François Lenormant

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François Lenormant

François Lenormant (1837 – 1883), archeologo, numismatico e assiriologo francese.

Citazioni di François Lenormant[modifica]

  • [sulla Basilicata] A fianco all'Italia che tutto il mondo conosce, esiste, quando ci si inoltra nell'estremo meridionale, una seconda Italia, sconosciuta, che non è meno interessante dell'altra, né inferiore per bellezza di paesaggi e grandezza di ricordi storici. [...] L'estrema difficoltà di comunicazione, la mancanza di strade, il terrore dei briganti e, forse, soprattutto, il disagio degli alloggi, hanno tenuto lontano i viaggiatori da questa bella regione, dove i costumi conservano il loro aspetto pittoresco. (da Tra le genti della Lucania, Osanna, Venosa, 1999, citato in Cinzia Gandolfi, Catalogo delle buone pratiche per il paesaggio, Alinea, 2007, p. 170)
  • [su Josè Borjes] L'esecuzione di Borges resta una macchia sanguinosa per il governo italiano. Quest'ultimo ha avuto un bell'invocare la necessità di dare un esempio: il valoroso capitano di ventura spagnolo non era un brigante; egli aveva combattuto lealmente da soldato e doveva esser trattato da prigioniero di guerra. Era uno di quegli avversari che ci si onora di rispettare; ed è stata una suprema ingiustizia confondere questo campione del legittimismo morente con i malfattori, i cui crimini bisognava reprimere ad ogni costo. La sua morte non serviva per niente all'Italia; all'Italia avrebbe giovato la sua vita risparmiata. Invece di ucciderlo, bisognava rimandarlo all'estero perché raccontasse le sue delusioni e sventure. (citato in Ettore Cinnella, Carmine Crocco. Un brigante nella grande storia, Della Porta, 2010, p. 136)
  • [Sulla battaglia di Maida] […] il primo giugno, una squadra inglese venne a gettare l'ancora nel golfo di Eufemia per sbarcare sulla spiaggia, fra la foce del Lamato e quella dell'Angitola, un contingente di seimila soldati britannici comandati da sir John Stuart, nonché alcuni personaggi atti a capeggiare una insurrezione popolare nel paese. Era allora di stanza a Nicastro una compagnia di polacchi al comando del capitano Laskowsky. Essa si portò sulla riva insieme a un corpo di volontari a cavallo formato dai giovani della nobiltà cittadina, che, come già nel 1799, aveva abbracciato la causa dei francesi. Ma dopo un breve combattimento la piccola formazione dovette ripiegare su Maida, dove il generale Reynier stava raccogliendo in tutta fretta le forze francesi più vicine. Subito la plebe di Nicastro prese le armi e risollevò la bandiera dei Borboni, mise a sacco le case dei nobili sostenitori del re Giuseppe e sgozzò i soldati francesi malati che gremivano l'ospedale civile. «Nella città di Nicastro» scriveva qualche giorno dopo Giuseppe a Napoleone, «il comandante delle guardie d'onore è stato accecato e poi crocifisso; era un principe che mi aveva accolto in casa sua». La sera del 3 il generale Reynier, scorgendo Nicastro illuminata dal balcone della casa da lui occupata a Maida, disse agli ufficiali del suo stato maggiore: «Domani batteremo gli inglesi e dopodomani bruceremo Nicastro». […] Reynier disponeva solo di 4.000 uomini. Tutto gli imponeva di attendere gli inglesi nella posizione eccezionalmente forte di Maida, da dove difficilmente lo avrebbero potuto scacciare. Ma egli credette che anche dei britannici, come già dei napoletani, sarebbe venuto a capo con facilità. Commise perciò l'errore, enorme, di scendere in pianura per attaccare in campo loro le forze di sir John Stuart, superiori di numero, e per giunta appoggiate dall'artiglieria della flotta. Lo scontro ebbe luogo il 4 luglio; esso fu breve e terminò con la disfatta delle nostre truppe. In questa occasione, come in quasi tutte le battaglie che ebbero luogo in quello stesso periodo tra le due nazioni, il sangue freddo e la precisione di tiro degli inglesi fermarono nettamente l'impeto dei francesi e inflissero loro perdite enormi rispetto al numero degli arruolati. Era la prima volta, da lunghissimo tempo, che i francesi subivano una sconfitta per terra. Sir John Stuart ne fu tanto orgoglioso che arrivò ad insultare i vinti. «Mai» disse nel suo rapporto, «la vanità del nostro presuntuoso nemico è stata più duramente mortificata, mai la superiorità delle truppe britanniche più gloriosamente provata come negli avvenimenti di questa giornata memorabile». Sebbene da entrambe le parti pochissime fossero le truppe schierate, la battaglia ebbe conseguenze rilevanti. I francesi perdettero per qualche tempo tutta la Calabria. Il generale Reynier fu costretto a ritirarsi in disordine per la vallata del Lamato su Catanzaro, che raggiunse con molta fatica l'indomani.
    Fortunatamente, per lui, gli inglesi non pensarono ad inseguirlo. Di lì a qualche giorno, pago del suo successo, sir John Stuart fece nuovamente imbarcare i suoi uomini, dopo aver calato a terra il materiale necessario ad armare una insurrezione calabrese, a capo della fu designato il maggiore Gualtieri, soprannominato Pane di Grano. (citato in Viaggiatori stranieri nel Sud, a cura di Atanasio Mozzillo, Saggi di cultura contemporanea, 1982, Edizioni di Comunità, Milano, p. 288)

