Demetrio Volcic

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Demetrio Volcic (1931 – vivente), giornalista e politico italiano.

Citazioni di Demetrio Volcic[modifica]

  • La verità è che oggi non c'è più una sinistra pronta a scendere in piazza per tutte le buone cause di turno. Il pacifismo è morto, ucciso dalla fine della guerra fredda perché si esercitava contro le grandi potenze, preferibilmente se erano gli Stati Uniti.[1]
  • [Sulla penisola balcanica] Qui la violenza è una maledizione, arriva con tutti i conquistatori. Pensate ai turchi che hanno insegnato la raffinata tecnica dell'impalare. E poi c'è sempre il momento della "revanche": al genocidio praticato dai croati nel '41 segue quello dei serbi nel '45. La memoria storica è lunga, talvolta ha bisogno di cinque secoli, talvolta gli bastano pochi giorni a cui seguono delle decelerazioni. E i Balcani sono un mosaico non ricomponibile, che però per secoli ha svolto il ruolo di cordone sanitario, ha protetto l'Europa dalle invasioni. [...] È una terra che non ha mai conosciuto la pace.[1]
  • [Su Boris Nikolaevič El'cin] Ha saputo inventare un marchingegno, la guerra in Cecenia, con cui unire le forze nazionali. È un fenomeno non nuovo nella storia, intendo dire lo spostamento a destra di una nazione intera, in concomitanza con il verificarsi di certi avvenimenti. Ne sono esempi l'ascesa di Mussolini in Italia, di Hitler in Germania, di Milosevic in Serbia. La specificità russa odierna è che il gioco è riuscito non ad un capo carismatico in ascesa, ma ad una figura al tramonto. Questo dimostra l'esistenza in Russia di un forte senso collettivo di frustrazione nazionale che va in cerca di una rivalsa.[2]
  • Putin è quanto di meno russo si possa immaginare. Conduce vita ritirata, non beve vodka, è un cultore della lotta giapponese. A differenza di Primakov e di Stepashin, che Eltsin designò come successori per poi sbarazzarsene, con Putin il rapporto sembra più serio. Anche perché, non dimentichiamolo, la scelta di Putin ha coinciso con l'affondo delle operazioni belliche in Cecenia. In una situazione economica critica, e con un programma politico carente nei risultati concreti, bisognava inventarsi un nemico. Eltsin puntò su Putin per questa operazione.[2]

Da «A Mosca si lotta sul dopo-Eltsin»

Intervista di Umberto De Giovannangeli, L'Unità, 22 agosto 1996

  • La guerra in Cecenia è il riflesso di uno scontro più generale che investe il futuro stesso della Russia, i suoi assetti istitituzionali, economici, gli equilibri tra i poteri.
  • Per un anno e mezzo le pallottole russe hanno «stranamente» evitato Dudaev, salvo poi correggere la mira, ed eliminarlo, quando ciò era divenuto utile per fini elettorali.
  • Eltsin ha sempre governato con il metodo dell'esasperata concorrenzialità tra i suoi collaboratori: tutti avevano le potenzialità, la forza intellettuale per poter fare qualcosa, per «lasciare il segno», ma per poter realizzare i propri disegni dovevano necessariamente invadere il «giardino» altrui. Ma questo avrebbe scatenato, come sempre è avvenuto, una controreazione che, a sua volta, rendeva indispensabile l'arbitrato del numero uno, del Presidente. Su questa sorta di «divide et impera» Eltsin ha costruito le sue fortune politiche, garantendo, sia pur tra mille contraddizioni, una transizione non traumatica per la Russia.

Da «Tirana, una miccia per tutti i Balcani»

Intervista di Umberto De Giovannangeli sulla anarchia albanese del 1997, L'Unità, 15 marzo 1997

