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Vincenzo Gioberti

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Vincenzo Gioberti

Vincenzo Gioberti (1801 – 1852), politico e filosofo italiano.

Citazioni di Vincenzo Gioberti[modifica]

  • Benché uomo del secolo decimonono, io confesso di amare i Cappuccini [...] Il cappuccino è il frate del popolo; e finché vi sarà un popolo, come quello delle nostre ville, costretto a sudar sulla gleba e a rusticarsi nei campi, una confraternita religiosa che si dedichi specialmente a dirozzare quegli animi e ad addolcir quei sudori, emulandone l'asprezza coll'esempio, e nobilitandone la bassezza colla religione, potrà sempre essere di gran frutto morale e civile. (da Il gesuita moderno, vol. IV, p. 93)
  • Buoni giornali e pochi (giacché il buono non può mai esser molto) sono la manna di una nazione. (da Il gesuita moderno)
  • Che cos'è il lusso? Secondo me è tutto ciò che è superfluo a render l'uomo felice. (da Pensieri: miscellanee)
  • [...] fra i tropi e le forme sollevate di stile, onde si compiace la fantasia, campeggia l'iperbole; la quale è la figura propria del sublime e dell'infinito, e quasi lo sforzo e il volo della parola vaga di giungere a tale altezza [...].[1]
  • Il romanziere, che viene dopo l'epico, il tragico ed il comico, riunisce tutti questi generi in uno, accoppiando la descrittiva dell'epopea alla rappresentativa del dramma, il serio al ridicolo, e studiandosi di dare un ritratto più compiuto della vita umana. S'ingannano perciò coloro che intendono per romanzo la semplice narrazione di una favola ben concertata; la quale è bensì lo scheletro, e l'ossatura prosaica di tal componimento, ma non la poesia di esso, come quella che consiste nello svelare le intime qualità degli uomini, mettendoli in azione e in conversazione, presso a poco secondo l'uso del Shakspeare in que' suoi drammi di soggetto patrio o romano, che sono quasi la storia posta in sulla scena. A questa pittura drammatica degli uomini il romanziere congiunge la descrizione della natura; la quale essendo impersonale, non può esprimer sé stessa, ma vuol essere raccontata dal favolatore, parlante in persona propria, come il poeta epico.[2]
  • L'anacoluto parcamente adoperato è grazioso perché mostra discioltura, naturalezza, tiene del discorso famigliare, rimuove il sospetto di pedanteria e di affettazione; alletta l'orecchio, arguisce libertà di spirito, e che il parlante subordina le voci al pensiero e alla materia.[3]
  • L'Italia all'incontro è divisa da una moltitudine di dialetti, che rendono le sue varie popolazioni estranee fra loro, e quel bellissimo idioma che si chiama lingua italiana, in quanto che si adopera generalmente nel foro, sul pulpito, e per le nobili scritture, non è altro come favella volgare, che il dialetto di una provincia. Il qual dialetto non poté diventare per questa parte lingua nazionale, e correre in Italia la stessa fortuna che il dialetto di Piccardia o di Castiglia nella Francia e nella Spagna, perché le divisioni municipali, il difetto assoluto di unità politica, le rivalità, la dappocaggine, e la codardia dei nostri principi, e finalmente le illuvioni forestiere impedirono che succedesse tra noi ciò che si fece altrove; imperocché s'egli è vero, che la conformità del parlare è l'unità della lingua avvalorano l'unione di un popolo, è indubitato altresì, che se questa unione non è almeno incominciata e abbozzata in qualche guisa, quella può difficilmente aver luogo. Così dopo tanti secoli di vicende e di sventure, e dopo aver perduto tutto, l'Italia non ha pure acquistato il misero compenso di una lingua comune, che si parli dal popolo; anzi la stessa lingua illustre, che si usa nel più bel paese della penisola, e che ivi e altrove fece già la gloria delle nostre lettere, è quasi spenta, per ciò che spetta alle scritture, e ha dato luogo, come avvenne nel resto, all'infezione straniera.[4]
  • Mediante un assiduo e tenace esercizio e un buon metodo, un ingegno infimo può divenir sufficiente; un ingegno mezzano può farsi sommo. (da Introduzione allo studio della filosofia)
  • Molti collocano siffatta unità nel popolo italiano; il quale, al parer mio, è un desiderio e non un fatto, un presupposto e non una realtà, un nome e non una cosa, e non so pur se si trovi nel nostro vocabolario. (da Del primato morale e civile degli italiani)