La Magna Grecia. Paesaggi e storia[modifica]

La Calabria (vol. III)[modifica]

  • […] ma essendo egli di Monteleone, non porta il cappello conico posato di piatto sulla testa, e piegato spavaldamente sull'occhio sinistro, senza il quale presso di noi non si sa immaginare un Calabrese. Difatti, il cappello conico è il copricapo comune di tutti i contadini della regione della Sila, come ancora dalla parte di Catanzaro e di Cosenza; ma l'uso di esso scompare in modo assoluto a partire dall'Angitola sul mar Tirreno e dall'Ancinale sul mar Jonio. A sud della linea determinata da questi due fiumi, il cappello conico è sostituito da un gran berretto di maglia in lana turchina, così lungo che vi potrebbe entrare tutto intero un bambino di cinque anni. Questo berretto, floscio e smisuratamente lungo, si porta a volontà in diversa guisa a seconda delle circostanze: talvolta ricadente sul lato sinistro, sul davanti della spalla: talvolta, infine, disposto prima come coprinuca, ripiegato poi e riportato innanzi in modo da formare, sulla sommità della testa, ov'è ripiegato e legato con uno spillo, una specie di visiera sporgente, che protegge la faccia contro i forti ardori del sole. (pp. 7-8)
  • Una ripida discesa, che si prolunga sul fianco del dirupo, ci conduce al fondo della vallata del torrente che sbocca alla Marina di Catanzaro. All'inizio di questo pendìo un gruppo di platani secolari, dal tronco marmorato, offrirebbe ai paesaggisti magnifici modelli per degli studi di alberi. Avvezzo alla abitudini del paese, io non stupisco né mi spavento di vedere il nostro cocchiere spingere le sue bestie a gran corsa nella discesa; so già per esperienza che i cavalli calabresi hanno il piede di una sicurezza mirabile, e sono abituati a scendere a tutto galoppo i più forti pendii, girando con una precisione meravigliosa nelle curve più brusche della strada, quando s'immaginerebbe che il loro slancio stia per trascinarli nell'abisso. In fondo alla vallata lasciamo sulla destra, a un centinaio di metri di distanza, una vasta chiusa di aranci e di altri alberi fruttiferi, perfettamente irrigua, di una vegetazione meravigliosa, circondata da tutti i lati da rocce a picco bruciata dal sole e coperte da cactus, di agavi e aloe. Questa chiusa passa per una delle meraviglie dei dintorni di Catanzaro; è uno dei siti in cui si conducono i forestieri. La si chiama il Paradiso, e tal nome è ben dato, perché è un vero paradiso di frescura e di ridente vegetazione, una deliziosa solitudine, nella quale è possibile credersi isolato dal resto del mondo. (pp. 8-9)
  • Vi sono poche città in Calabria per le quali, se si voglia narrare la loro storia, non si sia innanzitutto obbligati, per stabilire l'epoca della loro origine, a sgombrare il terreno di una folta vegetazione di favole accolte con una singolare credulità, o anche inventate di sana piante dagli scrittori indigeni del XVI e XVII secolo, e poscia ripetute come parole di evangelo, sulla fede di quelli, dai dotti che s'interessano di antichità. (p. 22)
