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Jacopone da Todi

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Jacopone da Todi in un affresco di Paolo Uccello nel duomo di Prato

Jacopo de' Benedetti detto Jacopone da Todi (1233 circa – 1306), religioso e poeta italiano.

  • Che farai Pier di Morone?... | Se non sai ben schermire | canterai mala canzone.[1]
  • Di', Maria dolce, con quanto disio | miravi 'l tuo figliuol Cristo mio Dio. [...] O quanto gaudio avevi e quanto bene, | quando tu lo tenevi fra le braccia! | Dillo, Maria, chè forse si conviene | che un poco per pietà mi satisfaccia. | Baciavi tu allora nella faccia, | se ben credo, e dicevi: – O figliuol mio! - (citato in Francesco De Sanctis, Storia della letteratura italiana, cap. II)
  • L'Accidia una freddura, | ce reca senza mesura, | posta 'n estrema paura, | co la mente alienata. (da Laudi – Trattato e Detti, a cura di Franca Ageno, Firenze, Le Monnier, 1953)
  • O iubelo del core, | che fai cantar d'amore! | Quanno iubel se scalda, | sì fa l'omo cantare | e la lengua barbaglia | e non sa che parlare: | dentro non pò celare, | tant'è granne 'l dolzore. (da O iubelo del core, p. 44)[2]
O allegrezza del cuore, che fai cantar d'amore! Quando l'allegria si sprigiona, ci fa così cantare con la lingua che balbetta e non sa che dire: non può nascondere ciò che prova tanto è grande la dolcezza.
  • O amor de povertate, | regno de tranquillitate! Povertate, via secura, | non ha lite né de nulla tempestate. (da O amor de povertate, p. 47)[2]
O amor di povertà, regno di tranquillità! Povertà è la strada sicura, su cui non s'incontrano né liti né odi, non si devono temere i ladri né alcuna tempesta.
  • Povertate muore en pace, nullo testamento face, | lassa el mondo come iace | e la gente concordate. (da O amor de povertate).[2]
Povertà muore in pace, non lascia nessun testamento, lascia il mondo come sta e tutti lascia in armonia.

Le Laude[modifica]

Incipit[modifica]

— O Regina cortese, — io so a voi venuto
ch'al mio cor feruto — deiate medecare.
Io so a voi venuto — com'omo desperato
da omn'altro aiuto; — lo vostro m'è lassato;
se ne fusse privato, — faríeme consumare.
Lo mio cor è feruto, — Madonna, nol so dire;
ed a tal è venuto, — che comenza putire;
non deiate soffrire — de volerm'aiutare.

Citazioni[modifica]

  • Chi desia è posseduto: | a quel ch'ama s'è venduto.
  • Povertate poco amata, | pochi t'hanno desponsata.
  • D'uman seme sii concetto | putulente sta soietto: | si ben te vide del deritto, | non hai donne te essaltare. (da Omo, mìttete a pensare)
  • Vedete la belleza, che non ha stabeleza: | la mane el fior è nato, la sera el vi seccato. (XXII, 82-83)
  • Quando t'alegri, omo de altura, | va', pone mente a la sepultura. (XXV, 1-2)

Donna de Paradiso[modifica]

Incipit[modifica]

«Donna de paradiso | il tuo figliolo è preso, | Iesù Cristo beato. || Accurre, donna, e vide | che la gente l'allide: credo che lo s'occide, | tanto l'ho flagellato». || «Com'essere porria, | che non fece follia, | Cristo, la spene mia, | om l'avesse pigliato?»

«Signora celeste, tuo figlio, il beato Gesù Cristo è prigioniero. Accorri, donna, e guarda come la gente lo batte: credo che l'uccideranno, tanto l'hanno flagellato». «Come può essere che abbiano preso Cristo, la mia speranza, che non commise colpa alcuna?»

Citazioni[modifica]

  • Figlio occhi iocundi, | figlio, co' non respundi? | Figlio, perché t'ascundi | al petto o' sì lattato? (p. 40)
«Figlio dagli occhi belli, figlio, perché non mi rispondi? Figlio perché ti nascondi al pettoche ti ha allattato?»
  • O croce, e che farai? | El figlio mio torrai? | Como tu ponirai | chi non ha en sé peccato? (p. 41)
«O croce, che farai? Riceverai il mio figliuolo? Come potrai punire colui che non ha colpa alcuna?»
  • Mamma, ove si' venuta? | Mortal me dài feruta, | ca 'l tuo planger me stuta, | che 'l veio sì afferrato. (p. 41)
«Mamma dove sei venuta? Mi ferisci a morte, ché il tuo pianto mi uccide, tanto è angoscioso».
  • Figlio, questo no dire: | voglio teco morire; | non me voglio partire | fin che mo m'esce 'l fiato. (p. 41)
Figlio, non dire questo: io voglio morire con te; non voglio andarmene finché avrò respiro.
  • Mamma col core afflitto, | entro le man te metto | de Ionne, mio eletto: sia tuo figlio appellato || Ioanni, èsto mia mate: tollela en caritate, | aggine pïetate, | ca'l cor sì ha furato. (p. 41)
«Madre, col cuore pieno di dolore ti affido nelle mani del mio prediletto, Giovanni: che sia chiamato figlio tuo. Giovanni, ecco mia madre: accoglila con affetto, abbine pietà, ché il suo cuore è così trafitto».