Squadra antisommossa in Tirana
  • Vi è innanzitutto la sensazione diffusa tra la gente -e questo vale a Tirana, come a Belgrado e Sofia - che con una protesta di vaste dimensioni sia possibile modificare gli equilibri politici. Il dato ideologico e quello religioso sono secondari. Motivo scatenante della rivolta in Albania è il fallimento dell'"illusione del benessere" generata in centinaia di migliaia di persone dalle società finanziare fallite.
  • Queste società finanziarie avevano dato l'illusione agli albanesi di poter vincere ogni mese al Totocalcio, insomma di potersi arricchire tanto e in breve tempo.
  • Ricordiamo [...] che in Albania si era creata una sorta di "società corrotta" nella quale non era più chiaro il limite tra lecito e illecito. A tutto ciò va aggiunto l'elemento regionale e la diversità del dialetto: il regime di Enver Hoxha aveva reclutato i suoi quadri dirigenti nel Sud, mentre tutto l'entourage di Sali Berisha è del Nord. Esiste, infine, un'altra ragione di fondo che sta alla base della crisi albanese: il riemergere di costumi, strutture comunitarie e centri di potere locali "ibernati" nei cinquant'anni di "socialismo scientifico" e che oggi tornano alla ribalta, dominando la scena.
  • La Tv semplifica la realtà, la frantuma, in alcuni casi la sublima. E gli albanesi è attraverso i messaggi televisivi, e non la scuola, che hanno acquisito quello che ritenevano essere l'essenza, il tratto peculiare e più appetibile del modello di vita occidentale: il consumismo. Purtroppo gli albanesi hanno recepito più la pubblicità che il dibattito che si sviluppava, a volte, tra uno spot e l'altro. Insomma, anche loro come gli altri popoli dell'ex impero sovietico hanno introiettato un'idea fasulla dell'Occidente.
  • A Nord e al Sud i prigionieri sono stati liberati e ognuno di loro possiede qualche kalashnikov, persino i "signori della guerra" esporessi dalla rivolta non sono in grado di dominare l'anarchia. Non esistono fronti e si arriva a una conclusione amara: lo scontro bosniaco fu giostrato con le regole europee che qui del tutto mancano.

Da «Il Caucaso è l'Iraq di Vladimir Putin»

Intervista di Umberto De Giovannangeli sulla seconda guerra cecena, L'Unità, 3 settembre 2004

  • Per Vladimir Putin il Caucaso è ciò che per George W. Bush è oggi l'Iraq: un pantano insanguinato da cui è molto difficile uscire indenni. Così come il presidente Usa, anche il leader del Cremlino non ha una strategia di uscita né militare né tanto meno politica.
  • La rivolta cecena dura da molti anni ed è cresciuta, si è rafforzata e a cambiato di tono: da una rivolta nazionale è diventata qualcosa di diverso ma soprattutto ha acquistato questa forma di estremismo islamico e dunque anche è stata copiata in questo contesto la strategia degli estremisti islamici. Pertanto oggi possiamo dire che il modo di combattere dei ceceni, la loro guerriglia oggi è divenuta praticamente uguale a quella che usano Bin Laden e i suoi alleati.
  • Quando i ceceni si opponevano ai russi nelle battaglie frontali perdevano, avevano molti morti; adesso hanno scoperto la strategia nuova, propria del network terrorista di Al Qaeda e dei gruppi radicali mediorientali, e dunque sono molto più pericolosi e difficili da affrontare.

Da Demetrio Volcic: "In Russia ho incontrato la Storia e ho perso le mie illusioni da ragazzo"

Intervista Antonio Gnoli, Repubblica.it, 6 dicembre 2015

  • La storia è sempre più astuta dei suoi protagonisti. C'era Tito nel suo ardore di partigiano. In seguito illuminato dal gesto di volersi sottrarre al dominio sovietico. Vidi quest'uomo passo dopo passo creare quel potere che nelle dittature mostra il suo lato paranoide. Belgrado era una selva di microfoni nascosti ovunque. A un certo punto il sistema di controllo impazzì. Tutti erano spiati. Perfino Tito e sua moglie Jovanka.
  • Il totalitarismo fu una scorciatoia alla modernità. Lenin intuì che il comunismo erano i soviet più elettricità. Stalin ci aggiunse l'industria pesante. Krusciov esportò l'utopia tecnologica nello spazio e Breznev immobilizzò tutto questo. Congelò l'intero paese come nella migliore tradizione dell'inverno russo.
  • La Russia ha sempre conservato un rapporto speciale con il potere, visto come una sorta di padre collettivo, amato anche quando si mostrava, come spesso accadeva, duro e crudele.
  • La Russia non è un paese lineare. La modernizzazione è avvenuta a tappe forzate. E il sottofondo zarista non è mai stato del tutto cancellato. Questo significa che le menti più sveglie difficilmente sanno adattarsi alla situazione.
  • La vodka scorre nelle vene russe al posto del sangue. Ho sempre pensato che le utopie sbiadiscono nell'alcol. L'Unione Sovietica ne è stato un esempio sommo. E pensare che lì per decenni si era creduto che fosse nata una figura nuova: l'"homo sovieticus".
  • Un paese che è stato grande non rinuncia facilmente ai suoi sogni imperiali. Ho visto e conosciuto bene Gorbaciov e poi Eltsin. Nel periodo della perestrojka divenne di moda tra gli alti dirigenti del partito trovarsi qualche parente che fosse stato perseguitato dalla repressione. La verità è che il potere non muta la sua natura e c'è sempre un nuovo padrone dietro la porta pronto a entrare. Non bussa, non chiede permesso. Sfonda e irrompe.