Del primato morale e civile degli italiani[modifica]

Incipit[modifica]

Per chiarire in che consista il primato italico, uopo è notare che ogni maggioranza naturale deriva dall'autonomia, per cui un essere sovrasta ad altri esseri e non ne dipende. L'autonomia considerata generalmente importa due prerogative; l'una delle quali risiede nel non pigliare altronde la propria legge, e i beni che ne conseguono; l'altra nel governare gli enti subordinati, comunicando loro la norma delle operazioni, e abilitandoli ad esercitar quegli uffici, a godere quella felicità, che alla loro natura è conforme.

Citazioni[modifica]

Dei doveri civili, Parte Prima, IV.

  • Chi abusa del bene lo rende malefico, e chi non sa prevalersene, né, maneggiandolo a proposito qual capitale vivo, farlo fruttare, lo rende inutile. (p. 1)
  • L'amore ch'io porto all'Italia e il vivo desiderio che tengo d'ogni suo bene, mi obbligano ad aggiungere che nulla più osta, secondo il parere mio, al risorgimento della comune patria, che le dottrine intemperate, e l'opera di quelli che le spargono e promulgano dentro e fuori della Penisola. (p. 3)
  • Il Cristianesimo abbellì, nobilitò, santificò la monarchia, ritornandola a' suoi principii, rappresentandola come una paternità sociale, e restituendole quel carattere soave e augusto del patriarcato primitivo di cui i Cinesi soli serbarono un'ombra fra tutti i popoli pagani. (p. 8)
  • Grande è la forza della opinione, che nasce principalmente dal consenso degli scrittori; i quali, se facessero il loro debito e pubblicassero, potendo, arditamente il vero, senza guardare in viso a nessuno, rendendosi interpreti dell'universale nel giudicare e maledire le azioni colpevoli dei grandi, questi andrebbero più a rilento nel commetterle: perché non vi ha uomo così perverso, che non abbia qualche cura e ansietà della propria fama. (p. 10)
  • [Ai politici] Permettete che gli scrittori antepongono al vostro esempio quello dei maestri della cristiana sapienza; i quali non risparmiavano le colpe illustri in grazia dei colpevoli, e sfolgoravano con eroica eloquenza le scelleratezze dei dominatori. Leggete ciò che fu scritto da quei magnanimi contro i tristi Cesari dei loro tempi; leggete i discorsi con cui il divino Crisostomo fulminava una stolta e profana imperatrice [Eudossia], e quelli del grande Ilario [vescovo di Poitiers] contro un imperatore eretico e persecutore dei Cristiani. (pp. 11-12)

Del rinnovamento civile d'Italia[modifica]

Incipit[modifica]

Della prima parte di quest'opera io abbozzai in fantasia il disegno nell'autunno del quarantotto, dappoiché l'esito infelice della campagna sarda e le pratiche sostituite alle armi mutarono l'indirizzo e apparecchiarono la ruina delle cose nostre. Ebbi poi il pensiero della seconda dopo la pace di Milano e il ristauro del principato ecclesiastico; i quali due fatti furono la fine del Risorgimento italico, come le riforme di Pio nono e la sollevazione lombarda ne erano state il principio.

Citazioni[modifica]

