettuali e sulla personalità di Zivkov c'erano opinioni discordanti. Alcuni gli riconosceva un raro senso dell'umorismo e ne apprezzavano la scaltrezza e l'arguzia del contadino. Altri erano più severi. Giudicavano scarsa la sua cultura politica e la capacità di valutare le situazioni.
  • Todor Zivkov è stato più modesto di Nicolae Ceausescu, che si faceva dedicare poemi in cui era esaltato come "Danubio del pensiero" o "Genio dei Carpazi" o "Sole della patria". Todor Zivkov non arrivava a questi eccessi, ma si era circondato di persone solerti nel manifestargli in continuazione la loro "predanost" (lealtà, devozione).

Note[modifica]

  1. a b Citato in Sofia si pronuncia per la distensione e il buon vicinato, L'Unità, 18 febbraio 1980.

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