Edward Morgan Forster

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Edward Morgan Forster

Edward Morgan Forster (1879 – 1970), scrittore britannico.

  • Dopo esser rimasto un'ora a tavolino, tentando invano di scrivere una commedia, intendo analizzare le cause della mia sterilità [...] 2: Insofferenza dell'unico soggetto che mi sia consentito di trattare: l'amore degli uomini per le donne e viceversa. (dal diario, 16 giugno 1911)
  • Farci sentire piccoli nel modo giusto è una funzione dell'arte; gli uomini possono farci sentir piccoli solo nel modo sbagliato. (da Two Cheers for Democracy)
  • Gli unici libri che ci influenzano sono quelli per i quali siamo pronti e che sono andati leggermente oltre nel nostro particolare cammino. (da A Book That Influenced Me)
  • Non scriverò mai più un altro romanzo dopo questo [A Passage to India]: la mia sopportazione della gente comune si è esaurita. Ma continuerò senz'altro a scrivere. Non avverto il minimo declino delle mie "facoltà". (dalla lettera a Siegfried Sassoon del 1° agosto 1923)
  • Pensare prima di parlare è la parola d'ordine del critico. Parlare prima di pensare è quella del creatore. (da Two Cheers for Democracy, The Raison d'Etre of Criticism in the Arts)
  • Perché un romanzo deve aver bisogno di progettazione? non potrebbe crescere liberamente? perché ha da concludersi così come si conclude una commedia? Non potrebbe invece espandersi? (da Aspetti del romanzo, in Romanzi, p. 1802)
  • Sarei stato un autore più celebre se avessi scritto, o meglio pubblicato, di più, ma quest'ultima cosa l'ha impedita il sesso. (dal diario, 31 dicembre 1964)
  • Se dovessi scegliere tra il tradire il mio paese e tradire il mio amico, spero di avere il fegato di tradire il mio paese. (da What I Believe, in Two Cheers for Democracy)
  • Voglio amare un giovane forte del basso ceto e essere amato da lui e persino ferito da lui. Ecco per che cosa ero nato, e pensare che ho voluto scriver romanzi rispettabili... (dall'agenda personale, 1935)

Camera con vista[modifica]

Incipit[modifica]

– La signora non doveva fare una cosa simile – disse la signorina Bartlett. – Non doveva farla assolutamente. Ci ha promesso delle stanze a sud, vicine e con una bella vista; invece queste sono stanze a nord, guardano su un cortile e sono molto distanti una dall'altra. Oh, Lucy!
– E per giunta è una cockney – disse Lucy che l'inaspettato accento della signora aveva molto rattristato. – Sembra di essere a Londra. – Guardò le due file di inglesi seduti a tavola; la fila di bottiglie del'acqua, bianche, e delle bottiglie di vino, rosse, che correva tra gli inglesi: i ritratti della defunta Regina e del defunto poeta laureato che erano appesi dietro la schiena degli inglesi in una pesante cornice; l'avviso della Chiesa Inglese (Reverendo Cuthbert Roger, A. Oxon), che erano l'unica decorazione della parete. – Charlotte, non sembra anche a te di essere a Londra? faccio fatica a credere che appena fuori dall'uscio ci sono tante cose diverse. Probabilmente è perché sono stanca.
– Questa carne è certamente già stata adoperata per fare il brodo – disse la signorina Bartlett, posando la forchetta.
– Desideravo tanto di vedere l'Arno. Le camere che la signora ci ha promesso nella lettera dovevano guardare sull'Arno. La signora non doveva proprio fare una cosa simile. Oh, è una vergogna!
– Per me va bene qualsiasi buco, – continuò la signorina Bartlett; – ma è ben triste che tu debba avere una camera senza vista.

[Edward Morgan Forster, La finestra sull'Arno (A room with a view), traduzione di ARJO, Edizioni S.A.I.E. Torino, 1954.]

Citazioni[modifica]

