Antonio Beltramelli
Antonio Beltramelli (1879 – 1930), scrittore italiano.
Citazioni di Antonio Beltramelli
[modifica]- Se mi partissi e 'n vi dicessi addio, | parrebbe mi partissi all'adirata. | E se mi parto vi lascio il cor mio, | ché lo teniate fino alla tornata.
Se me ne andassi e non vi dicessi addio, | sembrerebbe che me ne andassi irato con voi. | E se me ne vado vi lascio il mio cuore | perché lo custodiate fino al mio ritorno.[1]
Da Comacchio ad Argenta
[modifica]- [...] ciò ch'era come un'indistinta massa lucente si distinse a mano a mano, si stagliò con maggior nitidezza sul cielo, si definì nei contorni e nei particolari. Racchiusa in un giro di torri e di campanili (antica corona di esili antenne), cinta in soave abbracciamento dagli orti e dai giardini, Comacchio, la città che tace da secoli in mezzo all'incantesimo delle lagune, si rivelò agli occhi miei per la prima volta e bella e grande nella sua solitudine. (p. 11)
- [Comacchio] Sorta in antichissima età, l'origine sua si perde nel mistero delle lontananze; si ricollega con la leggenda e col mito. Il tempo, maestro d'incanti, le ha serbato il fascino dell'ignoto.
Alcuni ne attribuiscono la fondazione ai Pelasgi i quali l'avrebbero fabbricata dopo la mitica città di Spina che vuolsi sorgesse dove si distende ora la laguna di Mezzano. Più anticamente il Sardi, con ammirevole fantasia, la fa sorgere nel 1800 avanti Cristo e ne dice fondatore Cromatio, figliolo di Noè, il quale Cromatio insieme a Butico e ad altri figlioli di Ham, fuggendo la tirannia di Nemrod, venne da Soria in Italia e vi fabbricò Ravenna, Comacchio ed altre città. Paternità rispettabile e considerevole! Senonché, al tempo del Sardi, qualche studioso, nemico della bella inventiva di lui, gli mosse alcuni appunti genealogici circa la famiglia di Noè; e il Sardi si affrettò a provare che il buon navarca dell'umanità, impalmata una seconda moglie, ne aveva avuto trenta figliuoli, che non erano prima in catalogo. Così ogni controversia cadde. (pp. 11-12) - Invano si ricercherebbe a Comacchio la viva traccia di qualche magnificenza antica; il tempo e, più del tempo, le accanite e sanguinose lotte che la sconvolsero, fecero scomparire anche le vestige della sua grandezza passata. Per quattro volte il fuoco trasse nella sua voragine la misera città; per quattro volte ella fu tragico rogo auspicale alla vittoria altrui. Nulla vi resta di insigne e ciò contribuisce a darle alcunché di malinconico e grave, un aspetto di dolcezza stanca ch'io non ho trovato in nessun altro luogo e che la rende cara agli occhi pensosi. (p. 18)
- Come per tutte le città che sorgevano fra i Sette Mari (i quali, secondo Plinio, si estendevano per 120 miglia, da Ravenna ad Altino) anche le origini di Argenta si perdono nell'oscurità dei tempi. Si vuole fosse fondata dai Pelasgi, dagli stessi che fondarono, secondo la leggenda, Comacchio, Adria, Ravenna. Altri sostiene sorgesse dopo la disfatta e la distruzione di Spina.
Ogni opinione decampa però nel regno delle ipotesi e non ha, storicamente, sostegno serio.
Il primo ricordo che si abbia d'Argenta, risale al 108 avanti G. C. Si sa che allora era un celebre castello di tal nome situato al nord-ovest di Ravenna, in mezzo alle acque; si sa che tale castello era possente e che i Romani vi tenevano un presidio. (p. 59) - Argenta è stata culla di artisti. Vi ebbero i natali Antonio e Giovan Battista Aleotti e Nicolò Balestri[2]. Per questi figli suoi, i quali con amore grande rivolsero ogni loro cura ad abbellirla, serba un patrimonio artistico considerevole.
