Romeo e Giulietta

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1leftarrow.pngVoce principale: William Shakespeare.

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Romeo e Giulietta (The Most Excellent and Lamentable Tragedy of Romeo and Juliet), tragedia shakespeariana scritta tra il 1594 e il 1596.

Incipit[modifica]

Gaetano Barbieri[modifica]

Piazza pubblica
Compariscono SANSONE e GREGORIO armati di spada e scudo.
Sansone: No in fede mia, Gregorio! Non siam noi que' tali da lasciarsi mettere su le spalle il carbone.
Gregorio: No, perché in tal caso saremmo carbonai.
Sansone: Eh! voglio dire che se ci prende la stizza, facciamo presto a sguainare la lama.
Gregorio: Tu però, per il quieto vivere, tienti fuori delle occasioni.
Sansone: Io! meno botte allegramente, io, se mi fanno movere.
Gregorio: Il male è che non ti fanno movere allegramente a menar botte.
Sansone: Che cosa? un cane della casa dei Montecchi basta a farmi movere.
Gregorio: Moversi è moversi. Aver coraggio è star fermo dinanzi a questo cane. Il tuo moverti è scappar via.
Sansone: No, un cane della casa che ho nominata mi move a star fermo. Non cedo il muro a qualunque uomo o donna dei Montecchi.
Gregorio: Prova che sei un debole pagliaccio; sono i più deboli che si raccomandano al muro.
[Guglielmo Shakespeare, Romeo e Giulietta, traduzione di Gaetano Barbieri, per Gaspare Truffi, Milano, 1831]

Giulio Carcano[modifica]

Piazza pubblica.
Entrano SANSONE e GREGORIO armati di spade e larghe.

Sansone. Gregorio, a misura di carbone,[1]
Vuolsi pagarla, affè!
Gregorio. No! chè in tal guisa
Saremmo carbonaj.
Sansone. Vo' dir che dèssi,
Se in collera noi siam, cavar la spada.
Gregorio. Il collo dal collar cava piuttosto,
Sin che ti basta fiato.
Sansone. A menar colpi
Presto son io, se appena alcun mi muova.
Gregorio. Pur mosso non ti sei cotanto presto.
Sansone. Un cane de' Montecchi a farlo basta.
Gregorio. Chi si muove cammina; ma chi è prode
Il campo tien: tu invece, se ti muovi,
Il campo netti.
Sansone. Un can di quella casa
Mi moverà, per farmi stare a posta.
Ceder mi dèe la mano ogni Montecchio,
Uomo o donna ch'ei sia.
Gregorio. Questo ti mostra
Fiacco e vile qual sei: chè solo il fiacco
Si tiene al muro.

[William Shakespeare, Giulietta e Romeo, traduzione di Giulio Carcano, in "Teatro scelto di Shakespeare", Felice Le Monnier, Firenze, 1868]

Alfredo Obertello[modifica]

Verona. Piazza pubblica.
Sansone: O Gregorio, parola mia che non faremo i portacenere.
Gregorio: Eh no, perché saremo allora cenerentole.
Sansone: Oh sentile, se ci montan le cinigie, siamo pronti a estrar dal fodero.
Gregorio: E certo, finché vita avete, sfoderatelo dal collarino il collo.
Sansone: Fo' il mazzapicchio sùbito, se mi destano.
Gregorio: Ma destato non sei sùbito a farlo.
Sansone: Un qualunque cane di casa Montecchi mi desta.
Gregorio: Destarsi è muoversi, e aver fegato è piantarsi fermi; ragion dunque, se destato sei, tu a gambe te la dai.
Sansone: Destarmi saprà qualunque cane di quella casa a piantarmi fermo: mi piglierò il muro con chiunque sia servo o serva del Montecchi.
Gregorio: Ciò ti scopre un vile tartufo, perché ci va il più fiacco al muro.
[William Shakespeare, La tragedia di Romeo e Giulietta, traduzione di Alfredo Obertello, Arnoldo Mondadori Editore, 1970]

Paola Ojetti[modifica]

A Verona, in una piazza.
Entrano Sansone e Gregorio con spade e scudi.