  • È così difficile – almeno, io lo trovo così difficile – capire le persone che dicono la verità. (Mr Beebe: cap. 1, 1994, p. 21)
  • Si possono perdere ore preziose a contemplare futilità del genere, e al viaggiatore giunto in Italia per studiare i valori tattili di Giotto, o la corruzione del papato, può capitare di tornarsene al suo paese senza ricordare nulla se non il cielo azzurro e gli uomini e le donne che vivono sotto di esso. (cap. 2, 1994, p. 26)
  • C'è molto di immortale in questa figura di donna medievale. I draghi non ci sono più, e nemmeno i cavalieri, ma lei ancora aleggia tra noi, ha regnato in molti castelli della prima epoca vittoriana ed è stata regina di molte canzoni di quel periodo. È bello proteggerla nelle pause tra un affare e l'altro, è bello renderle omaggio quando ha preparato una buona cena. Ma ahimè! Quella creatura va degenerando. Anche nel suo cuore spuntano strani desideri. Anche lei si è innamorata della forza dei venti, degli orizzonti ampi e delle verdi distese del mare. Anche lei ha cominciato a conoscere le vie del mondo, ha visto com'esso è pieno di ricchezza, di bellezza e di guerre – una crosta radiosa, costruita attorno a un fuoco centrale, che ruota verso una prospettiva di cieli in fuga. Gli uomini sostengono che è lei a ispirarli, e intanto si muovono gioiosamente sulla superficie, fanno piacevolissimi incontri con altri uomini; felici non perché sono maschi, ma perché sono vivi. Ma prima che lo spettacolo finisca lei vorrebbe rinunciare al nobile titolo di Eterno Femminino e parteciparvi col proprio io transitorio. (cap. 4, 1994, p. 47)
  • Delle tante cose che Lucy stava notando quel giorno, una delle più interessanti era questa: la macabra attrazione che provano le persone rispettabili per i fatti di sangue. Solo George Emerson aveva mantenuto un atteggiamento incredibilmente puro. (cap. 5, 1994, p. 57)
  • È difficile che i pensieri di un vetturino, per quanto acuti, influenzino la vita dei suoi clienti. Egli era il più competente tra gli oppositori di Miss Bartlett, ma era anche, senza alcun dubbio, il meno pericoloso. (cap. 7, 1994, p. 72)
  • A volte il nostro bisogno di un segno di comprensione è così grande che non ci importa cosa significhi esattamente o quanto dovremo pagarlo in seguito. (cap. 7, 1994, p. 72)
  • Sentirsi perdonare le proprie manchevolezze non è meno piacevole che perdonarle agli altri. Per un attimo intravidero le immense possibilità del bene. (cap. 7, 1994, p. 73)
  • Nell'istante preciso in cui era stata sul punto di darlo, il suo giudizio, era intervenuta la voce di sua cugina e, da allora in poi, era stata Miss Bartlett a dominare il gioco; Miss Bartlett che, la ragazza lo poteva sentire da una fessura nella parete che separava le due camere, stava ancora sospirando; Miss Bartlett, che in realtà non era stata né comprensiva né umile né incoerente. Aveva agito da vera artista. Per un po' – per anni, in realtà – i suoi interventi erano stati poco rilevanti, ma alla fine era riuscita a presentare alla ragazza l'immagine completa di un mondo privo di allegria e di amore, nel quale i giovani corrono verso la distruzione, fino a che non si fanno accorti; un mondo vergognoso fatto di precauzioni e barriere che possono sì tener lontano il male, ma che non possono procurare il bene, a giudicare dalle condizioni di coloro che più ne hanno fatto uso per proteggersi. (cap. 7, 1994, p. 79)
  • Ha uno strano potere, il fidanzamento, perché influisce non solo sulle labbra, ma anche sul cuore. Si può paragonare – e le due cose si possono ben confrontare, perché hanno la stessa rilevanza – a quello che esercita su di noi il tempio di una fede diversa dalla nostra. Da fuori, possiamo deriderlo, o dichiararlo fasullo, o tutt'al più fare un po' di sentimentalismo. Ma quando siamo dentro, anche se i santi e gli dèi non sono i nostri, ci comportiamo come veri credenti, per non recare oltraggio ai veri credenti che possano trovarsi lì. (cap. 9, 1994, p. 92)
  • Avere dei segreti presenta questo inconveniente: perdiamo il senso delle proporzioni e non ci rendiamo più conto se il nostro segreto è importante o no. (cap. 11, 1994, p. 114)
  • Diffida di ogni impresa che richieda abiti nuovi. (Motto scritto sull'armadio degli Emerson: cap. 12, 1994, p. 117)
  • Se è facile raccontare la vita, ben più difficile è viverla, e siamo tutti dispostissimi a chiamare in causa «i nervi», o qualsiasi altra parola d'ordine che serva a occultare i nostri desideri. Lucy amava Cecil; George la rendeva nervosa; s'incaricherà il lettore di spiegarle che i termini delle due frasi avrebbero dovuto essere invertiti? (cap. 14, 1994, p. 132)
  • «La quantità di gentilezza disponibile è limitata, proprio come è limitata la quantità di luce», continuò George in tono misurato. «Ovunque ci troviamo, noi proiettiamo un'ombra su qualcosa, ed è inutile spostarsi continuamente da un posto all'altro per migliorare le cose, perché l'ombra ci viene dietro. Bisogna scegliere un posto dove non si fa danno, e rimanerci ben saldi, affrontando la luce del sole.» (cap. 15, 1994, p. 139)
  • – C'è una certa quantità di gentilezza nel mondo così come c'è una determinata quantità di luce – continuò George in tono pacato – Si fa ombra su qualcosa quando si sta in piedi e non serve muoversi da una parte all'altra per salvare le cose. L'ombra ci segue sempre. Scegliere un luogo dove non si possa fare del male... sì, scegliere un posto nel quale non possiamo fare troppo male e rimanervi, per quanto vi riesce, di fronte al sole. (1954, p. 188-189)
  • Non era il caso di pensare, né di provare dei sentimenti. Lucy smise di cercare di capire sé stessa, e si unì alle vaste schiere degli ottenebrati, che non seguono né il cuore né il cervello, e marciano verso il loro destino sotto l'insegna di una parola d'ordine. Queste schiere sono gremite di persone caritatevoli e pie, che però si sono arrese all'unico nemico che conta veramente – il nemico interiore. Hanno peccato contro la passione e la verità, e ogni loro affannosa rincorsa di una verità sarà vana. Col passare degli anni, diventano oggetto di critiche. La loro carità e la loro pietà mostrano delle crepe, il loro acume diventa cinismo, la loro generosità ipocrisia; dovunque vadano non producono che malessere. Hanno peccato contro Eros e contro Pallade Atena, e non sarà grazie a un intervento celeste, bensì grazie al normale corso della natura che quelle divinità alleate otterranno vendetta. (cap. 17, 1994, p. 159)
  • Se gli ideali rendono un giovane villano, è meglio che se ne liberi al più presto [...]. (1954, p. 167)
  • [...] e per quanto intelligenti possano essere i giovani e per quanti libri possano aver letto, non potranno mai immaginare cosa significa invecchiare. (1954, p. 173)
  • Il desiderio di comandare la donna, è molto profondo e l'uomo e la donna lo debbono combattere insieme prima di poter entrare nel giardino. (1954, p. 207)
  • La sua fede nel celibato, così reticente, e così prudentemente nascosta sotto la sua tolleranza e la sua cultura venne ora alla superficie e si allargò come un fiore delicato. «Quelli che si sposano fanno bene, ma quelli che non si sposano fanno ancor meglio». Così si esprimeva la sua fede, e non sentiva mai di un fidanzamento rotto se non con un leggero senso di compiacimento. (1954, p. 233)
  • «La vita» ha scritto un mio amico «è un pubblico concerto di violino nel quale voi dovete imparare a suonare lo strumento man mano che suonate». (1954, p. 251)

Casa Howard[modifica]

Incipit[modifica]

Possiamo anche cominciare con le lettere di Helen alla sorella.
Casa Howard, martedì
Carissima Meg,
non è come ce l'aspettavamo. È vecchia e piccola e nel complesso deliziosa... in mattoni rossi. Già ora, noi ci stiamo dentro a stento e il Cielo sa cosa accadrà domani, quando Paul (il figlio più giovane) arriverà. Dall'atrio si va a destra o a sinistra, nella sala da pranzo o nel salotto. L'atrio stesso è praticamente una stanza. Apri un'altra porta e trovi le scale che vanno, attraverso una specie di galleria, al primo piano. Qui, tre camere da letto in fila e tre, sempre una accanto all'altra, sopra nell'attico. Questa non è propriamente tutta la casa, ma è tutto quello che si vede: nove finestre guardando in alto, dal giardino.
Poi c'è un grandissimo olmo dalle foglie larghe e dai lunghi rami, sulla sinistra, piegato un poco sopra la casa, e situato al confine, tra il giardino e il prato. Quest'albero io l'amo già tanto. Anche olmi comuni, querce non più brutte delle normali querce, peri, meli e una vite. Niente betulle argentate, però. Ma devo venire al padrone e alla padrona di casa. Volevo solo mostrarti che non è per nulla quello che ci aspettavamo. Perché mai avevano stabilito che la loro casa dovesse essere tutta timpani e labirinti e il loro giardino tutto vialetti di color giallo? Semplicemente, credo, perché li associavano con alberghi costosi; la signora Wilcox che avanza in begli abiti per lunghi corridoi, il signor Wilcox che tiranneggia i facchini, ecc. Noi donne siamo così ingiuste.

[Edward Morgan Forster, Casa Howard (Howard End), traduzione di Enrico La Stella, G.T.E. Newton Compton editori, 1993.]