  • Paolo Luigi Courier descrive nelle sue lettere gli episodi quotidiani di questa guerra di parte, che aveva finito col prendere dai due lati un carattere atroce. «Figuratevi», egli dice, «sul pendio di qualche collina, lungo le rocce ornate come vi ho già detto, un distaccamento di un centinaio dei nostri, in disordine. Si marcia alla ventura, non si ha cura di nulla. Prendere delle precauzioni, stare attenti, perché? Da più di otto giorni non si sono avute truppe massacrate in questa zona. Alla base della collina scorre un ripido torrente che bisogna attraversare per giungere sull'altra salita: parte della fila è già in acqua, parte di qua e di là. Tutto a un tratto da diversi punti spuntano mille contadini, banditi, forzati, evasi, disertori, comandati da un suddiacono, bene armati, eccellenti tiratori; fan fuoco sui nostri, prima di esser visti; gli ufficiali cadono per primi; i più fortunati muoiono sul posto; gli altri, per qualche giorno, servono di balocco ai loro carnefici».
    «Intanto il generale, colonnello o capo, non importa di qual grado, che ha fatto partire questo distaccamento senza pensare a nulla, senza sapere, quasi sempre, se il passaggio era libero, edotto della sconfitta, si vendica sui villaggi vicini; v'invia un aiutante di campo con 500 uomini. Si saccheggia, si viola, si sgozza, e quelli che sfuggono, vanno ad ingrossare la banda del suddiacono». (pp. 40-41)
  • Del resto, non vi era nelle Calabrie, sotto Napoleone, un moto di passione nazionale che trascinasse tutti, come quello che s'impadronì della Spagna. Non esisteva, a parlar propriamente, una nazionalità napoletana; dalle due parti si combatteva per dei principi stranieri, e il sentimento astratto della patria non era compreso dai selvaggi montanari, che un clero ignorante quanto loro fanatizzava, non per la causa del re, di cui essi si curavano ben poco, ma per quella di uno stato sociale al quale erano abituati e dal quale si rappresentava lo inseparabile la religione. (pp. 42-43)
  • La salita, in principio quasi insensibile, si accentua fortemente a partire dal villaggio di Longobardi. Cominciamo a salire la montagna, alta cinquecento metri sul livello del mare, sul cui altipiano è posta la città di Monteleone. A posta distanza dall'ingresso di esso incontriamo una grande fontana, dalle acque abbondanti e limpide come cristallo. Gruppi di donne sono occupate ad attingervi dell'acqua o a raccogliere, all'approssimarsi della notte, la biancheria lavata e sciorinata durante il giorno. È una scena molto pittoresca e di un aspetto singolarmente orientale; perché le donne di Monteleone hanno il velo bianco della testa (tovaglia) molto più ampio e più lungo che non si adusi in nessun altro paese della Calabria. Dalla parte posteriore esso le avvolge completamente, e discende sino a mezza gamba; così dà loro, da tergo, le fattezze delle donne turche con lo yashmak. (p. 110)
  • Dal punto di vista pittoresco non vi è più bella passeggiata di quella del circuito della Ipponio greca. Nulla di più stupendo del contrasto dei due panorami di cui si gode, percorrendo le due creste, ovest e est, dell'altopiano. Da un lato vi è il mare che si estende a perdita d'occhio, e lo sguardo segue il litorale graziosamente arrotondato in emiciclo, al di là dei declivi che vi scendono coperti di giardini e sparsi di case bianche. Dall'altro lato, la rupe, che limita l'altopiano, è quasi a picco, e si distingue alla sua base, a 300 metri al di sotto del livello in cui ci troviamo, il villaggio di Stefanaconi, a partire dal quale comincia la pianura fortemente ondulata, attraversata da mille burroni, che ha al centro la valle del Mèsima col suo alveo profondo. (p. 137)