  • Parrà strano a dire, e pur è verissimo, che l'odierna democrazia così tremenda ai principi è in un certo modo opera del principato. Essa nacque per via di riscossa dal congresso di Vienna; il quale, togliendo a Napoleone la potenza, ne imitò la politica e apparecchiò la materia delle rivoluzioni che d'allora in poi perturbarono e afflissero l'Europa. (I, 2)
  • [...] come negli Stati laicali i borghesi, così nell'ecclesiastico i prelati governano, e il monopolio di questi riesce tanto più odioso quanto più inetto e ripugnante alla santità del loro grado. Laonde, a ridurre il molto in poco, dalla mischianza dei due ordini nata nei bassi tempi provennero i traviamenti di Roma moderna, e il temporale abusato è rovina dello spirituale. Invano nell'età scorsa alcuni papi sapienti e benevoli cercarono di rimediare al male, il quale risorse più vivo nel quindici per l'auge ripreso dal dispotismo europeo, benché la bontà personale di Pio settimo e il senno di Ercole Consalvi lo temperassero. Crebbe sotto i successori, e specialmente nel lungo regno dell'ultimo Gregorio, i cui giorni ci parrebbero i più tristi di cui l'Italia abbia memoria, se quelli d'oggi non li facessero desiderare. (I, 2)
  • I gesuiti sono una frateria e una conventicola, un'accolta di divoti e una setta di congiuranti; ma per molti di loro la politica è la parte principale e il fine, a cui serve di mezzo e di mantello la religione. (I, 2)
  • [Il gesuitismo] Tirando l'idea al senso, l'evangelio al mondo, e convertendo la fede in un mezzo di dominazione e di corruttela, è essenzialmente simoniaco, e quasi un regresso della sapienza cristiana alla gnosi acattolica e al gentilesimo. I gesuiti sono insieme i demagoghi e gli oligarchi della Chiesa, turbandola coi raggiri, coi soprusi, colle liti teologiche e sotto specie di ubbidienza mirando a metterla in servitù. (I, 2)
  • L'essenza della simonia consiste nella subordinazione dello spirituale al temporale e del sacro al profano. (I, 2)
  • I gesuiti sono il nervo della fazione illiberale e il tarlo o il flagello degli Stati che li ricettano. (I, 2)
  • [...] infama e non salva la religione chi la protegge con mezzi iniqui e adopera a sua difesa l'oppressione, la frode ed il tradimento. (I, 3)
  • La salute e la perdizione degli Stati sono oggi riposte nelle idee e nelle classi democratiche: chi le ha contro è sfidato, perché la democrazia cresce ogni giorno terribilmente, invade tutti gli ordini e acquista nerbo dalle sue sciagure. Questa è la sola forza che propriamente sia viva: le altre sono morte o decrepite, e il porre in esse la propria fiducia è presagio certissimo della rovina. (I, 3)
  • [La democrazia] Quando trapassa i termini del fattibile, cioè del proporzionato ai luoghi ed ai tempi, o dà nel violento e nel crudele, ella si uccide da sé, come fece nella Francia del secolo scorso colle stragi giuridiche e oggi colle utopie pericolose, che mirano non mica a regolare e partire equabilmente ma bensì a spegnere la ricchezza nelle sue fonti. (I, 3)
  • Anche i Maccabei, ponendo mano a una guerra di redenzione, non istimarono di poter vincere senza gelosia del rito patrio, né credettero di detrarre ai pregi e ai meriti della civiltà greca ripudiandone come barbara l'imitazione schiavesca. (I, 4)
  • Ogni procedere eclettico è vano, superficiale, fallace, se non è precorso e governato da una scienza originale. (I, 4)
  • La vita civile e intellettiva dei popoli (che è quanto dire la società e la scienza), come la vita morale e materiale degl'individui, corre per tre età distinte, che sono la puerizia, la gioventù e la maturezza. La puerizia è il tempo delle potenze sensitive, dell'inesperienza e della fantasia, nella quale abbondano i sogni lieti, le immaginazioni piacevoli, le utopie seduttive e quelle intellezioni vaghe e perplesse che si differenziano dalle idee sostanziali e discordano dalla natura effettiva delle cose create. La maturità è il periodo proprio della ragione e dell'esperienza, dalle quali abbiamo le idee vere e i fatti reali, cioè quanto si contiene di sodo e di positivo nel doppio giro degli esseri e delle cognizioni. La giovinezza si frappone tra le altre due età e partecipa dei pregi e dei difetti di entrambe. (I, 5)