Citazioni[modifica]

  • La verità era che si era innamorata, non di un individuo, ma di una famiglia. [...] Uno per uno tutti i feticci degli Schlegel erano stati rovesciati e, pur professando di difenderli, ella ne aveva goduto. (cap. 4, p. 48-9)
  • Noi non ci occupiamo dei poverissimi. Questi sono inimmaginabili e li possono avvicinare solo gli esperti di statistica o i poeti. La nostra storia tratta della gente di buona famiglia, o di coloro che sono obbligati a far finta di esserlo. (cap. 6, p. 67)
  • [I maschi Wilcox erano] l'equivalente sociale di un'automobile; [la signora Wilcox] una manciata di fieno. (cap. 9)
  • Quando pensiamo che i morti siano traditori e assurdi, abbiamo fatto un bel pezzo di strada verso il riconciliarci con la loro dipartita. Quel biglietto, scarabocchiato a matita, era tanto poco pratico quanto crudele e diminuiva immediatamente il valore della donna che l'aveva scritto. (cap. 11, p. 116)
  • Come osano gli Schlegel disprezzare i Wilcox, quando ci vogliono persone d'ogni genere per fare un mondo? (cap. 12, p. 119)
  • La carriera meglio riuscita deve mostrare uno spreco di forza che avrebbe potuto smuovere le montagne e la meno riuscita non è la carriera dell'uomo che è stato colto impreparato, ma di quello che si è preparato e non è mai stato colto. (cap. 12, p. 122)
  • La proprietà feudale della terra conferiva dignità, mentre la moderna proprietà di beni mobili ci riduce nuovamente a un'orda nomade. Stiamo tornando alla civiltà del bagaglio e gli storici del futuro rileveranno come le classi medie abbiano accresciuto i propri possessi senza mettere radici nella terra, trovando forse in questo il segreto della loro povertà d'immaginazione. (cap. 17, p. 161)
  • In questa pacifica dimora, la natura sta producendo Wilcox perché possano ereditare la terra. (cap. 21, p. 193)
  • No; la verità, essendo viva, non sta a metà strada di nulla. Bisogna soltanto trovarla con puntate continue in entrambi i regni e, sebbene la misura fosse il segreto ultimo, sposarla all'inizio significa assicurarsi la sterilità. (cap. 23, p. 201)
  • Senza dubbio si era coperta di vergogna. Ma aveva la sensazione che l'intero viaggio da Londra fosse stato irreale. Essi non avevano nulla a che vedere con la terra e le sue emozioni. Erano polvere, e cattivo odore, e chiacchiere cosmopolite, e la ragazza il cui gatto era stato ucciso aveva vissuto più profondamente di loro. (cap. 25, p. 218)
  • Nel complesso ella parteggiava per gli uomini come sono. Henry avrebbe salvato i Bast come aveva salvato Casa Howard, mentre Helen e i suoi amici discutevano sull'etica della salvazione. Quello di Henry era un metodo a casaccio, ma il mondo era stato costruito a casaccio e la bellezza delle montagne, dei fiumi e dei tramonti può essere soltanto la vernice con cui l'artefice inesperto nasconde le giunture. (cap. 26, p. 233)
  • Ma i Wilcox non sono parte di quel luogo, né di nessun altro. I loro nomi non ricorrono nel registro della parrocchia. Non sono i loro spettri che sospirano tra gli ontani la sera. Sono entrati precipitosamente nella valle e precipitosamente ne sono usciti, lasciando un po' di polvere e un po' di denaro dietro di sé. (cap. 30, p. 250)
  • Margaret restò zitta. Il matrimonio non l'aveva salvata dal senso del continuo fluire. Londra era soltanto una pregustazione di questa civiltà nomade che sta mutando in modo così profondo la natura dell'uomo e conferisce ai rapporti umani un'importanza che non hanno mai avuto prima. Nel cosmopolitismo, se verrà, non riceveremo alcun aiuto dalla terra. Alberi e prati e montagne saranno soltanto uno spettacolo e la forza vincolante che esercitavano un tempo sul carattere dovrà essere affidata unicamente all'Amore. Possa l'Amore essere all'altezza del compito! (cap. 31, p. 260)
  • E la futilità scomparve dai loro visi, pur lasciando qualcosa dietro di sé: la consapevolezza che esse non avrebbero mai potuto essere divise, perché il loro affetto era radicato in cose comuni. Spiegazioni e appelli non avevano avuto successo; avevano cercato un punto d'incontro comune e si erano soltanto rese infelici l'un l'altra. E intanto la loro salvezza stava tutt'intorno a loro: il passato che santifica il presente; il presente, con il suo tremendo batticuore, il quale dichiara che dopo tutto vi sarà un futuro, con risa e voci di bimbi. (cap. 37, p. 294)
  • «Basta!» gridò. «Tu vedrai il nesso, anche se dovesse ucciderti, Henry! Tu hai avuto un'amante, io ti ho perdonato. Mia sorella ha avuto un amante, tu la metti fuori di casa. Vedi il nesso? Stupido, ipocrita, crudele... ah, spregevole... un uomo che insulta sua moglie quando è viva e parla ipocritamente di lei quando è morta. Un uomo che rovina una donna per il suo piacere e la butta via perché rovini altri uomini. E dà cattivi consigli finanziari, per poi dire di non esserne responsabile. Tu sei questi uomini. Non puoi riconoscerli, perché non sai connettere le cose. Ne ho avuto abbastanza della tua incolta gentilezza. Ti ho viziato abbastanza a lungo. Per tutta la vita sei stato viziato. La signora Wilcox lo ha fatto. Nessuno ti ha mai detto cosa sei: confuso, criminalmente confuso. Gli uomini come te usano il pentimento come un paraocchi, perciò non pentirti. Di' soltanto a te stesso: "Quello che ha fatto Helen, anch'io l'ho fatto".» (cap. 38, p. 302)
  • La morale ci può dire che l'assassinio è peggiore del furto e classificare la maggior parte delle colpe secondo un ordine che tutti devono approvare, ma non può classificare Helen. Quanto più sicuri sono i suoi pronunciamenti su questo punto, tanto più possiamo essere certi che non è la morale a parlare. Cristo fu evasivo quando lo interrogarono. Sono le persone incapaci di connettere quelle che scagliano la prima pietra. (cap. 40, p. 306)
  • «Salvo la signora Wilcox, cara, nessuno capisce i nostri piccoli movimenti.»
    «Perché nella morte... sono d'accordo.»
    «Non proprio. Ho la sensazione che tu e io e Henry siamo soltanto frammenti della mente di quella donna. Lei sa tutto. Lei è tutto. È la casa e l'albero che si piega su di essa. Le persone hanno una morte propria così come hanno una vita propria e anche se non c'è nulla oltre la morte saremo diversi nel nostro annullamento. Non posso credere che una conoscenza come la sua perisca con una conoscenza come la mia. Lei conosceva le cose reali. Sapeva quando le persone erano innamorate, anche se non era nella stanza. Io non ho alcun dubbio che capisse quando Henry la tradì.» (cap. 40, p. 307)
  • Erano passati quattordici mesi, tuttavia Margaret stava ancora a casa Howard. Non le era venuto in mente alcun piano migliore. Il prato veniva falciato di nuovo, i grandi papaveri rossi si riaprivano nel giardino. Poi sarebbe venuto luglio con i piccoli papaveri rossi tra il grano, agosto con la mietitura. Questi piccoli avvenimenti sarebbero divenuti parte di lei, anno dopo anno. Ogni estate avrebbe temuto che il pozzo rimanesse asciutto, ogni inverno che i tubi gelassero; ogni forte vento d'occidente poteva abbattere l'olmo e portare la fine di ogni cosa, perciò ella non poteva né leggere né pensare quando il vento soffiava da ovest. (cap. 44)
  • È geralmente riconosciuto che la Quinta Sinfonia di Beethoven è il rumore più sublime che abbia mai penetrato l'orecchio dell'uomo. Soddisfa gente di tutti i tipi e di tutte le condizioni. (cap. quinto, p. 37, La Stella)
  • Credere nella gente è un lusso al quale possono indulgere solo i ricchi; i poveri non possono permetterselo. (cap. quinto, p. 39, La Stella)
  • La barriera del sesso, benché decrescente tra le persone civili, è ancora alta, e più alta dalla parte delle donne. (cap. ottavo, p. 59, La Stella)
  • Quando pensiamo al defunto come insieme traditore e assurdo, siamo andati molto avanti verso la riconciliazione con noi stessi per la sua dipartita. (cap. undicesimo, p. 82, La Stella)
  • Un funerale non è la morte, più di quanto il battesimo non sia la nascita, o il matrimonio l'unione. Tutti e tre sono espedienti che arrivano ora troppo tardi, ora troppo presto, con cui la società registra i rapidi movimenti dell'uomo. (cap. dodicesimo, p. 84, La Stella)

