Alfredo Ottaviani

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Alfredo Ottaviani (1958)

Alfredo Ottaviani (1890 – 1979), cardinale e arcivescovo cattolico italiano.

Citazioni di Alfredo Ottaviani[modifica]

  • Giacché il Concilio Ecumenico Vaticano II, da poco felicemente concluso, ha promulgato sapientissimi Documenti, sia in materia dottrinale sia in materia disciplinare, allo scopo di promuovere efficacemente la vita della chiesa, a tutto il popolo di Dio incombe il grave dovere di impegnarsi con ogni sforzo alla attuazione di quanto, sotto l'influsso dello Spirito Santo, è stato solennemente proposto o decretato da quella universale assemblea di vescovi presieduta dal sommo pontefice.
    Spetta alla Gerarchia il diritto e il dovere di vigilare, guidare e promuovere il movimento di rinnovamento iniziato dal Concilio, in maniera che i Documenti e i Decreti conciliari siano rettamente interpretati e vengano attuati con la più assoluta fedeltà al loro valore ed al loro spirito. Questa dottrina, infatti, deve essere difesa dai Vescovi, giacché essi, con a Capo Pietro, hanno il mandato di insegnare con autorità. Lodevolmente molti Pastori hanno già cominciato a spiegare come si conviene la dottrina del Concilio.
    Tuttavia bisogna confessare con dolore che da varie parti son pervenute notizie infauste circa abusi che vanno prendendo piede nell'interpretare la dottrina conciliare, come pure di alcune opinioni peregrine ed audaci qua e là insorgenti, con non piccolo turbamento di molti fedeli. Sono degni di lode gli studi e gli sforzi per investigare più profondamente la verità, distinguendo onestamente tra ciò che è materia di fede e ciò che è opinabile; ma dai documenti esaminati da questa Sacra Congregazione risulta trattarsi di non poche affermazioni, le quali oltrepassando facilmente i limiti dell’ipotesi o della semplice opinione, sembrano toccare in certa misura lo stesso dogma ed i fondamenti della fede.[1]
  • [...] il Concilio più che una nuova aurora per l'umanità, è una lunga notte per la Chiesa. [...] Prego Dio di farmi morire prima della fine di questo Concilio, così almeno muoio cattolico.[2]
  • Non assistiamo forse ogni giorno al desolante spettacolo di moltitudini che seguono le seduzioni o di una brillante oratoria o di uno stile ammantato di estetica o di un ragionar flessuoso invitante verso vie nuove? Il mondo, specialmente nei nostri giorni, è invasato da una brama di novità, non tutte regolate e innocue: si parla di ordine nuovo, di nuovo pensiero, di verità relativa, di morale dei tempi nostri, di nuova teologia. Dovunque si opera la devastazione dei principi più sani, delle tradizioni più venerande, dei fondamenti più sacri del sapere cristiano, persino delle stesse fonti della rivelazione. È proprio quando più necessaria apparisce l'opera preservatrice e regolatrice della Chiesa, proprio ora le si vogliono spuntare le armi della difesa. Ma la Chiesa continua a fare quel che ha sempre fatto, quel che deve fare, e guai se non lo facesse! È un atto di vita: vita sua, vita dei suoi figli. È un atto di magistero di colei che è la maestra, a nome e nelle veci di Cristo. Non è più Chiesa se non è maestra; e se non corregge non è maestra. Insegnare implica anche correggere, perché la verità non si porge agli uomini senza respingere gli errori.[3]
  • Oggi sanno leggere quasi tutti: ma ben pochi sanno pensare. Soprattutto nei temi di studio, un orecchiante e un saputo è ancora più inerudito dei rozzi, e a differenza dei rozzi confessi, è inerudibile perché crede di sapere il fatto suo. La segnalazione dei libri da non leggere è come la segnalazione stradale: nessuno si offende per i segni che regolano il traffico, con la scusa che lui è uomo intelligente e pratico, e capisce da sé. Non è senza la massima attenzione e i più sapienti accorgimenti che la Chiesa compie i suoi interventi. Soprattutto non li compie mai con quella animosità che i nemici e i figli fuggitivi le ascrivono in simili occasioni. Non si capirebbe che gusto potrebbe provarci la Chiesa, che utilità riportarne. C'è più profitto a giudicare col mondo, c'è più gusto di natura corrotta a blandire l'errore che a condannarlo. Affermare la verità conculcata è sempre affrontare un violento, disarmarlo. La Chiesa, infatti, ci ha quasi sempre rimesso, lì per lì, nel compimento di questo dovere: è diventata impopolare, è stata ingiuriata, anche i buoni ha lasciato perplessi e un po' intimiditi.[3]
  • Stiamo cercando di suscitare il disorientamento e lo scandalo nel popolo cristiano, introducendo delle modifiche in un rito così venerabile, che è stato approvato lungo tanti secoli e che è ora divenuto così familiare. Non si può trattare la Santa Messa come se fosse un pezzo di stoffa che si rimette seguendo la moda, secondo la fantasia di ciascuna generazione.[4]
  • [Alla cappella funebre per il cardinale Luis Muench, durante il rito nella Basilica di san Pietro] [...] «successe una cosa che non mi aspettavo. Il papa si curvò su di me e mi sussurrò all'orecchio: "Eminenza, le nostre teste possono avere anche pensieri diversi, ma il nostro cuore è sempre vicino"». [Alla domanda di P. Antonio Cairoli, postulatore della causa di canonizzazione di Giovanni XXII: "Ma non era grave il contrasto fra voi?" il card. Ottaviani rispose:] «Ogni casa di contadini ha un cane da guardia che abbaia quando c'è qualcosa di strano. Io abbaiavo. Finché arrivava il padrone, cioè il papa. Poi, se la vedeva lui».[5]

Note[modifica]

  1. Dalla Lettera circolare ai Presidenti delle Conferenze Episcopali circa alcune sentenze ed errori insorgenti sull'interpretazione dei decreti del Concilio Vaticano II, Roma, 24 luglio 1966, vatican.va.
  2. Citato in Alessandro Gnocchi, Lettere ai posteri di Giovannino Guareschi, Marsilio Editori, Venezia, 2018, p. 58. ISBN 978-88-317-0828-9
  3. a b Citato in La Civiltà cattolica, anno CX, 1959, vol. IV, La Civiltà cattolica, Roma, 1959, p. 622.
  4. Citato in Alessandro Gnocchi, Lettere ai posteri di Giovannino Guareschi, p. 59.
  5. Testimonianza resa dal cardinale Ottaviani alla Congregazione dei Santi durante il processo di beatificazione di Papa Giovanni XXIII. Cfr. Giovanni XXIII. La fede e la politica, p. 119. Citato in Giancarlo Zizola, Giovanni XXIII. La fede e la politica, Editori Laterza, Roma-Bari, p.119. ISBN 9788858101582

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