Vicente Blasco Ibáñez

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Vincente Blasco Ibañez

Vicente Blasco Ibáñez (1867 – 1928), scrittore spagnolo.

Citazioni di Vicente Blasco Ibáñez[modifica]

  • Tutti quelli che lo hanno fatto cantare e mangiare i suoi maccheroni per strada, sono stati i suoi padroni senza opposizione. Una volta questo popolo si è atteggiato a rivoluzionario, volendo liberarsi della dominazione spagnola. L'infelice Masaniello, uomo degno di miglior sorte, commise l'imprudenza di prendere sul serio i suoi compatrioti. In quindici giorni, la folla sediziosa da umile pescatore lo fece diventare generale, duca e re e, dopo averlo portato in alto, lo fece cadere, stando a guardare, con la più grande indifferenza, come lo assassinavano. Con gente di questa fatta povero chi ci si mette. Più che dar loro la libertà, meglio scrivere canzoni per loro.[1]

I quattro cavalieri dell'Apocalisse[modifica]

Incipit[modifica]

Dovevano incontrarsi alle cinque del pomeriggio nel piccolo giardino della Cappella dell'Espiazione, ma Julio Desnoyers giunse mezz'ora prima a causa di quell'impazienza da innamorato che crede di anticipare il momento dell'incontro arrivando presto. Mentre attraversava il cancello del boulevard Haussmann si rese conto all'improvviso che a Parigi il mese di luglio appartiene all'estate. L'avvicendarsi delle stagioni era per lui qualcosa di ingarbugliato in quel periodo, qualcosa che richiedeva dei calcoli.
Erano trascorsi cinque mesi dagli ultimi incontri in questa square che offre alle coppie senza meta il rifugio di una calma umida e funerea a fianco di un boulevard sempre in movimento e vicino a una grande stazione ferroviaria. L'ora dell'incontro era sempre alle cinque.

Citazioni[modifica]

  • Nel sogno di Giovanni i quattro cavalieri precedevano l'apparizione del mostro.
    I sette sigilli del libro del mistero venivano infranti dall'agnello davanti al grande trono dov'era seduto qualcuno che sembrava di marmo venato. L'arcobaleno formava intorno alla sua testa un baldacchino di smeraldo. Ventiquattro troni si stendevano a semicerchio, e su di essi sedevano ventiquattro anziani con abiti bianchi e corone d'oro. Quattro animali enormi coperti di occhi e con sei ali sembravano fare la guardia al trono maggiore. Le trombe suonavano per salutare la rottura del primo sigillo. (p. 106)

Sangue e arena[modifica]

Incipit[modifica]

Come sempre nei giorni di corrida, Juan Gallardo pranzò presto. Un pezzo di carne arrosto fu il suo unico piatto. Vino, nemmeno un assaggio: la bottiglia rimase intatta davanti a lui. Doveva restare sereno. Bevve due tazze di caffè nero e denso e si accese un enorme sigaro, rimanendo con i gomiti appoggiati sulla tavola e la mandibola sulle mani, guardando con occhi assonnati i clienti che via via entravano e si sedevano nella sala del ristorante.
Erano alcuni anni, da quando gli avevano dato "l'alternativa" nella Plaza de Toros di Madrid, che scendeva nello stesso albergo della Calle de Alcalà, dove i padroni lo trattavano come uno di casa e camerieri, portieri, sguatteri e vecchie cameriere lo adoravano come una gloria dell'esercizio.

Citazioni[modifica]