Il viaggio più lungo[modifica]

Incipit[modifica]

«La mucca è qui» disse Ansell accendendo un fiammifero e tenendolo alto per rischiarare il tappeto. «Qui ed ora» ribadì quando il fiammifero si spense.
«Non hai provato che c'è» disse qualcuno.
«L'ho provato a me stesso.»
«E io ho provato a me stesso che non c'è.»
Filosofia. Stavano discutendo sull'esistenza reale degli oggetti.
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Citazioni[modifica]

  • Assurdità e bellezza hanno stretti rapporti l'una con l'altra.
  • L'artista non è un muratore, ma un cavaliere, al quale tocca d'afferrare Pegaso d'un colpo, e non di prepararsi a lui montando puledri più docili. È un lavoro duro, violento, generalmente antipatico, ma non è sgobboneria. Perché la sgobboneria non è arte, né può portare ad essa.

La vita che verrà[modifica]

  • Ma Harold non se la cavava così a buon mercato, perché Sir Edwin, per la prima volta, era totalmente incapace di capirlo. Fin allora aveva creduto di capirlo benissimo. Il carattere di Harold era così elementare... consisteva in due cose o poco più, la facoltà di amare e il desiderio di verità, e Sir Edwin, sull'esempio di tanti pensatori più esperti di lui, aveva concluso che quanto non è complicato non può essere misterioso. Analogamente, poiché l'intelletto di Harold non s'impegnava nell'acquisizione dei fatti o nell'analisi delle emozioni, egli aveva concluso che il giovane era stupido. Ora però, unicamente perché Harold era in grado di addormentarsi grazie a uno stratagemma inspiegabile, Sir Edwin subodorava in lui un mistero e si sentiva offesissimo. (da L'albergo Empedocle: p. 42)
  • Solamente lo sportivo in atto di uccidere qualcosa vive la vita perfetta dell'aria aperta. [...] se la godeva a stroncare una vita, come succede a tutti coloro che sono realmente in contatto con la natura. (da La busta purpurea)
  • «Non è mai troppo tardi,» disse il signor Pinmay, permettendo un lento movimento avvolgente del corpo, l'ultimo che quel corpo avrebbe mai eseguito. «La misericordia di Dio è infinita e sopporta in perpetuo. Egli ci concederà altre occasioni. Abbiamo errato in questa vita ma non potremo errare nella vita che verrà.»
    Parve che il morente trovasse conforto, alla fine. «La vita che verrà,» ripeté in un soffio, ma più distintamente. «L'avevo dimenticata. Sei sicuro che viene?»
    «Ne era sicura perfino la tua falsa religione d'un tempo.»
    «E ci incontreremo in quella vita, tu e io?» domandò Vithobai, con una carezza tenera e tuttavia riverente.
    «Senza fallo, se osserviamo i comandamenti di Dio.»
    «Ci conosceremo di nuovo l'un l'altro?»
    «Sì, con tutta la conoscenza spirituale.»
    «E ci sarà l'amore?»
    «Nel senso reale e veritiero, ci sarà.»
    «Amore reale e veritiero! Ah, questo dev'essere gioioso.» La voce divenne più sonora, gli occhi ebbero una bellezza austera mentre egli abbracciava l'amico, che le vicende terrene avevano diviso da lui per tanto tempo. Presto Dio avrebbe prosciugato tutte le lacrime. «La vita che verrà!» urlò. «Vita, vita, vita eterna. In quella vita aspettami.» E trafisse il missionario nel cuore. (da La vita che verrà: p. 107)
  • Clesant sospirò. Guardò quelle braccia, ora rigidamente incrociate, e provò un desiderio struggente di sentirsene cingere. Non aveva che a dire: «Benissimo, cambierò medico,» perché immediatamente... ma non ebbe un istante di incertezza. La vita fino al 1990 o anche al 2000 esigeva la precedenza assoluta. «Woolacott mantiene vivi i suoi pazienti,» asserì caparbio. (da Il dottor Woolacott, 2: p. 117)
  • Urrà! Urrà! Trombare non conta. (da Che cosa importa?: p. 170)
  • I pottibakiani danno prova di grande riserbo. Coltivano le loro terre, si son rivelati improvvisamente dotati di temperamento artistico, e si dice che abbiano dato vita a una nobile letteratura che tratta pochissimo del sesso. Questo è un enigma per noi, come lo è l'indissolubilità del matrimonio, un provvedimento in pro del quale la chiesa ha vanamente battagliato altrove. Paga del trionfo qui ottenuto, essa si dà oggi anima e corpo al benessere della nazione, e l'archimandrita di Praz ha reinterpretato certi passi della Scrittura o li ha decretati spuri. Permangono parecchi punti oscuri, soprattutto perché ci mancano i dati atti a spiegare il periodo di transizione, e siccome non abbiamo modo di procurarci i romanzi di Alekko, non possiamo neppure risalire le tappe attraverso le quali gli impulsi della natura furono convertiti in patrimonio nazionale. Pare, tuttavia, che si siano succeduti tre stadi: dapprima i pottibakiani si vergognarono di fare quel che volevano, poi assunsero un atteggiamento aggressivo al riguardo, e ora fanno ciò che vogliono. E qui debbo lasciarli. Ne sentiremo parlar poco in avvenire, giacché le potenze limitrofe non osano dichiarar loro la guerra. Esse ritengono, forse a giusto motivo, che il paese sia diventato così infetto, che qualora se lo annettessero, ne promuoverebbero solo l'espansione. (da Che cosa importa?: p. 174)

Maurice[modifica]