Come a Bologna, e, in genere, nelle città dell'Emilia, ad Argenta abbondano le decorazioni in cotto, ricche di varii e leggiadri motivi ornamentali; però l'incuria e la volgare insapienza han fatto sì che molti fra questi pregevoli altorilievi siano deturpati da uno spesso strato di calce. Anche nell'esempio di Bologna conta alcuni portici, tra' quali elegantissimo quello della Pretura, costrutto nello scorcio del sec. XV, e quello del Municipio. (pp. 61-62) - Nello stesso anno [1624, dell'inaugurazione del santuario della Celletta] [...] Argenta fu sconvolta dal terremoto. Per un'intera notte le scosse violente e continue si susseguirono; onde, a detta del Bandi, in brev'ora più di 170 edifizi e la maggior parte delle torri, che si erigevano su le mura circondanti il paese, crollarono.
Il popolo terrorizzato corse tumultuando ad invocare la Madonna della Celletta ed è tradizione che, per intervento di lei, non si avessero a deplorare, in sì terribile cataclisma, se non pochissime vittime. La fama della miracolosa immagine si accrebbe, onde la Celletta fu meta di lunghe teorie di bifolchi che vi giunsero pellegrinando da lontani paesi. (pp. 66-68) - Su la via che conduce a Ravenna, disteso su le due sponde del Senio per una estensione di oltre tre chilometri, congiunto da ponti e intermezzato da gruppi di alberi e da siepi, s'incontra Alfonsine, gaio paese che dette i natali a Vincenzo Monti.
Si vuole che il nome di Alfonsine[3] derivi a questa terra da Alfonso I d'Este che fece cominciare la bonifica delle grandi paludi che infestavano tale zona. Alfonsine fu per lungo tempo una semplice villa dei marchesi Calcagnini, e da un agente di campagna dei Calcagnini nacque, nel 1754, Vincenzo Monti. (pp. 72-74) - Oltre il bosco, sotto i giganteschi argini del Po di Goro, in terra paludosa, sorge Goro, piccolo paese di pescatori che era situato sul mare un tempo. Ora ne dista cinque chilometri.
Il larghissimo ramo del Po scorre qui, fra argini possenti, al di sopra del livello delle campagne ed è minaccia continua agli abitanti di queste plaghe. (p. 138) - Non altro tempio ebbe più perfetto accordo di luoghi e di cose, sorse in armonia più grandiosa, compì, col suo muto atteggiarsi, l'informe pensiero che la morta natura destava nelle menti umane. La Badia di Pomposa è la divina espressione delle solitudini che le stanno a torno; è la parola di Dio padre, materiata in armonia di forme, nido della speranza che si eterna. (p. 143)
Il Gargano
[modifica]- [San Marco in Lamis] La città si distende e si agglomera lungo una via abbastanza vasta che la percorre in tutta la sua ampiezza dall'est all'ovest. È leggermente in salita, pessimamente selciata, con frequenti tracce di spazzatura abbandonata alla delizia di alcune galline che vi razzolano crogiolandosi al sole. Le case hanno un aspetto uguale, piuttosto misero; si accalcano l'una su l'altra quasi per tema che lo spazio venga loro a mancare; molte finestre sono adorne di fiori, i quali pongono, su tutto questo sfolgorio di muri soverchiamente bianchi, una nota varia che ne addolcisce un poco l'asprezza. (p. 22)
- San Marco in Lamis pare abbia avuto origine fra il settimo e l'ottavo secolo per opera dei pellegrini Longobardi che venivano a visitare il santuario di San Michele sul Gargano.
Secondo il Troyli i Longobardi, risiedenti a Benevento in quel tempo, per opera del vescovo Barbato [...] abbandonarono l'idolatria per seguire la fede cristiana. Ebbero in grande venerazione l'Arcangelo Michele, convinti ch'esso fosse stato duce della loro conversione.