  • Le dottrine politiche soggiacciono alle stesse vicende del sapere in universale; e siccome la civiltà, propriamente parlando, è la cognizione civile recata in azione e in consuetudine, così anch'ella corre un cammino proporzionato. (I, 5)
  • Tre sono i bisogni principali dell'età nostra, cioè il predominio del pensiero, l'autonomia delle nazioni e il riscatto della plebe, che è quanto dire del maggior numero. (I, 5)
  • Borghese ricco e superbo, ricòrdati la divina minaccia: pensa che il tuo padre è il popolo umile e faticante; tua madre, l'abbietta e dispregiata plebe. (I, 6)
  • La maggior prova d'incapacità pratica che possa dare un politico si è quella di proporre al conseguimento di un fine certi mezzi più ardui del fine medesimo [...]. (I, 6)
  • La plebe è il cuore e il nervo delle nazioni, le quali potrebbero durare ancorché prive degli altri ordini, ma perirebbero incontanente se venisse meno la classe plebeia. Molti popoli inculti vissero e vivono senza patrizi, senza popolani grassi, senza borghesi; di una gente civile o barbara che non abbia plebe non si dà esempio. Plebe e nazione sono dunque indivise, e però si comprende come giacciano e sorgano di conserva, e come oggi che il riscatto delle classi minute è una necessità insuperabile, non meno urgente sia il bisogno che hanno i popoli della nazionalità loro; tanto che i due concetti e i due moti nascono da un principio unico. (I, 6)
  • La barbarie è disunione delle genti e dei popoli, come lo stato selvatico e ferino (che è la cima del barbarico) è sparpagliamento degl'individui. (I, 6)
  • Le razze son più o meno disciplinabili secondo che sono capaci di espansione, quindi è che l'uomo rosso di America sovrasta all'etiopico, il bronzino al rosso, il giallo al bronzino, il caucasico a tutti. Il nostro continente è la parte del globo più atta a civiltà e quello di Affrica ne è la più aliena, perché, stante la forma loro, l'uno agevola più di tutti e l'altro impedisce l'usanza reciproca. Il cristianesimo avanza anche umanamente le altre religioni, aspirando alla cosmopolitia del culto e della dottrina. L'Europa è cultissima e progressiva come cristiana e cosmopolitica, l'Oriente è barbaro o stanziale come infedele e ristretto in se medesimo. Eccovi la Cina, che possiede una civiltà millenare ma appassita e stagnante, perché vieta così l'entrata e l'uscita agli uomini come alle merci nel cuor dell'imperio, simboleggiando il suo vivere appartato colla muraglia che la cinge da tramontana. (I, 6)
  • L'Inghilterra, che fra le nazioni moderne di Europa è sola dotata di viril senno, si è resa capace di due veri importantissimi: l'uno che la libertà politica dei vari popoli giova a tutti, l'altro che la libertà economica non pregiudica a nessuno. (I, 6)
  • [L'Inghilterra] è un popolo di trenta milioni di anime, campato sopra un'isola di tenuta mediocre, sterile e boreale; e tuttavia ha l'imperio del mare e divide colla Russia il principato del continente. Ella acquistò una potenza così smisurata coll'azione estrinseca, mediante la quale seppe volgere a proprio vantaggio le forze degli altri popoli, assai meno colle armi che colle idee e colle opere civili. Come l'uomo, debolissimo fra gli animali, riesce pure coll'individuale ingegno a domare e usufruttuar le fiere e la natura, così la Gran Bretagna coll'ingegno politico si è, per così dire, infeudata la metà del mondo civile e barbarico, procacciandosi una signoria cosmopolitica di traffichi, di leghe, di compagnie, di clientele, d'influssi, di aderenze. (I, 6)