  • Ognuno di noi, in qualche punto del suo essere, professa un credo per cui è pronto a morire. Solamente, non è improbabile che a indicartelo siano stati i tuoi genitori e custodi? Se un credo esiste, non sarà piuttosto una parte della tua carne e del tuo spirito? Mostramelo dunque, e smettila di spacciar luoghi comuni sul tipo della "Redenzione" o della "Trinità". (Clive a Maurice: cap. 7, p. 76)
  • Durham non poté aspettare. Erano circondati da parecchi giovani, ma i suoi occhi divennero intensamente azzurri e sussurrò: «Ti amo».
    Maurice fu scandalizzato, atterrito. Sconvolto fin nel profondo della sua anima suburbana, esclamò: «Ah, che scemenza!». Le parole, il tono, gli sfuggirono prima che potesse richiamarli: «Durham, tu sei inglese. Lo sono anch'io. Non mi offendo perché capisco che non intendevi offendermi, ma questo è troppo, questo è l'unico argomento che supera ogni limite, come tu sai, è il peggior delitto sotto il sole e non devi parlarne mai più. Durham! Sul serio, che idea stomachevole...» (cap. 9, p. 86)
  • La pazzia non è da tutti, ma quella di Maurice risultò il fulmine che scaccia le nuvole. Il temporale non andava covando da tre giorni, come lui si figurava, bensì da sei anni. Aveva fermentato nelle tenebre dell'essere che nessun occhio perfora, l'atmosfera in cui lui era vissuto l'aveva addensato. Era esploso, e lui non era morto. Attorniato dal fulgore del giorno, sostò sulla catena montuosa che adombra la giovinezza, e vide. [...] Ogni cosa appariva talmente chiara, adesso. Aveva mentito. Era stato «rimpinzato di bugie,» così si espresse tra sé, ma le bugie erano il cibo naturale della fanciullezza, e lui se n'era pasciuto con ingordigia. La prima risoluzione che prese fu di essere più cauto in avvenire. Avrebbe vissuto lealmente, non perché importasse a nessuno, ormai, ma per stare al gioco. Non avrebbe più – ecco la prova cruciale – finto di interessarsi alle donne quando l'unico sesso che lo attraeva era il suo. Amava gli uomini e sempre li aveva amati. Smaniava dalla voglia di abbracciarli e di fondere il proprio essere nel loro. Ora, nel momento in cui l'uomo che ricambiava il suo amore era perduto, ora lo ammetteva. (cap. 10, p. 89)
  • Dopo quella crisi Maurice diventò un uomo. Fin allora – posto che si possa fare una stima degli esseri umani – non era valso l'affetto di nessuno, essendo stato convenzionale, meschino, infido verso il prossimo perché lo era verso sé stesso. Ora viceversa aveva da offrire il dono più pregiato. L'idealismo e la brutalità che avevano segnato il cammino della fanciullezza si erano finalmente uniti e intrecciati a comporre l'amore. Forse, di questo amore, nessuno avrebbe voluto saperne, ma lui non poteva vergognarsene perché era «lui», non corpo o anima, e nemmeno corpo e anima, ma «lui» che operava attraverso l'uno e l'altra. Continuava a soffrire, e tuttavia un senso di trionfo si era formato altrove. La sofferenza gli aveva indicato una nicchia al di là del giudizio del mondo, dove gli era consentito rifugiarsi. (cap. 11, p. 90)
  • Da principio Clive stentò a creder a tanta fortuna: ritenne che dovesse esserci qualche malinteso, e che lui e Platone alludessero a cose diverse. Dopo però si avvide che il temperante pagano lo comprendeva effettivamente e che, sorvolando la Bibbia invece di osteggiarla, gli offriva una nuova guida di vita. (cap. 12, p. 100)
  • Consapevole che la vita stava facendosi più stupefacente di giorno in giorno, rimase zitto. Possibile che fosse il medesimo individuo che appena otto mesi prima si era sentito così sbalestrato davanti a Risley? Cos'era che aveva approfondito la sua visuale? Un plotone dopo l'altro, gli eserciti dell'umanità stavano diventando vivi. Vivi, ma leggermente assurdi: lui, lo fraintendevano così totalmente, ed esponevano la loro debolezza proprio quando si giudicavano più perspicaci. Non poté trattenere un sorriso. (cap. 17, p. 131)
  • Gli uomini non vi avevano mai corrisposto... non pensavano che lui li ammirasse, ed erano ignari o perplessi. Mentre le donne davano per scontata la sua ammirazione: potevano mostrarsi offese o pudiche ma capivano, e gli porsero il benvenuto in un mondo di reciprocità deliziosa. Dal principio alla fine della scarrozzata Clive fu raggiante. Come rendevano felice la loro vita le persone normali! (cap. 24: 1972, p. 157)
  • Eppure stava facendo una bella cosa: stava dimostrando come poco possa bastare all'anima per sussistere. Privo di nutrimento sia del cielo che della terra, Maurice andava avanti per la sua strada, lume che si sarebbe spento se fosse vero il materialismo. Non aveva un Dio, non aveva un amante... i due consueti incentivi alla virtù. Ma continuava a combattere dando le spalle alla vita facile, perché lo esigeva la dignità. Non c'era nessuno ad osservarlo, e nemmeno si osservava lui stesso, ma le battaglie come la sua sono le imprese supreme dell'umanità, e superano tutte le leggende del paradiso.
    Non lo aspettavano compensi di sorta. Quel suo operato, come tante altre cose già scomparse, sarebbe caduto in rovina. Ma lui non cadde con esso, e i muscoli che si erano sviluppati nel frattempo, rimasero validi per un uso diverso. (cap. 28, p. 188)
  • Il dottor Barry aveva dato il miglior consiglio che fosse in grado di dare. Non aveva letto opere scientifiche sul soggetto che interessava Maurice, giacché non ne esistevano quando lui studiava medicina, e tutte le pubblicazioni successive erano in tedesco, e quindi sospette. Alieno per temperamento dall'affrontare quel tema, sanciva di buon animo il verdetto del consorzio civile: vale a dire, il suo verdetto era di natura teologica. Riteneva che soltanto gli esseri più depravati potessero dare una capatina in quel di Sodoma e perciò, quando un uomo di buoni antecedenti e fisico sano confessava di avere la tendenza, «corbellerie, corbellerie!» era la risposta che gli veniva spontanea. (cap. 32, p. 206)
  • [Clive:] La segretezza gli si confaceva, o perlomeno lui la adottò senza rimpianti. Non aveva mai avuto la mania di chiamar le cose col loro nome, e nonostante apprezzasse il corpo, l'atto sessuale di per sé gli sembrava davvero prosaico, e riteneva ottimo espediente ammantarlo nel velo della notte. Fra uomini è imperdonabile, fra uomo e donna si può praticarlo, dal momento che lo approvano tanto la Natura quanto la società, mai però discuterlo o gloriarsene. Il suo ideale del matrimonio era sobrio e delicato, come tutti gli altri suoi ideali, e trovò una collaboratrice perfetta in Anne, ch'era raffinata anche lei e ammirava la raffinatezza nel prossimo. Si amarono teneramente, li ricevettero belle convenzioni... mentre Maurice andava errando al di là della barriera con le parole sbagliate sulle labbra e i desideri sbagliati nel cuore e con le braccia piene di aria. (cap. 33, p. 212)
  • Fu come se la barriera che lo isolava dagli altri avesse preso un aspetto diverso: Maurice non provò più paura né vergogna. In fin dei conti, le foreste e la notte parteggiavano per lui, non per loro; loro, non lui, si trovavano confinati in una siepe di cinta. Lui aveva agito male e subiva tuttora la punizione: male, sicuro, perché aveva tentato di ricavare il meglio da tutti e due i mondi. «Eppure,» insisté, «io debbo vivere nella mia classe, è un fatto categorico.» (cap. 42, p. 275)
  • «Che tu mi voglia un briciolo di bene, lo credo», ammise, «ma non posso far dipendere la mia vita da così poco. Neanche tu saresti disposto a far lo stesso. Tu fai dipendere tutta la tua vita da Anne. Non ti curi di appurare se i tuoi rapporti con lei sono o non sono platonici, ti basta sapere che sono più che sufficienti a farne dipendere una vita. Io non posso far dipendere la mia vita dai cinque minuti che rubi a lei e alla politica per intrattenerti con me. Per me faresti qualsiasi cosa, salvo vedermi. Ecco qual è stata la situazione dal principio alla fine di quest'anno d'inferno. Mi metti a disposizione la tua casa e ti dai una pena infinita per ammogliarmi, perché il mio matrimonio ti permetterebbe di lavarti le mani di me. Sì, mi vuoi bene, lo so», Clive si preparava a protestare, «ma è così poco che non merita neanche di parlarne, e non mi ami. Un tempo fui tuo fino alla morte e lo sarei rimasto se ti fosse importato di non perdermi, ma oggi sono un altro». (cap. 46, 1972, pp. 315-316)