Sansone: Gregorio, ti giuro che a noi non ce la fanno.
Gregorio: No, se no si passa per buffoni.
Sansone: Voglio dire che alla peggio gli si dà addosso.
Gregorio: Certo, finché sei vivo tieni su il collo.
Sansone: Io, se mi smuovono, tiro lesto.
Gregorio: È che tu non sei tanto lesto a smuoverti.
Sansone: Che ci provi un cane di quei Montecchi.
Gregorio: A smuoversi c'è da cadere. Se si vuol essere forti bisogna star bene sulle gambe; e così, se ti smuovono, scappi.
Sansone: Un cane dei Montecchi mi smuove a stare fermo; e io salterei il muro di tutti i Montecchi, uomo o donna che fosse.
Gregorio: Vl dire che sei uno schiavo molto debole; perché i più deboli sono quelli che vanno al muro.
[William Shakespeare, Romeo e Giulietta, traduzione di Paola Ojetti, Newton, 1990]

Goffredo Raponi[modifica]

Verona, una piazza davanti alla casa dei Capuleti
Entrano SANSONE e GREGORIO con spada e scudo

Sansone – E che! Siam tipi da portar carbone, noialtri?
Gregorio – Ah, certo no! Noi paghiamo a misura di carbone![2]
Sansone – E se ci salta poi la mosca al naso tiriamo fuori questa. (Indica la spada al suo fianco)
Gregorio – Che scoperta! È come se dicessi: "Finché vivo tiro fuori il mio collo dal collare".[3]
Sansone – Io, se mi smuovo, le scarico brutte.
Gregorio – Sì, soltanto che a smuoverti e a menare ci metti qualche tempo.
Sansone – Basta ch'io veda un cane di Montecchi. Mi basta quello per farmi scattare.
Gregorio – Già, ma scattare è muoversi; rimanere ben saldi sulle gambe, quello è coraggio. Se tu scatti, scappi.
Sansone – No, so scattare pure stando fermo: mi basta d'incontrarmi con un cane di quella gente là. Fa' che l'incontro, sia maschio o femmina, io prendo il muro.[4]
Gregorio – Con questo fai vedere che sei stroppio; perché al muro ci va sempre il più debole.
[William Shakespeare, Romeo e Giulietta, traduzione originale di Goffredo Raponi]

Citazioni[modifica]