Sarajevo. Quando la storia uccide[modifica]

  • La Bosnia è l'unica delle ex repubbliche jugoslave a non avere una maggioranza etnica. Sembra una miniatura della vecchia jugoslavia. Vi convivono il 43 per cento circa di musulmani, il 32 per cento di serbi e il 17 per cento di croati. Solo in poche zone esiste una netta compattezza etnica. I 4,3 milioni di anime sono sparsi a pelle di leopardo. (pp. 7-8)
  • A Zagabria e Belgrado considerano la nazione bosniaca una delle tante invenzioni di Tito. Che nazione può essere, se non possiede una propria lingua ma è costretta a usare il serbocroato? Solo il machiavellismo comunista poteva inventare un gruppo così; lo faceva anche Stalin. Dando alla Bosnia lo status di una repubblica federale Tito puniva la Serbia senza premiare i croati. Questi durante il nazismo si erano impossessati della regione inventando a loro volta la categoria dei croati-musulmani. (p. 9)
  • [Su Alija Izetbegović] Si piega e si spezza; più che un protagonista è una vittima con le stigmate della sua terra, da sempre definita «triste Bosnia». (p. 12)
  • [Su Radovan Karadžić] Sembra uno di quelli che si mettono a consultare libri per risolvere il proprio caso. Si considera un poeta, un grande poeta. Se leggesse queste righe rimarrebbe offeso da una sola affermazione: i suoi versi sono roboanti e zoppicano. Ha avuto «una visione terribile, con la città che brucia come l'incenso, come le nostre coscienze e consapevolezze che se ne vanno in fumo». Nelle sue poesie compaiono «pioppi come fossero carri blindati e armati». (p. 32)
  • È simpatico, parla e parla, altissimo con una chioma leonina di capelli brizzolati, lineamenti assai regolari, profilo da icona bizantina. Rappresenta quel tipo balcanico che piace in Occidente e che ha acquisito larga fama presso le signore attempate dei salotti di Parigi e di Londra, che in modo non disinteressato promuovevano giovani talenti da lontano. Karadžić si era adeguato all'immagine che gli veniva richiesta. (p. 33)
  • Il generale Radko Mladić è una contraddizione vivente di cento chili, quanti ne pesa. La sua faccia larga, compatta è aperta quasi sempre al sorriso. A prima vista ispira fiducia, ma gli stessi alti funzionari dell'Onu, coloro che più lo hanno frequentato nel '93, sono divisi nel giudizio. (p. 34)
  • Lo stupro di circa 20.000 donne musulmane era sistematico, e fa parte di una politica deliberata, volta a creare attraverso la pulizia etnica lo spazio per la «grande Serbia». Lo stupro è uno strumento cosciente demoralizzazione della gente. (p. 36)
  • La gente muore senza motivo. Non è una guerra, perché non sono colpiti gli obettivi militari, ma non è nemmeno una battaglia di trincea. È soltanto una violenza gratuita e indiscriminata, assassinio. In Bosnia la guerra probabilmente finirà quando saranno finiti i musulmani.
    Il presidente Izetbegović paragona la sua Sarajevo al ghetto di Varsavia, a Leningrado accerchiata dalle truppe naziste, a Madrid repubblicana che si difende dai franchisti. I paragoni storici funzionano come etichette. Fotografano la situazione nuova da mettere a confronto con un'immagine già acquisita; ma non sempre il paragone regge. Gli ebrei del ghetto avrebbero voluto fuggire e così gli abitanti di Leningrado. A Madrid i cannoni di Franco aprivano la strada alla fanteria che voleva conquistare la capitale. I serbi potrebbero occupare la città in poche ore se non avessero preoccupazioni di natura politico-diplomatica. I bosniaci vogliono restare, per non rendersi complici della pulizia etnica. (p. 42)
  • Kossovo è racconto, mito, favola, complesso, spirito, etica dei serbi, soprattutto degli ultimi che puntano le carte sul nazionalismo, che vogliono la terra e le mura senza curarsi della popolazione che nel frattempo è cambiata. La storia è vecchia e lunga. (p. 65)
  • Non è nemmeno del tutto chiaro chi vinse la battaglia di Kossovo. L'impero serbo-bosniaco continuò per altri decenni, ma un numero crescente di dignitari accettarono come vassalli la supremazia di Istanbul.
    La leggenda invece visse una sua vita indipendente.
