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Antonia Pozzi

Al 2024 le opere di un autore italiano morto prima del 1954 sono di pubblico dominio in Italia. PD
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Antonia Pozzi

Antonia Pozzi (1912 – 1938), poetessa italiana.

Citazioni di Antonia Pozzi

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  • Del tempo ho paura, del tempo che fugge così in fretta. Fugge? No, non fugge, e nemmeno vola: scivola, dilegua, scompare, come la rena che dal pugno chiuso filtra giù attraverso le dita, e non lascia sul palmo che un senso spiacevole di vuoto. Ma, come della rena restano, nelle rughe della pelle, dei granellini sparsi, così anche del tempo che passa resta a noi la traccia.[1]
  • Vorrei che mi portassero giù un bel pietrone della Grigna e vi piantassero ogni anno rododendri, stelle alpine e muschi di montagna – Pensare d'esser sepolta qui non è nemmeno morire: è un tornare alle radici. Ogni giorno le sento più tenaci dentro di me. Le mie mamme montagne.[2]

Parole

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Il sole
chino sul grembo della montagna
con tensione
grifagna
sembrava un occhio stupefatto d'arancione
cigliato
di raggi a lame vivide
sotto un sopracciglio corrucciato
di nubi livide.

Milano, 14 aprile 1929

Citazioni

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  • Giuncheto lieve biondo | come un campo di spighe | presso il lago celeste | e le case di un'isola | lontana | color di vela | pronte a salpare – | Desiderio di cose leggere | nel cuore che pesa | come pietra | dentro una barca – | Ma giungerà una sera | a queste rive | l'anima liberata: | senza piegare i giunchi | senza muovere l'acqua o l'aria | salperà – con le case | dell'isola lontana, | per un'alta scogliera | di stelle – (Desiderio di cose leggere)
  • Guardami: sono nuda. Dall'inquieto | languore della mia capigliatura | alla tensione snella del mio piede, | io sono tutta una magrezza acerba | inguainata in un color d'avorio. (Canto della mia nudità)
  • Vieni, mio dolce amico: sulla bianca | e soda strada noi seguiteremo | finché tutta la valle s'inazzurri. | Vieni: è tanto soave camminare | a te d'accanto, anche se tu non m'ami. (Canto rassegnato)
  • Le ciglia ti segnavano sul viso | due strisce d'ombra. Io vibravo, forse, | insieme con le corde, nei singhiozzi | che l'anima imprimeva alla tua mano | e t'incontravo al sommo delle dita. (Vaneggiamenti)
  • Inciamperemo | nelle radici, disperate membra | brancicanti la terra; strettamente | ci addosseremo ai tronchi, per sostegno; | e fuggiremo. Con la piena forza | della carne e del cuore fuggiremo: | lungi da questo velenoso mondo | che mi attira e respinge. (Fuga)
  • Vedi la falda erbosa da cui balza | questo zampillo estatico di rupi | somiglia a un camposanto sconfinato, | con le sue pietre bianche. | Io mi vorrei tuffare a capofitto | nella fluidità vertiginosa; | vorrei piombare sopra un duro masso | e sradicarlo e stritolarlo, io, | con le mie mani scarne. (Vertigine)
  • Gridava la follia d'inabissarsi | in profondità cieca; | rombava la tortura di donarsi, | in veemente canto, | in offerta ruggente, | al vorace mistero del silenzio. (Vicenda d'acque)
  • Ogni rintocco | è una carezza fonda, un vellutato | manto di pace, sceso dalla notte | ad avvolger la casa e la mia vita. (Pace)
  • Leggo per un gran tratto nel futuro | come sul foglio che mi sta dinnanzi: | poi, la visione cade bruscamente | nel buio dell'ignoto, come questa | pagina bianca, che si rompe, netta | sul panno scuro della scrivania. (Pace)
  • So che forse noi siamo creature | nate tutte da un'ansia eterna: il mare; | e che la vita, quando fruga e strazia | l'essere nostro, spreme dal profondo | un po' del sale da cui fummo tratte. (Lagrime)
  • Ho gridato di gioia, nel discendere. | Ho adorato la forza irta e selvaggia | che fa le mie ginocchia avide al balzo, | la forza ignota e vergine che tende | me come un arco nella corsa certa. (Canto selvaggio)
  • E noi strisciamo | sull'ignota fermezza: a palmo a palmo, | con l'arcuata tensione delle dita, | con la piatta aderenza delle membra, | guadagniamo la roccia; con la fame | dei predatori, issiamo sulla vetta | il nostro corpo molle; ebbri d'immenso, | inalberiamo sopra l'irta vetta | la nostra fragilezza ardente. (Dolomiti)
  • Sì, bello morire, | quando la nostra giovinezza arranca | su per la roccia, a conquistare l'alto. | Bello cadere, quando nervi e carne, | pazzi di forza, voglion farsi anima; | quando dal fondo d'una fenditura, | il cielo terso pare un'imparziale | mano che benedica e i picchi, intorno, | quasi obbedienti a una consegna arcana, | vegliano irrigiditi. (Alpe)
  • Non impeto d'ascesa | sferza le vette ad assalir l'azzurro, | ma paurosa immensità di cielo | le respinge, le opprime. (Lago in calma)
  • Sordo per il gran vento | che nel castello vola e grida | è divenuto il cane. || Sopra gli spalti – in lago | protesi – corre, | senza sussulti: | né il muschio sulle pietre | a grande altezza lo insidia, | né un tegolo rimosso. || Tanto chiusa e intera | è in lui la forza | da che non ha nome | più per nessuno | e va per una sua | segreta linea | libero. | 25 settembre 1933 (Il cane sordo, p. 126)
  • La tua voce era un mare di purezza: | ogni ombra di materia vi affogava. | A tratti le parole si frangevano | in lunghe sfumature di silenzio | e all'anima sembrava di vibrare | nuda nel vento e di sfiorare Dio. (La stazioncina di Torre Annunziata)
  • In ogni lacrima | che, nelle notti insonni e solitarie, | beve con le sue ciglia chi è rimasto | vive e brucia il tuo pianto; e nel mio cuore | largo di lontananza, tu divampi: | alla mia fonda e cupa tenerezza, | alla rinuncia mia che si dibatte, | tu dai la luce bianca e rassegnata, | tu dai la rossa luce di battaglia. | Tu mi rinsaldi, tu mi rendi pura: | nel mio amore, la tua morte è Vita.
  • Sarebbe buona come quella luce | che gli lavò di bianco le pupille | nel suo ultimo istante. (Anniversario)
  • Nascostamente avrei voluto porre | in quelle anime ignare di fanciulli | tutta la gioia che mi è riservata | perch'essi la ritrovino, da uomini, | quando conosceranno la stanchezza | e piangeranno, soli, nella vita. (Scampagnata)
  • Aggiorna sulla luna | e a noi suade il sonno | questa faccia distolta dal sole, la campagna | profondata negli oceani. | Per un varco di nubi ancor balena | in poche stelle la vita lasciata: | mentre sugli occhi piombano le ciglia | e suda fresco umore | sulla bocca dei cani muti. (Notte)