Monteriano[modifica]

  • Ma adesso è veramente una Vita Nuova, perché noi siamo tutti d'accordo. Allora tu eri ancora infatuato dell'Italia. Può essere piena di bellissimi quadri e di chiese, ma non possiamo giudicare un paese che dai suoi uomini. (signora Herriton, cap. V, p. 91)
  • Le donne non si sentono mai a loro agio fino a che non proclamano ad alta voce i loro torti. (Philip, cap. V, p. 97)
  • «[...] La società è insormontabile... fino a un certo punto. Ma la sua vera vita le appartiene, e niente la può toccare. Non c'è potenza al mondo che possa impedirle di criticare e disoprezzare la mediocrità... niente che possa impedirle di ritirarsi nello splendore e nella bellezza... nei pensieri e nelle convinzioni che costituiscono la vita reale... il suo vero io.»
    «Finora non ho mai fatto questa esperienza. Certamente, il mio io e la mia vita devono essere dove io vivo.» (Philip e Catherine, cap. V, p. 98)
  • La signorina Abbott aveva avuto anche lei una serata meravigliosa, né ricordava d'aver mai visto simili stelle e un tale cielo. La sua testa, anch'essa, era piena di musica, e quella notte, quando aprì la finestra, la sua camera si riempì di aria calda e dolce. Era immersa nella bellezza, di dentro e di fuori; non poteva andare a letto per la felicità. Era mai stata così felice? Sì, una volta; e proprio qui, una sera in marzo, la sera in cui Gino e Lilia le avevano parlato del loro amore... la sera i cui mali era venuta adesso a riparare.
    Emise un improvviso grido di vergogna. «Quest'ora... lo stesso posto... la stessa cosa,» — e incominciò a mortificare la sua felicità, sapendo che era colpevole. Era qui per combattere contro questo luogo, per portare in salvo una piccola anima che era ancora innocente. Era qui per difendere la moralità e la purezza, la santità della vita di una famiglia inglese. Quella primavera, aveva peccato per ignoranza; adesso non era più ignorante. «Signore, aiutatemi!» gridò, e chiuse la finestra come se ci fosse della magia nell'aria che la circondava. Ma le melodie non le uscivano dalla testa, e per tutta la notte fu turbata da torrenti di musica, da applausi e da risate, e da giovanotti arrabbiati che urlavano il distico del Baedeker:
    Poggibonizzi, fatti in là,
    che Monteriano si fa città!

    Poggibonsi le si rivelò mentre quelli cantavano — un luogo sperduto e senza gioia, pieno di gente insincera. Quando si destò riconobbe che quel luogo era Sawston. (cap. VI, p. 153)
  • Lei tacque. Quest'individuo crudele, pieno di vizi, conosceva strane raffinatezze. L'orribile verità, che persone cattive siano capaci d'amore, era lì nuda davanti a lei, e il suo essere morale ne rimase confuso. Era suo dovere portare in salvo il bambino, salvarlo dalla contaminazione, e lei aveva intenzione di fare il suo dovere. Ma il confortevole senso della virtù l'abbandonò. Si trovava in presenza di qualcosa di più grande del bene e del male. (cap. VII, p. 168)
  • «Niente affatto. Combatta come se pensasse che noi abbiamo torto. Oh, a che serve tutto il suo equilibrio di giudizio se non decide mai con la sua testa? Chiunque l'afferra e le fa fare quello che vuole. E lei vede dentro di loro e ne ride... ma lo fa. Non basta avere le idee chiare; io ho la testa confusa e stupida, e non valgo la quarta parte di lei, ma ho cercato di fare quello che al momento mi è sembrato giusto. E lei... il suo cervello e il suo intuito sono splendidi. Ma quando vede quello che è giusto, è troppo indolente per farlo. Una volta mi disse che saremo giudicati per le nostre intenzioni, non per quello che abbiamo effettivamente fatto. Mi è sembrata un'osservazione splendida. Ma dobbiamo avere l'intenzione di fare... non starcene seduti su una sedia con le nostre intenzioni.»
    «Lei è meravigliosa!» egli disse gravemente.
    «Oh, lei mi apprezza!» lei proruppe di nuovo. «Vorrei che non m'apprezzasse. Lei ci apprezza tutti... vede il bene in tutti noi. E intanto lei è sempre morto... morto... morto. Ora, per esempio, perché non s'è arrabbiato? Gli si avvicinò, con un improvviso cambiamento d'umore, gli afferrò tutte e due le mani. Lei è tanto straordinario, signor Herriton, che non posso sopportare di vederla sprecarsi. Non posso sopportarlo... sua madre... non è stata buona con lei.»
    «Signorina Abbott, non si preoccupi per me. Alcuni sono nati per non fare nulla. Io sono uno di questi; non ho mai concluso niente, né a scuola né nella professione. Venni qui per impedire il matrimonio di Lilia, ed era troppo tardi. Sono venuto qui con l'intenzione di ottenere il bambino, e ne riporterò un onorevole insuccesso. Adesso non mi aspetto mai che succeda qualcosa, e così non sono mai deluso. Lei si meraviglierebbe di sapere quali sono per mei grandi avvenimenti. Essere andato a teatro ieri, parlare con lei ora... non credo che mi capiterà mai niente di più grande. Il mio destino è di passare nel mondo senza mai scontrarmi con esso o smuoverlo... e veramente non so dire se il mio destino sia buono o cattivo. Io non muoio... io non m'innamoro. E se altri muoiono o s'innamorano, lo fanno sempre proprio quando io non ci sono. Ha perfettamente ragione; la vita per me è semplicemente uno spettacolo, che — grazie a Dio, grazie all'Italia, e grazie a lei — è ora più bello e più incoraggiante di quanto sia mai stato prima.» [....]
    «Ogni minima inezia, per una qualche ragione, oggi sembra imponderabilmente importante, e quando lei dice che da una cosa "non dipende niente," le sue parole suonano come una bestemmia. Non si può mai sapere... (come posso esprimermi?)... quale delle nostre azioni, quale delle nostre omissioni non influiranno su qualcosa per sempre.» (cap. VIII, pp. 185-9)
  • «Quel latte,» disse lei, «non c'è bisogno di sprecarlo. Lo prenda, signora Carella, e persuada il signor Herriton a berlo.»
    Gino obbedì, e portò a Philip il latte del bambino. E anche Philip obbedì e lo bevve.
    «Ce n'è ancora?»
    «Un poco,» rispose Gino.
    «Lo finisca allora.» Perché lei era risoluta ad adoprare tutti gli avanzi che si trovano per il mondo. (cap. IX, p. 213)
  • Non faccia il misterioso; non ce n'è tempo. (Catherine, cap. X, p. 221)
  • La cosa era anche più grande di come lei immaginava. Nessuno, se non Philip, poteva vederla nel suo insieme. E per vederla nel suo insieme, egli si teneva a una immensa distanza. Poteva persino essere contento che, almeno per una volta, lei avesse stretto l'amato tra le braccia. (cap. X, p. 225)

