Carlo Maria Curci

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Carlo Maria Curci (1809 – 1891), gesuita e teologo italiano.

Una divinazione sulle tre ultime opere di Vincenzo Gioberti[modifica]

  • [...] egli [Vincenzo Gioberti] trova un Gesuitismo esistente quando Gesuiti non erano al mondo, e che resterebbe superstite quando questi ne fossero succisi dalle radici: egli vede la Chiesa costretta di lacci vergognosi dal Gesuitismo: egli lamenta l'uomo cattolico imbastardito, l'uomo italiano rimpastato e rifatto in peggio dal Gesuitismo: egli asserisce i paesi cattolici trovarsi enormemente inferiori ai paesi eterodossi in opera di culto civile per colpa del Gesuitismo: egli non conosce gloria maggiore dei Governi italiani che far testa alle invasioni del Gesuitismo; né la finerei più a riferire anche una metà delle gigantesche censure che egli appicca a quel mostro paurosissimo. (vol. I, Introduzione, p. XXV)
  • L'ill. A. [Vincenzo Gioberti] pensa di essersi scolpato abbastanza col dichiarare che egli intende di maledire e tartassare non i Gesuiti ma il Gesuitismo. Ora io protesto. dichiaro, e se volete ne farò pubblico rogito per man di notaio, che in tutte le parole pungenti, se alcuna me ne venne detta o se altra me ne sfuggirà appresso, io ho mirato e mirerò non al Gioberti, sì bene al Giobertismo o alla Gioberteità: così potremo comporre senza che egli abbia ragion di lamento, la venerazione in che tengo il concreto con un cotal pochino di aspro e di canzonatura coll'astratto. (vol. I, Introduzione, pp. LVI-LVII)
  • Uno dei veraci progressi onde meritamente si onora il nostro secolo è, secondo io estimo, il bene che si vien traendo a pro della Società dal sesso minore, chiamato anch'esso a partecipare alle fatiche, alle sofferenze, alle privazioni ed ai meriti di una vita operosa e zelante. Ma questa è altresì è creazione cattolica, iniziata con tanto felici auspicî dall'apostolo della carità s. Vincenzo de' Paoli, né imitata che io sappia da veruna setta di eterodossi; forse perché il giglio del verginale candore, quasi indispensabile a quella maniera di vita, non è fiore che possa sbucciare ed essere in onore tra i pruni selvaggi della eresia, del protestantesimo e dello scisma. (vol. I, cap. IV, p. 263)

Incipit di alcune opere[modifica]

La questione romana nell'Assemblea francese[modifica]

Allorché le armi francesi, di conserto con tre altre Potenze cattoliche, ristoravano novellamente l'opera di Pipino e di Carlomagno, snidando dal Campidoglio l'orda schifosa e selvaggia che si era impiantata sotto il nome ambizioso di repubblica romana, i meno accorti si saran persuasi[1] che il potere temporale dei Papi avesse ricevuto una nuova sanzione e come un nuovo pegno di perenne stabilità nella Penisola. Ma i più sperti delle umane cose e più chiaroveggenti non ebbero ragione di essere gran fatto allegri di quella vittoria, e per poco non vi dovettero vedere il contrario. Il vero nimico del Papato in Italia è la idea semieterodossa, è il pregiudizio patriottico, ispirato apertamente forse dal Machiavelli pel primo, che ogni grandezza e prosperità italiana è impossibile, fin che impera un successor di S. Pietro sul Quirinale.

Sopra l'Internazionale[modifica]

Se l'Internazionale fosse una di quelle sette vulgari, che, per intendimenti politici, si formano così spesso a' dì nostri, e non meno spesso cadono nella polvere tenebrosa, da cui sorsero, non varrebbe forse il pregio di occuparsene. Ma questa nuova lega e compagnia, rannodandosi al Socialismo ed al Comunismo, e, per mezzo di questi, ad un dissidio più vecchio nel mondo e più vasto, che quei due sistemi non sono, può dirsi una sintesi di tutto ciò, che, da presso un secolo, si è adoperato in Europa, a distruggimento degli ordini cristiani, sopra i quali le[2] nazioni civili erano stabilite, e, da oltre a dieci secoli, riposavano.

Bibliografia[modifica]

Note[modifica]

  1. Nel testo "persuaso".
  2. Nel testo "e".

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