    In alcune varianti esiste l'elemento biblico dell'ultima cena. Lazar pronunciò le ultime parole, descrisse le virtù dei commensali, la loro signorilità e bellezza e infine consegnò il suo boccale al più grande dei grandi, in cui tuttavia già sospettava il Giuda traditore. Continuando sul versante religioso, Lazar volutamente scelse il regno dei cieli, «perché quello di terra è piccolo e invece il reame dei cieli viene dai secoli e si prolunga in essi».
    La battaglia è recepita come un rito sacrificale, ma non come un suicidio. Il principe avrebbe combattuto fino all'ultimo, fino a uccidere un «drago», Murat I e poi accettare la corona di martire, come racconta la monaca Jefimija. Su questo filone mistico-religioso ha camminato ogni tanto l'esercito serbo. (p. 66)
  • È difficile pensare che da noi qualcuno oggi ricordi il sacco di Costantinopoli. Invece è facile che un contadino serbo sappia ciò che avvenne nel 1204, durante la quarta calata dei crociati. Glielo ricordano i canti epici. L'apparizione di un cantastorie con la sua gusla, strumento monocorde, fino a qualche decennio fa raccoglieva in una piazza serba più spettatori che un incontro di calcio in Tv. (p. 68)
  • La Jugoslavia avrebbe potuto durare ancora per decenni, la sua fine non era inevitabile. Le esperienze, scartate dalla storia, a posteriori sembrano più deboli di quanto non lo fossero in realtà. Tuttavia in settant'anni le radici non hanno attecchito, nonostante l'ideologia, migrazioni e molti matrimoni misti. (p. 85)
  • Per l'Occidente Tito era una garanzia contro la penetrazione del socialismo reale e una fonte di inquinamento ideologico nella stessa direzione. (p. 89)
  • Il totalitarismo raggiunge la sua meta quando non si vede più. Come riguardo alla morte; la gente pensa si tratti di una vicenda che interessa il vicino. (p. 129)
  • Buona parte dei serbi vive la guerra come legittima, perché sentiva la Jugoslavia come il proprio Stato nazionale, senza porsi la domanda se la visione granserba andasse bene anche ai croati, agli sloveni, ai macedoni. Per i serbi si tratta di traditori che hanno colpito alle spalle i fratelli e dunque non meritano che il disonore. Bisogna salvare dai loro artigli gli ostaggi serbi. (p. 133)
  • Ci sono due Slobodan Milošević. Il primo è un uomo politico realista, capo del partito nazionale, già alto dirigente del partito comunista serbo. Una delegazione di studenti di Belgrado voleva incontrare questo primo Milošević, tra l'altro per chiedergli di mettersi da parte dopo una sparatoria contro i giovani scesi in strada. Si è trovata davanti il secondo Milošević, dal comportamento sfasato: come se vivesse in un mondo tutto suo; una figura di stampo folkloristico, popolar-religioso. (pp. 133-134)
  • Il politico Milošević prima o poi lascerà la scena. Il Milošević del mito avrà un posto molto più profondo nella coscienza collettiva, checché ne dicano gli intellettuali. (p. 135)
  • Se Tito avesse ceduto nel 1970 alle pressioni di Zagabria, Lubiana, Belgrado, forse avrebbe salvato qualcosa, ma forse avrebbe solo accelerato i processi in corso. Patriarca ottantenne, più simbolo che realtà, ritirato nella sua isola di Brioni, non poteva invece operare una nuova virata. E forse né lui, né altri avevano ulteriori conigli nel cilindro. È morto al momento giusto, senza dover assistere ancora in vita alla demolizione della propria opera. (p. 166)
  • Tito credeva fino in fondo all'amicizia fra i suoi popoli, usciti da una guerra di liberazione ma anche da una guerra civile? Sfogliando gli appunti di allora, ho l'impressione che avesse sempre risposto brevemente e con retorica sbrigativa, dando per scontata la pace conquistata con la guerra partigiana. Su altre questioni meno controverse era capace di attaccare bottoni interminabili.
    L'equilibrio tra etnie era il risultato di debolezze compensate. Per raggiungerlo, bisognava frenare la componente più forte, quella serba. Su che vulcano Tito stesse seduto si capisce oggi. (p. 167)
  • [Sulla Guerra dei dieci giorni] Nessuno Stato al mondo è nato in questo modo e a un prezzo così basso. Meno di trecento fra morti e feriti. (p. 169)
  • La Slovenia rappresenta un campo di osservazione utile. Tutte le crisi del postcomunismo sono presenti, ma in forma attenuata. Negli ultimi decenni la Slovenia era considerata la baracca più ordinata del lager socialista; oggi è una delle poche realtà a cui potrebbe riuscire il salto nell'Europa. (pp. 178-179)