Data tale credenza, si stabilì una continua corrente di pellegrini che salivano reverenti alla sacra grotta di Monte Sant'Angelo. Allora fu che molti presero stabile dimora in quei dintorni, formando dieci eremitaggi, fra i quali è da annoverarsi San Marco in Lamis. (p. 22) - Se alcuni lati esteriori e pittorici [di San Marco in Lamis] vengono scomparendo sotto l'influsso pareggiante della civiltà, rimangono vive tradizioni e costumanze originalissime, le quali caratterizzano l'indole di questa fiera popolazione.
Un tempo era in grande onore il così detto fidanzamento violento che ora viene praticato su piccola scala e quasi più non si usa stante la particolare prepotenza di poco simpatica applicazione. Detto fidanzamento consiste in ciò: allorché un giovane prende a benvolere una ragazza e non si vede corrisposto e teme che, seguendo le comuni formule in uso, ad una domanda di lui ella debba rispondere con un diniego, ricorre agli estremi: attende, per lo più di sera, la ragazza designata e, quand'ella non se ne avveda, con rapido gesto le strappa il fazzoletto e parte con l'agognata preda.
Per tale perdita la ragazza è inesorabilmente compromessa, ella appartiene ormai anima e corpo al piccolo ladro. (p. 23) - Prima di giungere a Manfredonia attraversiamo vasti campi di fichi d'india che danno un aspetto singolare al paese. La pianta mostruosa e deforme drizza le sue poche foglie carnose, erte di innumerevoli spine; foglie coronate al margine da una serie di bitorzoli o di fiori giallastri che si convertiranno nel dolciastro frutto di cui sono ghiotti i meridionali. Passiamo innanzi a villette, a cascinali, a una piccola chiesa abbandonata. Le abitazioni si moltiplicano. Siamo alle porte di Manfredonia, la quale ci appare in tutto simile ad una città moresca con le sue case a terrazze, bianche e abbacinanti, disperatamente uguali e simili a tanti dadi posti l'uno accanto all'altro sopra uno smisurato scacchiere. (pp. 42-43)
- Nel 1620 Manfredonia fu presa d'assalto dai Turchi e data alle fiamme; questa la ragione per cui non si incontra più nulla o quasi nulla di antico, toltone qualche chiesa e il castello.
Il duomo, quale è ora, fu ricostruito dal cardinale Orsini nell'anno 1620. E un edificio che non presenta nessuna grazia architettonica. E sormontato da una piccola cupola e fiancheggiato da un campaniluccio costrutto in pietra calcarea giallastra. (p. 46) - [Manfredonia] Procedo per la gaia cittadina dalle ampie vie regolari, percorse da una folla varia tumultuante, urlante. Quanto più ci s'inoltra nel mezzogiorno d'Italia, tanto più il popolo sente necessità di manifestare ad alta voce i suoi pensieri ed i suoi sentimenti. Colgo ad ogni passo brani di dialogo che potrebbero interessarmi forse, se riuscissi ad intendere i suoni gutturali di questo dialetto. (p. 47)
- Vieste, la remota, la perduta dal mondo, è laggiù, oltre gli ultimi scogli. Fra poco, piacendo al destino, ne vedremo l'ardito profilo. Mi torna in mente una canzone di dispetto udita altre volte ad Otranto:Li Turchi se la puozzono piglianeE fu il destino della misera terra. (p. 96)
la puozzono portare a la Turchia
la puozzono fa Turca da Cristiana! - Le origini di Vieste – o Viesti come la chiamano alcuni benché nel Gargano persista l'antica desinenza in e, – si perdono, come quelle di Rodi e di altre città del promontorio, nella leggenda e nel mito. Al favoloso eroe Diomede e al popolo suo, se ne attribuisce la fondazione in epoca indefinibile; o meglio, poco dopo la guerra di Troia verso il 1184 a. C. Nessuna scorta può sorreggere seriamente la indagine in tempi tanto remoti; è cosa migliore quindi, partire dal punto in cui la storia può esserci valida guida.