  • Il sistema filosofico dell'Hegel ha del vero e del sodo in alcune parti e argomenta nel suo artefice una rara finezza di speculazione. Ma avendo ricevute le prime mosse dal sensismo e psicologismo cartesiano (mediante le successive scuole dello Spinoza, del Kant e dei filosofi posteriori) ed essendo viziato di panteismo, racchiude i germi di ogni errore. Come l'assintoto non può mai raggiungere l'iperbole interminata, così il panteismo non può cogliere l'idea dell'infinito. Ora la filosofia infinitesimale essendo non solo l'apice supremo ma la base prima della scienza (secondo che si ha rispetto al riflessivo conoscimento o vero all'intuitivo), ogni falso concetto dell'infinito altera quello del finito, facendo un viluppo delle due nozioni e riducendole a quella dell'indefinito, conforme facevano gli antichi; tanto che il panteismo è un regresso all'antichità digiuna della scienza infinitesimale così nel calcolo come in metafisica. (I, 7)
  • Più restia di tutti al corso comune è la Gran Bretagna, stante la sua qualità d'isola, per cui ella può dirsi la Sicilia di Europa, come la Sicilia è l'Inghilterra d'Italia: vaghissima di far casa in disparte e poco tócca o commossa dalle esterne vicissitudini. (I, 7)
  • Conchiudasi che un governo è buono quando è commisurato al didentro e al difuori della nazione, cioè alla sua civiltà speciale, al grado della cultura universale, agli ordini vicinanti e principalmente alle condizioni proprie e inveterate di esso popolo. Errano dunque gli statisti che cercano una bontà assoluta; e quando presumono di averla trovata, vogliono attuarla artifizialmente, come un giocatore che dispone a suo talento le figure di uno scacchiere. Quel governo è migliore e durevole, che nasce naturalmente dalle condizioni reali del popolo e del paese; e i legislatori più insigni non osarono procedere a priori né crear di pianta ordini nuovi, ma svolsero i germi dei preceduti. (I, 7)
  • [...] la cultura non è altro che la lenta e progressiva trasformazione dell'idea in fatto e del sensibile in intelligibile, in guisa che ogni cosa dalla mente nasce e alla mente ritorna. (I, 7)
  • I lavori dell'ingegno indirizzati a ombreggiare in qualche modo la perfezione sociale chiamansi «utopie», perché non han luogo effettivo e spaziano nel campo indistinto delle idee perplesse e delle astrazioni. Ogni conato per mandarle ad effetto involge una ripugnanza, conciossiaché tanto vale il fare dell'utopia una topica quanto il pensare l'inescogitabile e il circoscrivere l'indefinibile; cosicché l'utopista che vuol farla da statista diventa poeta e, in vece di colorire un sistema e uno Stato, ordisce una favola. (I, 7)
  • Le riforme sono il modo ordinario e dialettico con cui il progresso graduato si effettua e si manifesta. Filosoficamente considerata, la riforma è l'esplicamento della parte intelligibile e spirituale delle instituzioni, mediante il quale decresce la parte materiale e sensibile; come il progresso in universale è il transito dal senso all'intelligenza. E però essa tiene il mezzo tra la creazione e la distruzione, nettando gli ordini sussistenti del vecchio, ricreandoli in un certo modo col ringiovanirli e prolungando la vita loro. (I, 7)
  • Ora siccome negli ordini naturali l'individuo perisce ma la specie si perpetua colla generazione, così le instituzioni perennano mediante le riforme che son quasi la rinascita loro. (I, 7)
  • Ogni riforma importante suole constare di tre capi: ritirando l'instituzione a' suoi principi, accomodandola alle condizioni correnti, indirizzandola e abilitandola a ulteriori progressi. (I, 7)
  • I grandi intelletti cominciano talvolta le rivoluzioni, i mediocri le spingono al colmo, i sommi le chiudono. (I, 7)
  • [L'Austria] fra gli Stati cattolici è quello che meglio seppe in addietro scuotere il giogo dei chierici, servirsi della religione come di semplice strumento e piegare il dispotismo medesimo a un certo grado di gentilezza. Ella eredò dagli antichi germani e dalla casa di Svevia l'odio gentilizio contro Roma civile e papale e l'ambizione di signoreggiare in Italia [...]. (I, 8)
  • Le rivoluzioni rovinano sempre, quando il moto incominciato saviamente da pochi cade alle mani dei molti, che in prova ne alterano l'indirizzo per ambizione o lo falsano per ignoranza, stante che i suoi princìpi non furono opera loro. (I, 8)