Citazioni su Antonia Pozzi

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  • Nelle immagini che ce la mostrano giovinetta, spiccano gli elementi distintivi della sua classe sociale: indossa camicie candide dai grandi colletti inamidati, blazer di gran taglio, porta una scriminatura larga e perfetta che divide in due bande i suoi capelli ricci e relativamente corti. Un segno di eccentricità è forse la cravatta annodata al collo: un enigma i suoi occhi interroganti in un viso malinconico, che può sembrare ora molto bello, ora ambiguamente mascolino. (Giuseppe Conte)
  • Uno dei fatti capitali della sua breve esistenza è il suo innamoramento, negli anni in cui frequenta il liceo Manzoni, per il suo professore di latino e greco, Antonio Maria Cervi. Le poesie che oggi portano la dedica "ad A. M. C." ci parlano di questo amore felicissimo e infelice, pudico e appassionato, innocente e contrastato. Contrastato al punto che il padre, rimaneggiando, tagliando, correggendo le poesie della figlia pubblicate postume, aveva ogni volta cancellato quella dedica, con la furia maldestra con cui si può cancellare un ricordo doloroso. (Giuseppe Conte)

Note

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  1. Da Diari, Natale 1926, in Mi sento in un destino: Diari e altri scritti.
  2. Da Diari, 10 settembre 1937, in Mi sento in un destino: Diari e altri scritti.

Bibliografia

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Altri progetti

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