  • Una certa dose di nazionalismo è sottintesa nella battaglia per l'indipendenza, basata sulla sensazione che gli sloveni sarebbero vissuti meglio da soli che legati ai Balcani. Il nazionalismo spinto per il momento è un fenomeno minoritario. L'orgoglio di avercela fatta non è sfociato in un'esaltazione collettiva come tra i vicini croati, né ha prodotto punte di fanatismo come in alcune repubbliche ex sovietiche. La Slovenia razionale rassomiglia piuttosto ai tre popoli baltici. (pp. 181-182)
  • Se si parla di uno Stato provvisorio, sospeso tra una possibile guerra con i vicini e una guerra civile, un Paese a lungo senza un nome, definito spesso dai giornali polveriera europea, è subito chiaro per tutti che ci si riferisce alla Macedonia. (p. 197)
  • Quando Tito non sapeva a chi affidare un posto delicato, tra un serbo e un croato spesso sceglieva un macedone e non sbagliava quasi mai. (p. 197)
  • La Macedonia, come tante altre realtà non solo dei Balcani, starebbe meglio in un piccolo o medio impero multinazionale, ma ormai è troppo tardi. Una creazione artificiale? La sua invenzione fa parte della politica nazionale comunista. Tito, non desiderando una Serbia troppo estesa inventò la nazione macedone, la cui lingua, almeno questo è un dato incontrovertibile, rassomiglia a quella che si parla nei sobborghi di Sofia.
    Esisteva tuttavia un'identità, una specificità macedone. Tito fece codificare ai suoi linguisti l'idioma scritto, forgiato sul dialetto locale e invitò i macedoni a cercarsi anche un passato. Dal grande magazzino della storia presero ciò che più faceva loro comodo, anche Alessandro Magno e suo padre Filippo, entrando così in rotta di collisione con la Grecia. (p. 198)
  • Ai macedoni slavi non sono simpatici gli albanesi. Sono cordialmente contraccambiati. Malvisti i turchi e cacciati via gli zingari se si avvicinano troppo ai tavoli dei caffè. Per il resto tutto bene. (p. 199)
  • [Sulla Macedonia del Nord] Negli anni Venti, un geografo positivista, camminò per le vallate chiedendo alla gente se si considerasse serba, bulgara, greca, albanese. Nella maggior parte dei casi ricevette la risposta: siamo macedoni.
    Qualche vecchio prete dalla barba bianca, in uno degli innumerevoli monasteri, avrà nostalgie bulgare. Un giovane di Skopje, specie se di ceppo slavo, non avrà difficoltà a definirsi macedone. Che l'invenzione comunista di creare una nazione separata, dove prima esistevano soltanto serbi e bulgari, non sia artificiale è dimostrato da un caso analogo sui confini con la Russia.
    Per sottrarre la Bessarabia ai romeni, Stalin inventò una repubblica moldava. Promosse, come fece Tito con la Macedonia, il dialetto locale a lingua scritta, esaltò la diversità fra Bucarest e Kišinev diventata capitale.
    La differenza sta in questo: scomparsa l'Urss naturalmente si ricompongono i legami con Bucarest e l'unificazione è solo una questione di tempo. Scomparsa la Jugoslavia nessuno in Macedonia sogna un futuro bulgaro. (pp. 202-203)
  • [Su Ibrahim Rugova] Ha dimestichezza con la semiotica acquisita a Parigi girando intorno a Roland Barthes; fisicamente potrebbe essere un barbiere o un professore (nei Balcani si rassomigliano) condannato alla fama eterna. Occhi lucidi e cinquanta chili di peso. Auspica, e per il momento riesce ancora a imporre, la resistenza passiva contro l'esercito serbo e il potere federale sul Kossovo. Ormai ha scartato la pura e semplice «autonomia». (p. 205)
  • La Nato ha speso miliardi di miliardi senza sparare un solo colpo nei suoi quarantaquattro anni di esistenza. Un militare, probabilmente, prova qualche frustrazione, un senso di inutilità, benché sappia che la guerra non scoppia anche perché lui fa la guardia al bidone. La Nato fu attrezzata come contrappeso al Patto di Varsavia, ora deve cambiare obiettivi e sarà impiegata nell'azione in Bosnia, per la prima volta fuori dai confini dei Paesi membri. (pp. 218-219)
  • In Bosnia si consuma una guerra che ha insieme elementi di secessione e di scontro tra gruppi etnici.
    La Bosnia si trova in una situazione estrema per altre dimensioni che possono attenuare o inasprire un conflitto: popolazioni estremamente battagliere, memorie storiche pesanti, una configurazione sfavorevole del terreno con lunghe esperienze di guerriglia. (p. 221)