Alcuni storici, fra i quali il Giuliani, sostengono essere il nome di Vieste una corruzione di Apeneste, antica città che sorgeva, secondo le loro congetture, nel luogo ove si eleva la città moderna; altri vogliono che Vieste derivi il suo nome da un antico tempio che sorgeva ne' suoi dintorni, sacro alla dea Vesta. (p. 97) - Nel 1554 i corsari Turchi assaltarono e presero la città [di Vieste]. Per la resistenza opposta loro dagli animosi abitanti, la bestiale crudeltà, precipua dote del popolo, che è rimasto tuttodì al livello intellettuale e civile di quel tempo, si esplicò in un memorando macello. Settemila persone vennero passate a fil di spada, non avuto riguardo né a sesso né a età; altre settemila vennero tratte prigioniere. Quando le galee vittoriose ripresero il mare, la città sperduta rimase pressoché deserta. (p. 97)
- Durante la dominazione borbonica Rodi [Garganico], come tutta la regione garganica, fu infestata dai briganti. Fu il periodo di Pronio, Rodio, Fra Diavolo, Mammone, Sciarpa ed altri numerosi banditi, i quali si distinsero per la loro efferatezza che sorpassò ogni bestiale crudeltà. (p. 113)
- Rodi s'inerpica sopra un alto promontorio che sporge sul mare; per l'altezza delle sue case a numerosi piani, per la pulizia e l'ampiezza delle strade può dirsi la città più civile del Gargano; certo è quella che più dimostra esserlo. Fino a qualche anno fa, fino a quando la crisi degli agrumi non toglieva a Rodi la sua maggiore fonte di ricchezza, poteva dirsi che in paese non si trovasse un povero, tutti partecipavano al benessere generale; sopravvenuta la crisi, se ne risentirono subito i danni enormi e cominciò il disagio, disagio che perdura tuttavia e costringe la gente più povera ad emigrare in America. (p. 114)
- [...] se si pensa che i soli agrumi producono in media, nel Gargano, 100 milioni di frutti all'anno e se si pensa che a questa produzione va aggiunta quella dell'olio, del legname, quella dei marmi che sono di finissima grana e potrebbero porsi in commercio con molto profitto, si resta veramente maravigliati della noncuranza in cui è stata tenuta fino ad oggi una fra le più ricche e fra le più belle regioni d'Italia. (p. 116)
- La strada che da Rodi, per un terreno pianeggiante, si spinge fino alla Torre di Monte Pucci nella Selva Calinella, supera senza alcun dubbio le decantate bellezze della Riviera Ligure. (pp. 116-117)
- Vico Garganico sorge alla cima di un colle ed è circondata, come Rodi, da ricchi aranceti. Circa l'origine sua poco può dirsi. Vincenzo Giuliani e Giuseppe de Leonardis la credono fondata dai superstiti della distrutta Varano; Michelangelo De Grazia propende invece per gli abitanti di un'altra città distrutta: Civita, che sorgeva nel tenimento d'Ischitella. Comunque sia, nulla può stabilirsi con esattezza. Vico Garganico è una cittadina gaia e piacente situata a 425 metri sul livello del mare. I colli, ricchi di aranceti, di vigne e di olivi, le formano intorno ricca corona. Possiede parecchie case di bell'aspetto e di buona architettura. (p. 136)
- Carpino, che è senza alcun dubbio il paese più sporco e più selvaggio del Gargano, giace sopra un'altura a sei chilometri ad est dal Lago Varano; verso il centro della regione garganica. L'aria vi è saluberrima. (p. 139)
I tre tempi
[modifica]Giovanni Amunda scendeva dall'alta montagna. Oltre il muraglione che difende la strada provinciale dalla furia dei venti nel valico appenninico, aveva abbandonato la via maestra internandosi per le selve. Egli conosceva ogni sentiero; sapeva di giungere più speditamente alla mèta. Era solo e la luce moriva dietro i monti di Toscana.