Explicit[modifica]

  • Gli occhi di Philip erano fissi sul campanile di Airolo. Ma vedeva invece il bel mito di Endimione. Questa donna era una dea fino alla fine. Nessun amore poteva degradarla: lei rimaneva al di fuori di ogni degradazione. Questo episodio, che lei considerava così sordido, e che era tanto tragico per lui, rimaneva supremamente bello. Egli s'era innalzato a tale altezza, che senza rimpianto ora le avrebbe potuto dire che anche lui l'adorava. Ma a che cosa serviva dirglielo? Poiché tutte le cose meravigliose erano già accadute.
    «Grazie,» fu tutto quello che si permise di dire. «Grazie di tutto.»
    Lei lo guardò con grande amicizia, perché le aveva reso la vita sopportabile. In quel momento il treno entrò nella galleria del San Gottardo. S'affrettarono a rientrare nello scompartimento e a chiudere il finestrino, perché i carboncini non entrassero negli occhi di Harriet.

Passaggio in India[modifica]

Incipit[modifica]

Con l'eccezione delle grotte Marabar – che sono a venti miglia di distanza – la città di Chandrapore non offre nulla di straordinario. Più rasentata che bagnata dal Gange, si trascina per circa due miglia lungo la riva e a stento la si riconosce dai detriti che il fiume deposita con tanta abbondanza. Sul lungofiume non ci sono gradini per i bagni, perché caso vuole che qui il Gange non sia sacro; in realtà non c'è lungofiume, e i bazar precludono l'ampia e mutevole vista della corrente. Le strade sono sordide, i templi abbandonati, e sebbene ci siano alcune case eleganti, sono nascoste in giardini o in fondo a viali così sporchi da scoraggiare chiunque non vi sia stato espressamente invitato.

Citazioni[modifica]