  • [...] nei tempi di civiltà tenera e rozza il mare separando i popoli, la condizione insulare rende l'individualità dei comuni più risentita e più viva. I siciliani da questo lato somigliano ai còrsi, presso i quali il nodo patrio non fu difficile a troncare; al contrario dei sardi, posti anch'essi in isola, anzi più dentro mare, e tuttavia di spiriti e di pensieri italianissimi. Laonde siccome tra le nazioni europee singolareggia l'inglese, così il siculo tra i popoli italici; e questa conformità accresce l'inclinazione che gl'isolani del mare interno hanno a quelli dell'esteriore. Il siciliano antipone in cuor suo l'Inghilterra all'Italia, perché considera questa come una straniera vicina ed incomoda, quella come una protettrice potente e, benché lontana, unita seco dal consorzio delle acque. (I, 9)
  • Se i milanesi tengono alquanto degli spagnuoli, antichi dominatori, nella stima soverchia delle cose proprie e nel far poco caso delle altrui, essi compensano largamente questo piccolo difetto municipale con molte virtù, e specialmente colla sodezza dell'ingegno, la lealtà dell'animo, un ricco tesoro di benevolenza, l'odio del barbaro, il senso vivo e costante della dignità patria. (I, 9)
  • Il Piemonte e in ispecie la sua capitale è dopo la Sicilia il paese più scarso di spiriti italici, avvezzo per antico a vita appartata e ristretta e domo da abitudini feudali e servili. Più anima e generosità e nervo si trova in alcune provincie; onde se l'Alfieri astigiano parve un miracolo, torinese sarebbe un mostro. (I, 9)
  • [...] è indegno di viver libero chi conferisce altrui l'arbitrio di farlo schiavo. (I, 9)
  • Guai ai governanti che non sanno spregiare il biasimo e l'infamia dei coetanei per non incorrere in quella dei posteri e della storia! (I, 10)
  • [...] il disonore [...] lo accetta e nol rifiuta chi si riconosce impotente a sottrarsene. Che cosa si direbbe del comandante di una fortezza assediata, il quale, desiderando di capitolare onorevolmente, si pubblicasse costretto alla resa perché privo di munizioni? (I, 10)
  • Né importa che il Piemonte sia piccolo, perché l'autorità e la fama degli Stati dipendono dalla saviezza e non mica dalla tenuta. Prudenza, costanza, energia rendono grandi e riveriti eziandio i più piccoli domini, qual si era il prussiano sotto Federigo e il fiorentino sotto Lorenzo, il quale primeggiava di credito pel senno come l'altro per la bravura. Uno Stato che può armare in caso estremo cencinquanta mila uomini, che pel sito è la chiave d'Italia e può sfidare dalle sue vette e dalle sue gole l'Europa, è in grado di parlare autorevolmente e di recar colle parole e coi fatti un peso notabile nella bilancia politica delle nazioni. (I, 10)
  • La civiltà dei popoli e degli Stati, come quella dei particolari uomini, si può misurar dal concetto che si formano dell'onore; e la capacità dei politici, dalla gelosia che ne hanno e dalla sollecitudine che usano nel difenderlo e nel conservarlo. I ministri piemontesi chiamarono «onorevoli» le clausule della mediazione, la pace di Milano, l'abbandono d'Italia; e alcuni di loro riputerebbero tale anco una lega russa e tedesca, come i principi della penisola inferiore credono «onorevole» il dar la patria in preda agli esterni, tiranneggiare i popoli, rompere i giuramenti. E scambiando la fama coll'infamia, non fanno pur segno di quell'avvedutezza e perizia che vantano; imperocché l'onore, quantunque non si vegga e non si tocchi con mano, è cosa più salda, positiva, efficace, più necessaria a mantenere la potenza e gli Stati che non sieno gli stessi danari, i cannoni e gli eserciti. (I, 10)
  • [...] più nuoce un imprudente amico che molti nemici. (I, 10)
  • Trista è la sorte dei deboli che dipendono dalla gara dei forti, e nelle contese di questi va sempre col peggio chi può meno. (I, 10)
  • Ma se si predica al Piemonte di sperar bene senza l'Italia, è come se un astronomo esortasse la luna a star di buona voglia, ancorché la terra, che è il centro della sua orbita, andasse in fascio. (I, 10)
  • [Le rivoluzioni] sono bensì un rimedio necessario talvolta ma sempre doloroso, e costano specialmente alle classi misere, perché ogni rivoluzione violenta, eziandio che abbia esito felice, è un macello dei poveri e un'ecatombe della plebe. (I, 11)