Le novelle del mito
[modifica]- [...] non v'è goccia nel mare che non sia stata lacrima umana. (p. 27)
Le novelle della vita gaia e triste
[modifica]- L'eternità è un concetto simile all'attimo, non si coglie, non si misura e l'amore se ne serve nel periodo in cui dimentica il tempo; può essere un secondo, come può essere per un giorno, come per più anni, poi l'eternità dilegua. (p. 84)
- La vita è misura, assidua misura sul ritmo della morte che incalza, della vita che sopraggiunge, dell'ombra che fugge il sole. Ogni volo altissimo non è che il punto sommo di una parabola. (p. 84)
- L'attesa non toglie speranza. (p. 97)
- Essere ingenuo vuol dire aver serbato una qualche purezza di vita; ancora significa poter godere qualche ora più chiara per le strade del mondo. (p. 152)
Le novelle del tempo conchiuso
[modifica]- A volte si diventa ricchi, arcimilionari... ma di niente. Solo perché un'ora di sole entra nell'anima nostra e chiude tutti i limiti intorno; chiude i valichi dell'infinito. (p. 172)
- Qualche volta si langue, quando si è su la soglia del mondo e non si conosce la strada destinata.
Qualche volta non si vorrebbe ritornare là dove si è partiti un'ora prima. (p. 178) - Accadono al mondo, a volte, certe piccole cose che non valgono più di una nuvola leggera e son cose di giovinezza, rapidissime, da scordar subito perché il vento è mutevole, in primavera, e la gioia non si sa neppure se sia giunta, che, già, a guardarla, trascolora. (p. 183)
- L'amore è indefinibile e non è detto debba esser sempre monumentale. (p. 183)
- L'amore arriva talvolta per un baleno e, alla mattina, non è più niente. Passa co' suoi piedi nudi sull'erba tenera; lascia forse un leggerissimo segno in un cuore ma non in due che sarebbe troppo e condurrebbe chi sa mai dove, per tutta la noia degli uomini a compasso. (p. 184)
- Il mondo serio e inospitale confina con l'amore fra le cose saggie; di questo figlio dell'imponderabile fa una cosa argomentata che deve rispondere alle dovute esigenze. Si può amare solamente sub conditione e sotto il naso degli esperimentati parenti. Non deve esservi cosa inattesa per un bennato cuore, né il tepore di un giorno solo per una gioia improvvisa che sa di morire col sole. (p. 223)
- Molti arrivano al mondo e se ne vanno senza aver imparato niente perché hanno trovato tutto bell'e fatto. Dalla scuola al letto matrimoniale e al ben ornato feretro. Questi sono coloro che vissero molto giustamente e si raccomandano negli onorati epitaffi. (p. 223)
L'ombra del mandorlo
[modifica]... e la carovana passa.
Ora la solitudine del monte non gli aveva dato riposo nessuno, e tutto ciò ch'egli si era ripromesso dalla calma di una vita ritirata fra le selve e le fonti, non aveva ottenuto.
Non poteva esser solo. La sua vita interiore non gli bastava più. Non gli bastava la lettura de' suoi autori favoriti, non la meditazione, non la semplice e schietta chiarità della montagna.
La pura gioia non era lassù, nella sua piccola casa troppo deserta, ora.
Certi ricordi odoravano come rose languenti... Certe memorie gli dolevano come ferite...
La solitudine non è un bene quando non risponde a uno stabile equilibrio dello spirito.
Ed egli non poteva essere solo.
Che avrebbe egli fatto?.. Dove andare?.. A quale porto dirigersi?.. A quale ombra riposava la creatura che poteva essergli destinata?