  • Nella bella Verona dove la scena è collocata, due famiglie di pari dignità piombano per rancori antichi in una nuova discordia che insozza le mani dei cittadini con il loro stesso sangue. Dai lombi fatali di questi nemici, trae vita una nuova coppia di sfortunati amanti, le cui sventure pietose con la morte, la faida dei loro genitori sepelliscono. [...] se vorrete ascoltare con orecchio paziente, la nostra fatica si proverà ad emendare. (Coro)
In questa bella Verona, due casate, di pari nobiltà, si scagliano, per antico rancore, in sempre nuove contese che macchiano di sangue veronese mani di veronesi. Dalla tragica progenie di questi nemici sono nati sotto cattiva stella due amanti che con la loro pietosa morte mettono termine alla furia dei loro parenti. Lo sventurato corso del loro fatale amore e l'odio costante delle loro famiglie, troncato soltanto alla fine di queste creature, saran per due ore l'argomento della nostra tragedia. Ascoltate con orecchi pazienti e noi ci sforzeremo di rimediare ai nostri difetti. (Coro: traduzione di Paola Ojetti, Newton, 1990) [5]
  • Amore è un fumo levato col fiato dei sospiri; purgato, è fuoco scintillante negli occhi degli amanti; turbato, un mare alimentato dalle loro lacrime. Che altro è esso? Una follia discreta quanto mai, fiele che strangola e dolcezza che sana. (Romeo: atto I, scena I, p. 22)
  • Ah! Allora, lo vedo, la regina Mab è venuta a trovarti.
    Essa è la levatrice delle fate, e viene,
    in forma non più grande di un'agata
    all'indice di un dignitario,
    tirata da una muta di piccoli atomi,
    lungo il naso degli uomini, mentre sono addormentati.
    Con esili zampe di ragno son fatti i raggi delle ruote del suo carro;
    ali di cavallette per mantice,
    la ragnatela la più sottile per tirelle;
    brina di raggi di luna per pettorali,
    osso di grillo per manico della frusta, un filamento sottilissimo per sferza;
    un moscerino di grigia livrea è il cocchiere,
    grosso appena metà di un piccolo verme tondo,
    estratto con uno spillo dal pigro dito di una fanciulla.
    Un guscio di nocciola per cocchio,
    scavato dallo scoiattolo falegname o da una vecchia larva,
    da tempo immemorabile son essi i carrozzieri delle fate.
    Così messa Mab cavalca notte dopo notte,
    attraversa la mente degli innamorati facendoli, così, sognar l'amore;
    o anche le rotule dei cortigiani che nel sogno si inchinano in salamelecchi;
    o sulle dita degli avvocati perché sognino laute parcelle;
    talvolta sulle labbra delle dame così che sognino d'esser baciate,
    e spesso, quando irritata dai loro aliti guasti per i troppi dolci, Mab vi lascia delle pustole.
    Talvolta galoppa lungo il naso di un cortigiano,
    così che senta, in sogno, l'odore d'una petizione a pagamento;
    talaltra solletica il naso di un prevosto col crine d'un porcello della decima,
    inducendolo a sognare un altro benefizio parrocchiale.
    A volte le capita di passare lungo il collo di un soldato,
    e quindi il sogno è tutto un tagliare forestieri gargarozzi,
    di brecce, di imboscate, di lame spagnole, e di brindisi con enormi, colmi, bicchieri;
    poi, all'improvviso, un tamburo rulla nell'orecchio si sveglia e salta su di botto,
    e dopo avere smoccolato per la paura una bestemmia o due,
    riprende a dormire morto di sonno. Questa è la vera Mab
    che nella notte intreccia le criniere dei cavalli
    e fa con i loro crini dei nodi magici
    che portano sventura a chi li prova a districare.
    È questa la strega, che quando le pulzelle giacciono supine,
    le pressa perché imparino a "portare"
    così che imparino a essere donne di "buon portamento".
    Questa è lei. (Mercuzio: atto I, scena IV)
  • Dico che a stare a traccheggiar qui fuori, noi sprechiamo le luci delle fiaccole come a tenerle accese in pieno giorno. (Mercuzio: atto I, scena IV; traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)
Sperperiamo le nostre luci invano, come le lampade di giorno.
  • Oh, essa insegna alle torce come splendere. Sembra pendere sul volto della notte come ricca gemma all'orecchio d'una Etiope. Ma è bellezza di un valore immenso che mai nessuno avrà, troppo preziosa pe la terra. Come colomba bianca in una lunga fila di cornacchie sembra la fanciulla tra le sue compagne. La voglio vedere dopo questo ballo; come sarei felice se la mia mano rude sfiorasse quella sua. Ha mai amato il mio cuore? Negate, occhi: prima di questa notte non ho mai veduto la bellezza. (Romeo: atto I, scena V)
  • Il mio solo amore, nato dal mio solo odio! (Giulietta: atto I, scena V)
  • L'amore è cieco, e il buio gli si addice. (Benvolio: atto II, scena I; traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)
Se l'amore è cieco, tanto meglio si accorda con la notte.
  • Ride delle cicatrici colui che non è mai stato ferito. (Romeo: atto II, scena II)
He jests at scars that never felt a wound.