  • Con le mance si può esagerare o tenersi troppo stretti, ma il denaro che compra l'esatta verità non è ancora stato coniato. (cap. II, p. 20)
  • – Be', noi non li incontriamo in società, – disse lui ridendo. – Sono pieni di tutte le virtù, ma noi non li incontriamo, e ormai sono quarantun anno, è troppo tardi per appurarne i motivi. (cap. III, p. 31)
  • Nessun invito forse può venire altro che dal cielo; forse è inutile che gli uomini si accingano a unirsi: quel tentativo non può che allargare l'abisso tra di loro. (cap. IV, p. 41)
  • Abituata al riserbo di Londra, non arrivava a rendersi conto che l'India, pur sembrando così misteriosa, ne è del tutto priva, e che quindi le convenzioni sono molto più forti. (cap. V, p. 54)
  • Perché riusciva a ricordare le persone che non amava? Gli si presentavano sempre così vivide, mentre quella fotografia, più la guardava e meno la vedeva. E così lei gli era sempre sfuggita dal giorno che l'aveva accompagnata alla sua tomba. Aveva capito che lei si sarebbe dileguata dalle sue mani e dai suoi occhi, ma pensava che sarebbe sopravvissuta nella sua memoria, senza rendersi conto che proprio il fatto d'averli amati rende i morti ancora più irreali, e che quanto più appassionatamente li invochiamo, tanto più loro si allontanano. (cap. VI, p. 61)
  • Quel malumore bisbetico dileguò, ma il peso nell'anima rimase: raramente i temporali rischiarano l'aria. (cap. VIII, p. 90)
  • La maggior parte della vita è cosí monotona che non c'è proprio niente da dirne, e i libri e i discorsi che la descrivono come una cosa interessante sono costretti a calcare la mano, nella speranza di giustificare la propria esistenza. Dentro il suo bozzolo di lavoro o di obblighi sociali, lo spirito umano per lo piú sonnecchia, notando la differenza tra piacere e dolore, ma niente affatto vigile come vogliamo far credere. Nella giornata piú intensa ci sono momenti in cui non succede nulla, e anche se continuiamo a esclamare «Mi diverto» o «Sono atterrito», non siamo sinceri. «Fintanto che provo qualcosa, è gioia, è orrore» — in realtà non c'è nulla piú di questo, e un organismo perfettamente adattato conserverebbe il silenzio. (cap. XIV, p. 146)
  • No, non aveva nessuna voglia di rifare quell'esperienza. Piú ci pensava, piú le riusciva sgradevole e paurosa. Le ripugnava molto di piú adesso che sul momento. La folla e il lezzo poteva dimenticarli, ma l'eco stava cominciando a minare la sua presa sulla vita in chi sa quale indescrivibile modo. Sorprendendola in un momento di stanchezza, era riuscita a mormorare: «Il patetico, la pietà, il coraggio... esistono, ma sono identici, tale e quale come il sudiciume. Tutto esiste, niente ha valore». Se in quel luogo una avesse proferito un'infamia, o citato versi sublimi, il commento sarebbe stato lo stesso: «uu-buum». Se uno avesse parlato con le lingue degli angeli o chiesto grazia per tutta l'infelicità e l'incomprensione del mondo, passata presente e futura, per tutti i patimenti che gli uomini debbono subire, quale che sia la loro opinione o condizione, e comunque si ingegnino di evitarli o dissimularli – il risultato sarebbe stato lo stesso, il serpente sarebbe disceso per poi tornare al soffitto. I diavoli appartengono al nord, e su di loro si possono scrivere poesie; ma nessuno avrebbe potuto rendere romantico il Marabar, per. ché spogliava l'infinito e l'eterno della loro immensità, l'unico attributo capace di adattarli al genere umano. (cap. XIV, p. 163)
  • L'Anglo-India l'aveva legata veramente mani e piedi, e forse era la punizione che si meritava per aver tentato di assumere un atteggiamento personale. (cap. XXII, p. 218)
  • Aveva raggiunto quello stadio in cui si vedono al tempo stesso l'orrore e la piccolezza dell'universo – quel crepuscolo della doppia visione in cui sono avvolte tante persone anziane. Se questo mondo non è di nostro gusto, ebbene, in ogni caso c'è il Cielo, l'Inferno, il Nulla – l'una o l'altra di queste grandi cose, quell'immenso fondale di stelle, fuochi, atmosfera azzurra o nera. Ogni sforzo eroico, e tutto ciò che è conosciuto come arte, suppone che ci sia quel fondale, proprio come ogni sforzo pratico, quando il mondo è di nostro gusto, suppone che il mondo sia Ritto. Ma nel crepuscolo della doppia visione si deposita una mota spirituale per cui non si possono trovare parole altisonanti; non possiamo né agire né astenerci dall'azione, non possiamo né ignorare né rispettare l'Infinito. La signora Moore era sempre stata incline alla rassegnazione. Non appena sbarcata in India tutto le era parso bello, e quando aveva visto l'acqua viva nella vasca lustrale della moschea, o il Gange, o la luna, presa nello scialle della notte con tutte le stelle, le era parso di aver raggiunto una meta bella e anche facile. Essere tutt'uno con l'universo! Cosí dignitoso e semplice. Ma prima bisognava sempre compiere qualche piccolo dovere, sempre i irar fuori dal mazzo che si assottigliava una nuova carta da mettere al suo posto, e mentre lei si affannava tanto, il Marabar aveva battuto il suo gong. (cap. XXIII, p. 229)
  • Quantunque avesse ancora quell'aria severa da maestra, non esaminava più la vita, ma ne subiva l'esame; era diventata una persona vera. (cap. XXVI, p. 267)
  • Come può infatti un solo essere umano soffrire di tutta la tristezza in cui si imbatte sulla faccia della terra, della pena che affligge non soltanto gli uomini, ma gli animali e le piante, e forse le pietre? L'anima si stanca subito, e nel timore di perdere quel poco che capisce, si ritrae verso i principî permanenti che l'abitudine o il caso hanno dettata, e là soffre. (cap. XXVI, p. 270)
  • E affaticato da quella giornata crudele ed eccessiva, perse la sua consueta e sana concezione dei rapporti umani, e senti che gli uomini non esistono in sé stessi, ma nei termini in cui si pensano vicendevolmente — idea alla quale la logica non offre nessun sostegno, e che prima d'allora l'aveva assalito una volta sola, la sera dopo la catastrofe, quando dal portico del Circolo aveva visto i pugni e le dita dei Marabar gonfiarsi fino a contenere tutto il cielo notturno. (cap. XXVI, p. 273)
  • «Non serve a niente, – pensò Fielding mentre sulla via del ritorno passava davanti alla moschea, – costruiamo tutti quanti sulla sabbia; e quanto piú moderno diventa il paese, tanto piú grave sarà il crollo. Nel lontano diciottesimo secolo, quando imperversavano la crudeltà e l'ingiustizia, un potere invisibile riparava i loro danni. Oggi tutto fa eco; e non c'è niente che fermi quell'eco. Il suono iniziale può essere innocuo, ma l'eco è sempre malvagia». (cap. XXXI, p. 301)
  • «Dio e amore». È questo il messaggio conclusivo dell'India? (cap. XXXIII, p. 315)
  • Che importava, a quell'ora del giorno? Lui aveva costruito la propria vita su un errore, ma l'aveva costruita. Parlando in urdu perché i figli capissero, disse: – Vi prego di non seguirci, chiunque abbiate sposato. Voglio che nessun inglese sia mio amico, né uomo né donna. (cap. XXXV, p. 334)
  • Questa posa di «vedere l'India» che a Chandrapore l'aveva attratto verso la signorina Quested non era che un modo di dominare l'India; dietro non vi era nessuna simpatia. (cap. XXXVI, p. 338)
  • La così detta razza bianca è in realtà rosa – grigio.
  • Mistero non è che un termine altisonante per dire pasticcio.
  • La morte distrugge un uomo: l'idea della morte lo salva.
  • Le idee sono fatali per la produzione di caste.

Explicit[modifica]

L'India una nazione! Che apoteosi! L'ultima arrivata ne l'incolore fratellanza del diciannovesimo secolo! E in quest'ora del mondo sgambettava per prendere il proprio posto! Lei, che non aveva l'eguale se non nel Sacro Romano Impero, sarà forse alla pari col Guatemala e col Belgio! Fielding tornò a deriderlo. Aziz, travolto da una rabbia furiosa, caracollava qua e là senza sapere che fare, e gridò: – Abbasso gli inglesi, ad ogni modo. Questo è certo. Sgombrate, gente, e alla svelta, vi dico. Noi possiamo odiarci l'un l'altro, ma odiamo di piú voi. Se non faccio sgombrare io, lo farà Ahmed, lo farà Karim; ci volessero anche centocinquantacinque anni, ci libereremo di voi, sí, butteremo a mare ogni maledetto inglese, e allora, – galoppò furiosamente contro Fielding, – e allora, – continuò, quasi baciandolo, – voi ed io saremo amici.
– Perché non possiamo esserlo subito? – disse l'altro, stringendolo con affetto. – È quello che voglio. È quello che voi volete.
Ma i cavalli non volevano: scartarono di fianco; non voleva la terra, che balzava su in massi tra cui i cavalieri dovevano parare l'uno dietro l'altro; i templi, il lago, la prigione, il palazzo, gli uccelli, le carogne, la Foresteria, che apparvero alla visi quando loro uscirono dalla gola e scorsero Mau ai loro piedi: non volevano, dissero con le loro cento voci: «No, non ancora», e il cielo disse: «No, non qui».

Bibliografia[modifica]

  • Edward Morgan Forster, Monteriano (1905), traduzione di Luisa Chiarelli, TEA, 1992.
  • Edward Morgan Forster, La finestra sull'Arno (A room with a view, 1908), traduzione di ARJO, Edizioni S.A.I.E. Torino, 1954.
  • Edward Morgan Forster, Camera con vista (A room with a view, 1908), traduzione di Pietro Meneghelli, Newton Compton, 1994.
  • Edward Morgan Forster, Casa Howard (Howard End, 1910), traduzione di Paola Campioli, Oscar Scrittori del Novecento Mondadori.
  • Edward Morgan Forster, Casa Howard, traduzione di Enrico La Stella, G.T.E. Newton Compton editori, 1993.
  • Edward Morgan Forster, Maurice (1914), traduzione di Marcella Bonsanti, Garzanti, 1987.
  • Edward Morgan Forster, Passaggio in India (1924), traduzione di Adriana Motti, Einaudi, 1978.
  • Edward Morgan Forster, Aspetti del romanzo (1927), traduzione di Corrado Pavolini, Il Saggiatore, 1986.
  • Edward Morgan Forster, La vita che verrà (1903 – 1960), traduzione di Marcella Bonsanti, Garzanti, 1975.
  • Edward Morgan Forster, Romanzi, Mondadori, 1986.

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