  • Giuseppe Mazzini è [...] un politico d'immaginativa non di ragione [...] avendo un'idea sola, cioè la repubblica. E siccome chi ha un'idea sola non può variare (quando ogni mutazione importa almeno due concetti), così non è da stupire che il Mazzini sia fisso nel suo pensiero e abbia quella costanza nelle chimere che i semplici ammirano ma che i savi chiamano «ostinazione». Laonde fra i suoi adoratori non si trova un sol uomo di conto, anzi è da notare che i più dotti e valorosi democratici ripugnano alle sue dottrine. Ché se qualche ingegnoso, ingannato dai romori, l'ebbe in pregio prima di conoscerlo; accostatoglisi e divenutogli intrinseco, dovette ritrarsi, stomacato da tanta presunzione accoppiata a tanta nullezza. (I, 11)
  • Il suo ingegno è mediocre, e anco nelle lettere [Mazzini] è sfornito d'inventiva e di forma sua propria. Tuttavia s'egli avesse imparato dai classici antichi l'arte difficile di ordinare i pensieri ed esprimer gli affetti e dai nostrali quella di scrivere italianamente, egli sarebbe potuto riuscire un letterato di qualche nome nelle opere indirizzate a dilettare e muovere la fantasia, senza però uscire dai termini dell'imitazione. Laddove mancando affatto di buoni studi e usando uno stile che non si potrebbe chiamare «italiano» senza grave ingiuria d'Italia, egli non può aver lode né anche come scrittore. (I, 11)
  • Più inetto ancora apparisce [Mazzini] come politico, perché inabile ad apprendere la realtà della vita, come quegli che squadra gli oggetti sotto il prisma ingannevole dei propri fantasmi. Cosicché egli non riesce né meno nel volgare ufficio di cospiratore, benché lo eserciti da tanto tempo, mancando di arte nel conoscere gli uomini e di cautela nel maneggiarli; onde diventa facil preda e ludibrio di chi gli si accosta, e macchinando alla scoperta merita più titolo di sollevatore che di congiurante. Oltre che, egli ha (come accade ai monomaniaci) una di quelle tempre ardenti e concitate che inclinano al fanatismo e fanno meno a proposito delle faccende che delle opinioni. Se fosse nato in età superstiziosa, egli avrebbe potuto passare per santo, venire in credito di taumaturgo, ardere altrui come inquisitore o essere arso e adorato come martire. (I, 11)
  • Ma in primo luogo la guerra è sempre lecita quando è necessaria alla patria, la cui salvezza è legge primaria e suprema. (I, 12)
  • Or che saviezza è in un popolo il ripudiar oggi ciò che ieri si celebrava e il mutare d'ora in ora gl'instituti governativi? La sovranità lascia di essere un diritto quando è abusata, e l'abusa chi l'esercita non da uomo ma da fanciullo. (I, 12)
  • Che in una riotta civile perisca un uomo, è calamità lacrimevole; ma la morte eziandio di migliaia è permessa, lodevole, obbligatoria, quando è necessaria a salvare la patria. Altrimenti ogni guerra sarebbe ingiusta, ogni difesa vietata, ogni governo impossibile. La colpa del sangue sparso non è mica di chi lo sparge avendone il diritto, ma di chi ne causa e necessita l'effusione. Le guerre civili sono senza fallo le più detestabili, ma voglionsi imputare ai sediziosi che le suscitano non ai rettori che le spengono. Sapete nel nostro caso chi n'era l'autore? Giuseppe Mazzini co' suoi compagni. (I, 12)
  • Così un errore trae l'altro e un primo puntiglio impegna l'amor proprio e necessita l'ostinazione. (I, 12)
  • La moltitudine dei giornali è la letteratura e la tirannide degl'ignoranti, perché chi sa meno ci scrive più, chi avrebbe mestier d'imparare ci fa con tanto più di prerogativa quello di giudice e di maestro. (II, 8)
  • Il giornale è un libro diminuto, come il libro è un giornale ampliato; e però siccome il libro per la spesa, la mole, il tempo, l'ozio, la capacità e il modo di vita che richiede a leggerlo, capirlo e cavarne profitto, per lo più non conviene che alle classi agiate, il giornale è accomodatissimo alle condizioni e ai bisogni della plebeia. (II, 8)
  • Capitale prezioso per tutti si è il tempo, ma preziosissimo ai giovani, perché bene operandolo, essi solo possono goderne i frutti; e laddove i provetti travagliano solo per gli altri, i giovani lavorano anco per se medesimi. (II, 8)