  • Oh, ma quale luce irrompe da quella finestra lassù? Essa è l'oriente, e Giulietta è il sole. Sorgi, bel sole, e uccidi l'invidiosa luna già malata e livida di rabbia, perché tu, sua ancella, sei tanto più luminosa di lei: Non servirla, se essa ti invidia; la sua veste virginale e d'un colore verde scialbo che piace solo agli stupidi. Gettala via! Ma è la mia dama, oh, è il mio amore! Se solo sapesse di esserlo! Parla eppure non dice nulla. Come accade? È il suo sguardo a parlare per lei, e a lui io risponderò. No, sono troppo audace, non è a me che parla. Due elle più belle stelle del cielo devono essere state attirate altrove e hanno pregato gli occhi di lei di scintillare nelle loro orbite durante la loro assenza. E se davvero gli occhi di lei, gli occhi del suo volto, fossero stelle? Tanto splendore farebbe scomparire le altre stelle come la luce del giorno fa scomparire la luce di una lampada: in cielo i suoi occhi brillerebbero tanto che gli uccelli si metterebbero a cantare credendo che non fosse più notte. (Romeo: atto II, scena II)
But, soft! what light through yonder window breaks? It is the east, and Juliet is the sun. Arise, fair sun, and kill the envious moon, who is already sick and pale with grief, that thou her maid art far more fair than she: be not her maid, since she is envious; her vestal livery is but sick and green and none but fools do wear it; cast it off. It is my lady, O, it is my love! O, that she knew she were! She speaks yet she says nothing: what of that? Her eye discourses; I will answer it. I am too bold, 'tis not to me she speaks: two of the fairest stars in all the heaven, having some business, do entreat her eyes to twinkle in their spheres till they return. What if her eyes were there, they in her head? The brightness of her cheek would shame those stars, as daylight doth a lamp; her eyes in heaven would through the airy region stream so bright that birds would sing and think it were not night.
  • Guarda come appoggia la guancia alla sua mano: Oh, potessi essere io il guanto di quella mano e poter così sfiorare quella guancia! (Romeo: atto II, scena II)
See, how she leans her cheek upon her hand! O, that I were a glove upon that hand, that I might touch that cheek!
  • Ma parla..Oh, dì ancora qualcosa, angelo splendente, così glorioso in questa notte, lassù, sopra la mia testa, come un messaggero alato del cielo quando abbaglia gli occhi stupiti dei mortali, che si piegano all'indietro per guardarlo varcare le nubi che si gonfiano pigre, e alzare le vele nel grembo dell'aria. (Romeo: atto II, scena II)
  • Oh Romeo, Romeo, perché sei tu Romeo? Rinnega tuo padre, e rifiuta il tuo nome! O, se non lo vuoi, tienilo pure e giura di amarmi, ed io non sarò più una Capuleti. (Giulietta: atto II, scena II; traduzione di Emma C,)
O Romeo, Romeo, wherefore art thou Romeo? Deny thy father, and refuse thy name! or if thou wilt not, be but sworn my love, and I'll no longer be a Capulet.
  • Che cosa c'è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo. (Giulietta: atto II, scena II)
  • Forse che quella che chiamiamo rosa cesserebbe d'avere il suo profumo se la chiamassimo con altro nome? (Giulietta: atto II, scena II, traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)
What's in a name? that which we call a rose by any other name would smell as sweet;
  • Chi sei tu che difeso dalla notte entri nel mio chiuso pensiero? (Giulietta: atto II, scena II)
Chi sei tu che avvolto nella notte inciampi nei miei più reconditi pensieri?
What man art thou that thus bescreen'd in night so stumblest on my counsel?
  • L'amore corre ad incontrar l'amore con la gioia con cui gli scolaretti fuggon dai loro libri; ma l'amore che deve separarsi dall'amore ha il volto triste degli scolaretti quando tornano a scuola. (Romeo: atto II, scena II)
  • Il pericolo è più nei tuoi occhi che in venti delle loro spade: se mi guardi con dolcezza, sarò forte contro il loro odio.
Alack, there lies more peril in thine eye than twenty of their swords: look thou but sweet, and I am proof against their enmity.
  • Con le ali dell'amore ho volato oltre le mura, perché non si possono mettere limiti all'amore e ciò che amor vuole amore osa. (Romeo: atto II, scena II)
With love's light wings did I o'er-perch these walls; For stony limits cannot hold love out, and what love can do that dares love attempt;
  • M'ami tu? So bene che dirai "sì" e io accetterò il tuo verbo; però, se giuri, potresti riuscir falso: agli spergiuri degli amanti, Giove dicono ride. (Giulietta: atto II, scena II, p. 65)
  • Anche se tu mi dai tanta gioia, non provo gioia per il giuramento di stanotte: è troppo avventato, affrettato, improvviso, troppo simile al lampo, che svanisce prima che uno possa dire: 'eccolo, guarda'. (Giulietta: atto II scena II)
Although I joy in thee, I have no joy in this contract tonight: it is too rash, too unadvised, too sudden, too like the lightning, which doth cease to be ere one can say: 'it lightens.
  • Buona notte, buona notte! Lasciarti è dolore così dolce che direi buona notte fino a giorno. (Giulietta: atto II, scena II)
Good night, good night! parting is such sweet sorrow, that I shall say good night till it be morrow.
  • È fidato il vostro servo? Non avete mai sentito dire che due persone possono serbare un segreto se soltanto una sola lo conosce? (La nutrice a Romeo: atto II, scena IV)
  • Gli piace sentirsi parlare; parla più in un'ora di quanto ascolti in un mese. (Romeo a proposito di Mercuzio: atto II, scena IV)
  • Chi è troppo veloce, arriva tardi, come chi va troppo lentamente. (atto II, scena VI)
