Susan Sontag

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Susan Sontag

Susan Sontag (1933 – 2004), scrittrice statunitense.

  • Cogito ergo boom.[1]
  • Fa male allora amare. È come accettare di farsi scorticare sapendo che in qualunque momento l'altra persona può andarsene via con la tua pelle.[2]
  • Il pittore costruisce, il fotografo rivela.[3]
  • La malattia è il lato notturno della vita.[4]
  • La noia non è che il contrario della fascinazione: entrambe dipendono dall'essere al di fuori piuttosto che dentro una situazione, e l'una conduce all'altra.[3]
  • La paura di invecchiare viene nel momento in cui si riconosce di non vivere la vita che si desidera. Equivale alla sensazione di abusare del presente.[2]
  • Leggere e ascoltare musica: trionfi del mio uscire da me stessa.[5]
  • Nessuno che ami la vita vorrebbe imitare la sua dedizione al martirio [...]. Tuttavia, Simone Weil ci commuove.[6]
  • Solo adesso mi sto rendendo conto di quanto mi sento in colpa d'essere omosessuale. Con H. ero convinta che la cosa non mi turbasse, ma mentivo a me stessa. Ho fatto in modo che gli altri (per esempio Annette) credessero che il mio vizio fosse H., e che se non fosse per lei non sarei omosessuale, o almeno non prevalentemente.[2]
  • Strano che non avessi mai pensato di andare in una biblioteca. Dovevo acquistarli, vederli in fila lungo una parete della mia minuscola camera da letto. Le mie divinità familiari. Le mie navicelle spaziali.[7]
  • Un giudizio, disse Nicky, è un grido di impotenza. Quando non si può far niente per cambiare una situazione, cosa resta se non giudicarla?[8]

Note[modifica]

  1. Da Styles of radical will, Picador, 2002.
  2. a b c Dai Taccuini e i diari di Susan Sontag, 1958-67.
  3. a b Da Sulla Fotografia.
  4. Da Malattia come metafora, traduzione di E. Capriolo, Einaudi, 1979.
  5. Da Pellegrinaggio, traduzione di Paolo Dilonardo, Archinto, Milano, 2004.
  6. Da un articolo per la rivista The New York Review of Books, 1963; citato in Simona Forti, Il femminile senza idolatrie, la Repubblica, 3 febbraio 2009.
  7. Da Pellegrinaggio.
  8. Dal racconto Vecchie lagnanze rivisitate, in Io, eccetera, traduzione di Stefania Bertola, 1963.

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