Citazioni su Vincenzo Gioberti[modifica]

  • Egli trova un Gesuitismo esistente quando Gesuiti non erano al mondo, e che resterebbe superstite quando questi ne fossero succisi dalle radici: egli vede la Chiesa costretta di lacci vergognosi dal Gesuitismo: egli lamenta l'uomo cattolico imbastardito, l'uomo italiano rimpastato e rifatto in peggio dal Gesuitismo: egli asserisce i paesi cattolici trovarsi enormemente inferiori ai paesi eterodossi in opera di culto civile per colpa del Gesuitismo: egli non conosce gloria maggiore dei Governi italiani che far testa alle invasioni del Gesuitismo; né la finerei più a riferire anche una metà delle gigantesche censure che egli appicca a quel mostro paurosissimo. (Carlo Maria Curci)
  • Gioberti attingeva un po' dai De Maistre, dai Lamennais, dai Saint-Simon; un po' dall'esempio concreto delle nazioni cattoliche d'Europa; Belgio o Polonia, dove il moto liberale e nazionale traeva vigore dal sentimento religioso e cattolico. (Gioacchino Volpe)
  • Gioberti era sempre stato uom moderato tra i più moderati. Avea scritto libri per provare esser l'Italia inetta persino ad uno esperimento di costituzionalismo Transalpino. Tuttociò ch'ei raccomandava era concessione guardinga e graduale: del resto voleva che la causa nazionale trionfasse per opera di Papi e di Principi. Nulla vi era ch'ei più abborrisse che le radicali e violente riforme. (Antonio Gallenga)
  • Gioberti era uomo di cultura e di considerevole intelligenza, anche se, come notò Cavour, privo di buon senso, sì da dimostrarsi presto un politico completamente incapace. Vissuto troppo a lungo in esilio, fu spesso schiavo della sua stessa eloquenza, e a volte giunse a ingannare persino se stesso. Enfatico, egocentrico e astioso, il suo stile verboso è per molti insopportabile. (Denis Mack Smith)
  • Gioberti [...], non solo collega strettamente la storia della Chiesa a quella dell'Italia secondo lo schema guelfo ormai corrente nella storiografia cattolico-liberale, ma sostiene anche che il risorgimento della Chiesa è inscindibilmente legato al risorgimento dell'Italia. (Giorgio Candeloro)
  • Gioberti riponeva le sue personali speranze nel papato. Egli e gli altri neoguelfi rifiutavano la speciosa teoria di Machiavelli secondo cui i papi, proprio per il fatto che governavano su Roma e sull'Italia centrale, si sarebbero sempre schierati decisamente contro il patriottismo italiano. (Denis Mack Smith)
  • Il Gioberti non sapeva dividere lo studio dalla vita, gli assunti dello scienziato dai doveri del cittadino. Fedele ai maestri, e pronto a rimettere della grazia del principe per incuorarli, se non poteva sostenerli, come nel caso del Dettori, si porgeva amorevole maestro e confortatore ai suoi coetanei, ch'egli organizzava primo in una scuola normale, a dir così, di studi civili e di libertà. (Eugenio Salomone Camerini)
  • La veste o il carattere sacerdotale, l'aureola dell'esilio, la fama dell'eloquenza, della dottrina, della virtù austera, gli echi risorgenti del Primato, tutto conferiva a far di lui [Vincenzo Gioberti], in quel suo pellegrinaggio [per le città della penisola], come un missus dominicus, un apostolo della più santa delle cause, il predicatore della più benedetta fra le crociate, il pacificatore per la più nobile delle guerre. (Vittorio Cian)
  • Le qualità straordinarie, che possedette, spiegano la gloria non caduca che circondò e circonda il suo nome; i difetti gravi che rivelò, spiegano quella severità, grande sino all'ingiustizia, onde taluno giudica ancor oggi, come dissi più addietro, la sua opera d'uomo politico. Certo, questo possente apostolo della causa italiana alla gagliardia dell'ingegno, della fantasia, dell'eloquenza, dell'astrazione filosofica non ebbe – né poteva avere – pari le qualità pratiche, dell'uomo d'azione e di stato, il senso della realtà che culminarono invece, insuperabilmente, in Camillo Cavour. Si lasciò guidare o fuorviare, talvolta, dal sentimento, dalla stessa sua fantasia e dall'orgoglio, che lo rendeva allora rigido e intollerante, quasi per un abito teologico della sua mente. Ma di contro a questi difetti, sta, oltre il resto, una passione che lo dominò tutto quanto, che fu la sua forza e la sua vita, che lo purifica e innalza ai nostri occhi, la passione della patria. (Vittorio Cian)
  • Vincenzo Gioberti fu savio e previdente, quando consigliò doversi conseguire la libertà e l'indipendenza non colla forza materiale delle armi, ma colla forza morale dell'educazione. (Luigi Martini)

Note[modifica]

  1. Da Il Gesuita moderno, vol. IV, cap. XVI, S. Bonamici e compagni, Losanna, 1847, p. 22.
  2. Da Del primato morale e civile degli italiani, 2 voll., Meline, Camps e compagnia, Bruxelles, 18443, vol. II, pp. 130-131.
  3. Da Della protologia, a cura di Giuseppe Massari, vol. I, Eredi Botta-M. Chamerot libraire, Torino-Parigi, 1857, p. 105.
  4. Da Teorica del sovrannaturale, cap. CCXV, Carlo Fontana, 1850, pp. 226-227.

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