  • Le gioie violente hanno violenta fine, e muoiono nel loro trionfo, come il fuoco e la polvere da sparo, che si consumano al primo bacio. Il più squisito miele diviene stucchevole per la sua stessa dolcezza, e basta assaggiarlo per levarsene la voglia. Perciò ama moderatamente: l'amore che dura fa così. (Frate Lorenzo: atto II, scena VI)
  • Tebaldo: Mercuzio, tu tieni corda a Romeo?
    Mercuzio: Corda? E che ci hai preso, per violinisti? Se ci credi violinisti, non sentirai da noi che stonature. Ecco l'archetto del mio violino (mostra la spada) che ti farà ballare. Altro che tenere corda!
    Benvolio: Non ci mettiamo a discutere qui: può passare gente [...]. Qui abbiamo gli occhi di tutti addosso.
    Mercuzio: E lasciali guardare! Gli occhi son fatti per questo. Non mi scomodo per i begli occhi di nessuno, io! (atto III, scena I, traduzione italiana di Cesare Vico Lodovici)
  • Mercuzio: Sono ferito. La peste alle vostre famiglie. A tutte e due. Sono spacciato. E quell'altro che è scappato, non ha nulla?
    Benvolio: Oh! Sei ferito?
    Mercuzio: Uno sgraffio – uno sgraffio – ma perdío! quanto basta [...].
    Romeo: : Coraggio amico, la ferita non sarà profonda.
    Mercuzio: No, non come un pozzo, né grande come la porta di una chiesa: ma è quanto basta, e basterà. Ventite tutti a cercarmi domani a casa mia: mi troverete nella tomba. Sono condito a dovere, per questo mondo, ve lo assicuro (ride). La peste alle vostre due famiglie. Per Giuda! un cane, un topo, un sorcio, graffiare a morte un uomo. Un gradasso, un mascalzone, un ribaldo, che si batte coll'abbacco alla mano. [...] Aiutami ad arrivare a casa, Benvolio, o vi casco qui. La peste alle vostre due famiglie: hanno fatto di me pasto da vermi. Ah, la mia l'ho avuta, e a dovere... Le vostre famiglie! (atto III, scena I)
  • Vieni dunque, o notte solenne, matrona sobriamente vestita di nero, e apprendimi a perdere una partita vinta, nella quale vengon giuocate due intatte verginità. (Giulietta: atto III, scena II)
  • [...] Tu sei sposato alla calamità.
L'afflizione s'è innamorata della tua persona, e tu ti sei sposata la sventura. (Frate Lorenzo a Romeo: atto III, scena III, traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)
  • No: più mondo non è, fuor delle mura | Di Verona: ma carcere di pene, | Ma tormento, ma inferno. Ahi! che l'esiglio | Da queste mura è l'esiglio dal mondo, | E l'esiglio dal mondo è morte! Il bando | È vera morte con diverso nome. | Nomandola così, tu con aurata | Bipenne il capo mio tronchi, e sorridi | Del fatal colpo che mi dà la morte. (Romeo: atto III, scena III; 1868)
  • Giulietta: Ciò che deve essere, sarà.
    Frate Lorenzo: Questa è una sentenza sicura. (atto IV, scena I)
  • Eh, monsignore, non è provetto cuoco di mestiere, quello che non si sa leccar le dita. (2° servo: atto IV, scena II; traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)
È un cattivo cuoco quello che non sa leccarsi le dita.
  • Non tentare un uomo disperato. (Romeo: atto V, scena III)
  • Amore mio, mia sposa! La morte, che ha gia succhiato il miele del tuo respiro, nulla ha potuto sulla tua bellezza. Ancor sulle tue labbra e le tue guance risplende rosea la gloriosa insegna della bellezza tua: su te la Morte non ha issato il suo pallido vessillo... Tebaldo, tu che te ne stai là in fondo nel tuo bianco lenzuolo insanguinato, qual maggiore tributo posso renderti che spezzare con questa stessa mano che ha spezzato la tua giovane vita quella dell'uomo che ti fu nemico? Perdonami, cugino!... O mia Giulietta, perché sei tanto bella ancora, cara? Debbo creder che palpita d'amore l'immateriale spettro della Morte? E che quell'aborrito, scarno mostro ti mantenga per sé qui, nella tenebra, perché vuol far di te la propria amante? Per paura di questo, io resterò per sempre accanto a te e non mi partirò mai più da questo palazzo della scura notte. qui, qui, voglio restare insieme ai vermi, tue fedeli ancelle, qui fisserò l'eterno mio riposo, qui scrollerò dalla mia carne stanca il tristo giogo delle avverse stelle. Occhi, guardatela un'ultima volta, braccia, stringetela nell'ultimo abbraccio, o labbra, voi, porta del respiro, con un bacio puro suggellate un patto senza tempo con la morte che porta via ogni cosa. Vieni, amarissima mia scorta, vieni, mia disgustosa guida. E tu, Romeo, disperato nocchiero, ora il tuo barco affranto e tormentato dai marosi scaglia contro quegli appuntiti ronchi a sconquassarsi... Ecco, a te, amor mio! Bevo al mio amore! [beve il veleno] O onesto speziale! Il tuo veleno è rapido, e così, con un bacio, io muoio. (Romeo: atto V, scena III)
  • [Ultime parole] O speziale veritiero! Il tuo veleno è rapido[6]. E così con un bacio io muoio. (Romeo: atto V, scena III)
O true apothecary! Thy drugs are quick. Thus with a kiss I die.
  • [Ultime parole] Pugnale benedetto! Ecco il tuo fodero... [Si colpisce al petto] qui dentro arruginisci, e dammi morte. (Giulietta: atto V, scena III)
O happy dagger! This is thy sheath; [Stabs herself] there rest, and let me die.
  • Questa mattina porta una pace che rattrista; nemmeno il sole mostrerà la sua faccia. Andiamo via da qui, a ragionare di questi dolorosi avvenimenti. Per alcuni sarà il perdono, per altri il castigo immediato: poiché mai storia fu più triste di quella di Giulietta e del suo Romeo. (Il Principe: conclusione)