Forse al di là degli oceani, dove non sarebbe arrivato giammai... forse, in una solitudine eguale, che aspettava un fratello d'amore dalle strade della terra... e si fermava, al vespero, sotto le siepi... e ascoltava il pianto delle canzoni che muoiono col vento lontano...
Citazioni
[modifica]- Non occorre una guida per godere una bella città, per penetrare nell'anima di un luogo. Bastano gli occhi che sappian vedere. Tutta la storia non aggiunge un senso o una soavità nuova a un solo mattone, a una sola scheggia di marmo. Ciò che conosciamo ci basta. Le guide sono una Beozia internazionale. Servono a chi viaggia per niente, o per far sapere agli altri ciò a cui gli altri non interessano. (p. 88)
- La Chiesa è saggia e Iddio è lontano. (p. 99)
- Gesù di Galilea ebbe il terribile potere di chiamare sul mondo lo spirito di Lui; ma gli uomini si traviarono poi per diverse vie. (p. 99)
- Certe donne hanno l'anima di un Saladino. Le Neronesse son molto peggiori dei Neroni, dei Tiberi e dei Caracalla.
Ma l'uomo le sposa fanciulle, quando ancora non hanno i baffi e sembrano tutte un delicato profumo; anche i loro pensieri sono come la vetrina di un profumiere e sono tutte angelicate creature. (p. 103)
Ahi, Giacometta, la tua ghirlandella!
[modifica]Io mi ricordo, Giacometta, quando vivevi nella tua casa bianca, dai grandi cristalli; sul lembo di un giardino. Allora avevi sedici anni ed eri la sola Giacometta di tutta la città.
Conducevi la vita delle persone per bene: uscivi poco, forse la domenica per andare alla messa con la veste più nuova; e, qualche rara volta, quando era proprio bel tempo, uscivi per far la tua passeggiata.
E la gente della tua città ti guardava perché eri bella. I giovani si fermavano ad ammirarti.
Gli uomini rossi
[modifica]Disse un ispirato, una volta, che Adamo, in siriaco, significava rosso e volle da ciò dedurre la remotissima origine del partito repubblicano. La deduzione destò fra gli scienziati tedeschi interminabili dispute; si formò a mano a mano una biblioteca su l'argomento e, come avviene sempre in casi di sì alta importanza, la questione rimase allo statu quo ante.
Il cavalier Mostardo
[modifica]Pochi eran rimasti della vecchia coorte. I più anziani avevano finito di banchettare e se n'eran iti alla morte, al riposo. Chiuso il libro del dare e dell'avere come privati, se non come uomini di caldo avvenire, avevano compiuta la traiettoria rapidamente, da quei bravi che si eran dimostrati nel mondo, secondo le dottrine loro. Non troppe smorfie e meno indugi. Morire bisognava; dunque fosse rapida la morte e tranquilli coloro ai quali restavano altri anni da vivere nel bel mondo armonioso. Dal più al meno erano stati sodisfatti nel loro legittimo desiderio.
Note
[modifica]Bibliografia
[modifica]- Antonio Beltramelli, Ahi, Giacometta, la tua ghirlandella!, Mondadori, 1921.
- Antonio Beltramelli, Da Comacchio ad Argenta, Collezione di monografie illustrate, Istituto italiano d'arti grafiche - Editore, Bergamo, 1905.
- Antonio Beltramelli, Gli uomini rossi, Renzo Streglio & C., 1904.
- Antonio Beltramelli, Il Cavalier Mostardo, A. Mondadori, 1922.
- Antonio Beltramelli, I tre tempi (novelle), Edizioni A. Mondadori, 1929.
- Antonio Beltramelli, Il Gargano, Collezione di monografie illustrate, Istituto italiano d'arti grafiche - Editore, Bergamo, 1907.
- Antonio Beltramelli, L'ombra del mandorlo, Edizioni A. Mondadori, 1921.
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