Citazioni sull'opera[modifica]

  • L'apparizione di Cristo, dopo un breve momento di filiale dolore, si fissa nel messaggio che Egli porta, testimonianza di una divina eredità destinata all'uomo.
    La folla è nel fondo, corale incitamento alla violenza e al martirio. (Gianfranco Contini)

[Iacopone da Todi, Donna de Paradiso, p. 40].[2]

O papa Bonifazio[modifica]

Incipit[modifica]

  • O papa Bonifazio, | eo porto el tuo prefazio | e la maledezzone | e scommunicazione. | Co la lengua forcuta: | che co la lengua ligne | e la piaga ne stigne; ca questa mia ferita | non pò esser guarita | per altra condezione | senza assoluzione.
O papa Bonifacio, io porto il peso della tua sentenza e la maledizione e la scomunica. Con la tua lingua bifida mi hai provocato questa ferita: e ora con la lingua leccala, e cancellane la piaga; perché questa mia ferita non può essere guarita in altro modo se non con l'assoluzione.

Citazioni[modifica]

  • Si tu sai sì schirmire | che me sacci ferire, | tengote bene esperto, | si me fieri a scoperto: | c'aio dui scudi a collo, | e s'io no i me ne tollo, per secula infinita | mai non temo ferita. (p. 43)
Se tu sai tirare di spada in modo da toccarmi, ti riterrò assai valente, se mi ferisci in una parte indifesa: perché io ho due scudi al collo e non me li tolgo, per tutti i secoli infiniti non ho da temere ferita.
  • Si te vòi fare ennante, | pu'lo provar 'n estante; | e quanto vol' t'abrenca, | ch'e' co l'amar non venca. | Volentier te parlara | credo che te iovara. (p. 43-44)
Se vuoi farti avanti, lo puoi provare subito; e industriati quanto vuoi a impedire che io vinca col mio amore. Volentieri ti parlerei: credo che ti gioverebbe.

[Iacopone da Todi, O papa Bonifazio, p. 43].[2]

Incipit di Stabat Mater[modifica]

Giovanni Marchetti[modifica]

Stava immersa in doglia e in pianto
La pia Madre al Legno accanto
Mentre il Figlio agonizzò.
Di Maria l'anima afflitta,
Gemebonda, derelitta,
Una spada trapassò.

[Jacopone da Todi, Stabat Mater, traduzione di Giovanni Marchetti, in "Rime e prose", vol. II, Napoli, Tipografia di Francesco Saverio Tornese, 1857]

Stabat mater dolorosa
juxta Crucem lacrimosa,
dum pendebat Filius.
Cujus animam gementem,
contristatam et dolentem,
pertransivit gladius.

Franco Sacchetti[modifica]

Stava Madre dolorosa
a la croce lagrimosa,
dov'era il suo Filio;
la cui anima piangente,
abattuta e dolente
trapassò il gladio.

[Jacopone da Todi, Stabat Mater, traduzione di Franco Sacchetti, in "Il libro delle rime", a cura di Alberto Chiari, Laterza, Bari, 1936]

Citazioni su Jacopone da Todi[modifica]

  • Il punto più alto della poesia religiosa, tanto alto da sottrarsi ai limiti del «genere» e da porsi come il momento poetico più complesso, forse, di tutto il secolo, viene raggiunto da Jacopone da Todi. (Carlo Salinari)
  • L'opera più celebre, pubblicata in molte antologie, è di Jacopone da Todi, che nella sua età matura appartenne all'ordine francescano e precisamente alla parte radicale, agli spirituali. La poesia della Passione è dialogata; vi parlano un nunzio, la Vergine Maria, la «turba» e infine Cristo stesso. (Erich Auerbach)

Note[modifica]

  1. citato in Albino Luciani, Illustrissimi, p. 48
  2. a b c d e citato in Letteratura Religiosa, Fratelli Fabbri Editori, 1965

Bibliografia[modifica]

  • Iacopone da Todi, Le Laude secondo la stampa fiorentina del 1490, a cura di Giovanni Ferri, Bari, Laterza, 1915.
  • Jacopone da Todi, Stabat Mater, traduzione di Giovanni Marchetti, in "Rime e prose", vol. II, Napoli, Tipografia di Francesco Saverio Tornese, 1857.
  • Jacopone da Todi, Stabat Mater, traduzione di Franco Sacchetti, in "Il libro delle rime", a cura di Alberto Chiari, Laterza, Bari, 1936.

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