Citazioni su Romeo e Giulietta[modifica]

  • Quando dopo il Sogno, si legge Romeo e Giulietta, par di non essere usciti da quell'ambiente poetico, al quale espressamente ci richiamano Mercutio, col suo ricamo fantastico sulla Regina Mab, e, quel che è più, lo stile, le rime e la generale fisionomia della breve favola. Tutti, parlando di Romeo e Giulietta, hanno provato il bisogno di ricorrere a parole e immagini soavi e gentili; e lo Schlegel vi ha sentito «i profumi della primavera, il canto dell'usignuolo, il delicato e fresco di una rosa mo' sbocciata», e lo Hegel ha pensato allo stesso fiore: alla «molle rosa nella valle di questo mondo, spezzata dalle rudi tempeste e dall'uragano»; ed il Coleridge, di nuovo, alla «primavera coi suoi odori, i suoi fiori e la sua fugacità». Tutti lo hanno considerato come il poema dell'amor giovanile, e hanno riposto l'acme del dramma nelle due scene del colloquio d'amore attraverso il notturno giardino e della dipartita dopo la notte nunziale, nelle quali è stato scorto da taluni il rinnovarsi di forme tradizonali della poesia d'amore, l'«epitalamio» e l'«alba». (Benedetto Croce)
  • Un dramma, in sé, dei peggiori che io abbia mai sentito. (Samuel Pepys)