  • Passò molto tempo. Gallardo non sapeva con certezza se avesse dormito o no. Tutto a un tratto risuonò la voce di doña Sol a scuoterlo da quella pesante somnnolenza. Aveva lasciato da parte la sigaretta dalle azzurre spirali e, con voce sommessa dava risalto alle parole, imprimendovi appassionati tremori, cantava accompagnandosi al piano.
    Il torero tese gli orecchi per capire qualcosa. .. Neanche una parola. Erano canzoni straniere. «Accidenti! Perché non un tango o una soleà...? E poi si vorrebbe che un cristiano non si addormentasse!»
    Doña Sol posava le dita sui tasti, mentre i suoi occhi vagavano in alto, gettando indietro il capo, mentre il petto solido le tremava con i sospiri musicali.
    Era la preghiera di Elsa, il lamento della bionda vergine che pensava all'uomo forte, il bel guerriero invincibile per gli uomini, dolce e timido con le donne.
    Pareva sognare mentre cantava, imprimendo alle parole fremiti passionali e gli occhi le si riempivano di lacrime di commozione. L'uomo semplice e forte, il guerriero, forse era lì, dietro di lei... Perché no?
    Non aveva l'aspetto leggendario dell'altro, era rude e goffo, ma lei vedeva ancora, con la lucidità di un saldo ricordo, la gagliardia con cui pochi giorni prima era corso in suo aiuto, la sorridente fiducia con cui aveva lottato contro un animale feroce, così come gli eroi wagneriani lottavano contro draghi terrificanti. Sì, era lui il suo guerriero.
    E, scossa dai talloni fino alla radice dei capelli da un timore voluttuoso, dandosi anticipatamente per vinta, credeva di intuire il dolce pericolo che si avvicinava alle sue spalle. Vedeva l'eroe, il paladino levarsi lentamente dal divano con quei suoi occhi arabi fissi su di lei; ne sentiva i cauti passi, percepiva le mani di lui posarsi sulle sue spalle; poi un bacio infuocato sulla nuca, marchio di passione che la segnava per sempre, facendola sua schiava... Ma la romanza terminò senza che accadesse niente, senza sentire sulla schiena altra pressione che non fosse quella dei suoi fremiti di timoroso desiderio. (pp. 115-116)

La baracca[modifica]

Incipit[modifica]

L'immensa campagna si svegliò sotto lo splendore azzurro all'alba; grande fascia luminosa che si estendeva verso il Mediterraneo.
Gli ultimi usignoli, stanchi d'animare coi loro trilli quella notte d'autunno, che per il tepore dell'aria pareva di primavera, lanciavano il gorgheggio finale come se la luce dell'alba li ferisce dando loro riflessi d'acciaio. Dai tetti di paglia delle baracche uscivano gli stormi dei passeri come una truppa di monelli inseguiti e le chiome degli alberi cominciavano a tremare ai loro primi trastulli e tutta l'aria si commoveva all'agitarsi delle loro ali biricchine.

Citazioni[modifica]

  • La pulizia è il lusso del povero (p. 195)
  • L'odio della huerta gli assassinava un figlio, e adesso quel ladro uccideva il suo cavallo, sapendo ch'era necessario alla sua esistenza. Cristo! Non ce n'era abbastanza per perdere un cristiano?... (p. 216)

Incipit di Fango e canneti[modifica]

Come tutti i pomeriggi, il battello postale annunziò il suo arrivo al Palmar con parecchi squilli di buccina.
Il barcaiolo, un omettino segaligno, con un orecchio mozzo, andava di porta in porta a ricevere le commissioni da sbrigare a Valenza, e quando arrivava nei larghi che s'aprivano sull'unica strada del paese, ridava fiato alla buccina per avvertire del suo arrivo le baracche sparse lungo la sponda del canale. Un nugolo di ragazzetti seminudi seguiva il barcaiolo con una certa ammirazione. Li colmava di rispetto l'uomo che attraversava l'Albufera quattro volte al giorno per portarsi a Valenza la miglior pesca della laguna e per riportarne i mille oggetti di una città che appariva misteriosa e fantastica a quei marmocchi cresciuti su un'isola fatta di fango e canneti.

Note[modifica]

  1. Da Obras Completas, Agular, Madrid, 1979, citato in L'averno e il cielo, Napoli nella letteratura spagnola e ispanoamericana, a cura di Teresa Cirillo Sirri e José Vicente Quirante Rives, traduzione per Vicente Blasco Ibáñez di Teresa Cirillo Sirri, Libreria Dante & Descartres, Napoli, 2007, p. 68. ISBN 978-88-6157-015-3

Bibliografia[modifica]

  • Vicente Blasco Ibáñez, Fango e canneti, traduzione di Antonio Gasparetti, Rizzoli.
  • Vicente Blasco Ibáñez, I quattro cavalieri dell'Apocalisse (Los cuatro jinetes del Apocalipsis), traduzione di O. Borgia, Newton Compton, 1995.
  • Vicente Blasco Ibáñez, Sangue e arena (Sangre y arena), traduzione di Elena Clementelli, Newton Compton, 1995.
  • Vicente Blasco Ibáñez, La baracca (La barraca), traduzione di R. Gwiss Adami, Bietti, 1964.

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