Est. Andata e ritorni nei paesi ex comunisti[modifica]

Incipit[modifica]

I Balcani sembravano una Brutta addormentata in attesa che il principe tornasse dai giochi della guerra e la baciasse, o che la svegliassero le trombe e i fischietti usati dagli studenti di Belgrado e di Sofia. A quanto pare, l'operazione è riuscita. Ora la bruttina malvestita, talvolta affamata, abituata a tristi vicende - le tre «m» del transito faticoso: mafia, miseria e malessere -, cerca una cosa chiamata Europa.
Nel centro dell'ex impero governa un re, quasi uno zar, al quale un tempo faceva male il cuore, ora i polmoni. La sua gente, che sperava che la situazione si fosse aggiustata con qualche by-pass, dimostra ormai di aver perso la fiducia, ma non dispera.

Citazioni[modifica]

  • In Serbia si è rotto un incantesimo. Una nazione che sembrava partita per un viaggio collettivo verso il nazionalismo all'improvviso scopre di non poterne più e questa sensazione si precisa in mesi di manifestazioni quotidiane nelle piazze della capitale. E poi si scarica questa tensione sul nemico esterno-interno, sugli albanesi del Kosovo. (p. 8)
  • In Albania la febbre della ricchezza ha indotto i contadini a vendere i poderi, convinti della possibilità di condurre una vita migliore grazie ai proventi dei depositi bancari. Ora spetta al nuovo governo di organizzare qualche salvataggio mentre la gente fugge. (p. 9)
  • Nei racconti dei russi figurano nonni ammazzati, spostamenti dall'Europa alla Siberia e ritorno, padri internati nei lager, parenti scomparsi durante la guerra, altri lager, fame, separazioni e ricongiungimenti dopo decenni. Questo è il loro mondo, da cui si impara forse solo un po' di modestia e di misura. (p. 18)
  • Nel momento della felicità si dimentica che congiure e misteri continueranno finché esisterà il Cremlino. Quasi fosse un luogo maledetto. La montagna di mattoni rossi, che suggerisce un'idea di forza più che di bellezza, suscita pensieri cupi. Le porte sembrano destinate ad aprirsi raramente e restare socchiuse, buone giusto per lasciar passare gli spiriti degli antenati finiti male. Da sempre il Cremlino sprigiona una particolare energia, è il perno intorno a cui ruotano i continenti. Sopra il Cremlino, soltanto il cielo. Era così in passato, ora forse non più, domani si vedrà. Gli antichi viaggiatori lo descrivevano come il sogno di un tiranno, baluardo contro lo straniero ma anche contro il popolo che mormora invece di gridare. Un autentico pantheon slavo, monumento all'orgoglio della terza Roma, voluttuoso e se vogliamo anche vanitoso. (p. 35)
  • Per i serbi il Kosovo è la culla della nazione, la terra prediletta dopo la caduta di Bisanzio. Il patriarca serbo nel XII-XIII secolo si spostava tra i duecento monasteri della regione, di cui solo dodici ancora in piedi. Un luogo sacro, mitico, fonte dell'etica nazionale, l'unica Grande Serbia mai esistita nella storia. (p. 70)