Note[modifica]

  1. Nel testo: "We'll not carry coals." – Noi non vogliamo portar carbone. Ciò significava, sopportare ingiurie. Noi invece abbiam la frase: pagare o castigare a misura di carbone, adoperata da Lasca e dal Lippi; la quale parmi che risponda abbastanza al motteggio soggiunto dall'altro servo colla voce: colliers, carbonaj. – In questa tragedia sovrabbondano i bisticci; e può dirsi che Benvoglio e Marcuccio e servi e suonatori non parlino che a motti e concettini: il poeta, allettato forse dall'artificiosa fioritura dello stile italiano, venuto in moda al suo secolo, si piacque di ritrarne ne' suoi versi le imagini e le figure. Molte espressioni equivoche, talvolta licenziose o basse, tal altra indecifrabili agli stessi commentatori, accrescono la difficoltà, e fanno necessario qualche studio per meno offendere il nostro gusto più schizzinoso e sottile; io ho cercato di farlo alla meglio, serbando però il colore, e, direi anche, l'espressione del mio autore.
  2. Con questa scena in apertura del dramma, e con tutta una sequenza di "quibbles", giochi di parole e doppi sensi, affidata al dialogo tra questi due personaggi secondari, Shakespeare crea subito l'atmosfera di rugginosa rivalità e grossolana gradasseria che darà luogo tra poco allo scontro armato. Sansone, servo dei Capuleti, uscendo da casa dice al collega: "We'll not carry coal", letteralm. "Non porteremo carbone", frase idiomatica per "Non sopporteremo provocazioni" (pensa già allo scontro con gli uomini dei Montecchi). La frase in italiano non ha senso, ma s'è dovuta rendere così, come han fatto tutti gli altri curatori. Il Carcano (Hoepli, 1875) ripreso dal Chiarini (Sansoni, Firenze, 1939) traduce: "Pagheremo a misura di carbone". Non ha molto senso nemmeno questa, ma l'abbiamo adottata, in mancanza di meglio.
  3. Gregorio risponde: "No, for then we should be colliers". "Colliers" è "facchini"; ma Sansone intende "choler", "collera", e risponde: "Se montiamo in collera, sfoderiamo". L'altro prende a sua volta "choler" per "collar", "collare", il sottogola che aveva il costume dell'epoca, e dice: "Se dici "Quando siamo nel collare "sfoderiamo" il collo", non dici niente di nuovo, perché è cosa del tutto naturale che il collo stia nel collare".
  4. "I will take the wall": "to take the wall (of a person)" è frase idiomatica per "prendere la destra" (la posizione del più importante camminando) o "prendersi il privilegio di camminare lungo il muro, come nella parte più sicura e pulita della strada". (Si ricordi il "Fate luogo!" del giovane Lodovico, il futuro Fra' Cristoforo dei "Promessi Sposi").
  5. In realtà è il prologo che apre la tragedia, potrebbe essere considerato l'incipit.
  6. Tradotto anche come "O fedele semplicista, le tue droghe operano pronte". Così in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 752.

Bibliografia[modifica]

  • Guglielmo Shakespeare, Romeo e Giulietta, traduzione di Gaetano Barbieri, per Gaspare Truffi, Milano, 1831.
  • William Shakespeare, Giulietta e Romeo, traduzione di Giulio Carcano, in "Teatro scelto di Shakespeare", Felice Le Monnier, Firenze, 1868.
  • William Shakespeare, Romeo e Giulietta, traduzione originale di Goffredo Raponi.
  • William Shakespeare, La tragedia di Romeo e Giulietta, traduzione di Alfredo Obertello, Arnoldo Mondadori Editore, 1970.
  • William Shakespeare, Romeo e Giulietta, traduzione di Paola Ojetti, Newton, 1990.

Film[modifica]

Altri progetti[modifica]