  • Il terremoto del 5 febbraio 1783 ebbe per teatro, sul continente italiano e sulla estremità adiacente della Sicilia, la regione situata fra il 38° e il 39° di latitudine. Se si prende per epicentro la piccola città di Oppido, alla base del versante nord-ovest dell'Aspromonte, non lontano dal corso superiore del fiume Marro, e si descrive intorno a questo epicentro un cerchio di 32 chilometri di raggio, lo spazio così determinato comprenderà la superficie del paese, in cui tutte le città e tutti i villaggi furono distrutti. Le scosse telluriche, sebbene diminuite ma sensibili ancora, si propagarono per una direzione fino a Otranto, per un'altra fino a Lipari, e per una terza fino a Palermo. Non si avvertì che una oscillazione quasi impercettibile in Puglia ed in Terra di Lavoro; nulla assolutamente a Napoli e negli Abruzzi. (p. 236)
  • Casalnuovo era uno dei siti più ridenti e più prosperi della Piana prossima all'Appenino; con le sue strade allineate, le sue case nuove e ben fatte, ciascuna fornita all'entrata di un albero o di una pergola, che dava ombra e frescura, trasformando le strade in viali da giardino, aveva nell'insieme un aspetto leggiadro e grazioso. Per la paura dei terremoti, si eran prese tutte le precauzioni possibili quando venne costruito il borgo: le casse erano bassissime e le vie larghissime. Eppure tutto fu abbattuto e raso al livello del suolo! La marchesa di Gerace, appartenente ad una delle più cospicue famiglie della nobiltà calabrese, venerata colà per le sue virtù e per la sua attiva carità, fu schiacciata con tutti i suoi, sotto le rovine della propria villa. La pianura che circonda Casalnuovo si abbassò completamente; i terreni inclinati contro la montagna scivolarono più giù, lasciando fra la parte sconvolta e quella rimasta immobile, delle fratture da quindici a sedici chilometri di estensione in lunghezza (pp. 245-246)
  • In nessuna parte si vide uno sconvolgimento maggiore di quello di Terranova; in nessuna parte avvenne una distruzione più completa, accompagnata da circostante più singolari. […] Questa città era edificata al disopra di tre profonde gole, alla estremità di una pianura dominata da una montagna. Nella prima scossa del 5 febbraio, una parte del suolo della città scivolò sul pendìo di una di queste gole e trascinò le case che vi eran su; gli avanzi di pietre e di travi confusi al terreno dislocatosi, ingombrarono la valle. Su di un altro punto della città il terreno venne diviso per tutta la sua altezza da una fenditura perpendicolare; una delle due metà si distaccò e cadde come un sol masso nella gola che le si aprì al disotto; onde le case furono così precipitate perpendicolarmente in una voragine di cento metri di profondità, che le loro macerie colmarono in parte. Su duemila abitanti che contava Terranova, millequattrocento furono schiacciati o seppelliti sotto le rovine. […] Terranova fu letteralmente capovolta: nelle tre valli in parte colmate dal rovesciamento del suolo e dagli avanzi dei materiali cadutivi sopra, ciò che si trovava in alto sprofondò, e ciò che era in basso, invece, sembrò innalzarsi pel crollo delle colline circostanti. (pp. 246-247)

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