  • Il dato patologico è che in Serbia la battaglia del Kosovo è sentita come se fosse avvenuta l'altro ieri, e che persino le squadre di calcio sono viste come espressione di opposte etnie. (p. 71)
  • Enver Hoxha ha sempre coltivato la tesi che più un paese è lontano, più si dimostrerà amico. (p. 233)
  • [Sulla Repubblica Popolare Socialista d'Albania] La vita è una lotta continua. Sulle pareti delle case, con la vernice rossa si invocava: «lotta contro i burocrati; lotta contro la dolce vita; lotta contro le credenze religiose; lotta contro gli imperialisti e i revisionisti; lotta contro Tito». Per lottare tanto bisognava avere testa fredda e corpo gagliardo. Al mattino giovani e vecchi facevano ginnastica all'aperto. Questa passione era una novità importata dalla Cina.
    È l'unica immagine che conservo dell'Albania, ormai sbiadita nei ricordi. (p. 234)
  • [Sul Regno di Romania] A suo tempo la Romania fu un paese allegro, spensierato, pronto a molti compromessi. Tutte le capitali dell'Est con orgoglio si autodefinivano delle piccole Parigi, ma solo Bucarest lo fu davvero. I viaggiatori del tempo passato raccontano di donne stupende finiti nei letti miliardari. Una certa Lupescu, che già con il solo nome aveva turbato i nostri sogni di adolescenti, persino in quello del re. Le donne romene sarebbero state più matte e ben più imprevidibili del solito genere russo o polacco: donne da gioielli, duelli e cento rose al giorno, e già circondate da un alone di harem orientale. Giravano per i salotti i ruffiani di grido e in strada sfilavano con destrezza i portafogli gli zingari che non toccavano i poveri. (p. 238)
  • Ormai gli standardi di bellezza li stabiliva quella megera di Elena Ceausescu, presuntuosa quanto vanitosa, che da maestrina divenne membro dell'Accademia delle scienze e arbitro di tutto lo scibile, ivi compreso il marito. (p. 239)
  • Ai tempi del socialismo «scientifico», inventato da Ceausescu e descritto in decine di libri, tradotti a sue spese in tutte le lingue, un regalo terribile e soprattutto pesante per chi lo riceveva, il dittatore aveva la mania di Mussolini, il desiderio di cambiare la razza. I contadini romeni, calati nelle città per favorire l'industrializzazione del paese, mettevano pancia intorno alla trentina e preferivano muoversi poco. Avrebbero dovuto trasformarsi in membri di una falange, maschia, slanciata e magari bionda. (p. 240)

Note[modifica]

  1. a b Da Testimone dell'Est, intervista di Domenico Quirico, La Stampa, 14 agosto 1993
  2. a b Da «Nel paese c'è un forte desiderio di rivalsa», intervista di Gabriel Bertinetto, L'Unità, 20 dicembre 1999

Bibliografia[modifica]

  • Demetrio Volcic, Sarajevo. Quando la storia uccide, Arnoldo Mondadori Editore, 1993, ISBN 88-04-36871-3
  • Demetrio Volcic, Est. Andata e ritorni nei paesi ex comunisti, Milano, A. Mondadori, 1998. ISBN 88-04-44890-3

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