Cesare Ranzoli

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Cesare Ranzoli (1876 – 1926), filosofo italiano.

Il linguaggio dei filosofi[modifica]

Incipit[modifica]

I filosofi, diceva Seneca, vanno più facilmente d'accordo tra loro degli orologi. A parte l'ironia contenuta in queste parole, è indubbio che oggi si dovrebbe invertirne l'ordine: gli orologi vanno più facilmente d'accordo tra loro che non i filosofi.

Citazioni[modifica]

  • [...] come avviene sempre delle dottrine molto discusse e dei vocaboli troppo fortunati, l'agnosticismo, stiracchiato qua e là nelle polemiche, trasportato su campi che non erano i suoi, perdette a poco a poco ogni precisione di contenuto; cosicché lo si trova a volta a volta identificato con lo scetticismo, col naturalismo, col positivismo, con l'evoluzionismo, col materialismo, col criticismo, con l'idealismo subbiettivo, con l'ateismo, col misticismo, ed attribuito a pensatori l'un dall'altro lontani come Zenone e Pitagora, S. Tommaso e Scoto Erigena, Spinoza e Kant. (p. 105)
  • [...] si possono distinguere nell'agnosticismo tre significati fondamentali: nel primo esso designa non una particolare dottrina, ma quell'attitudine mentale, abbastanza comune tra gli scienziati della seconda metà del secolo scorso, che consiste nel rifuggire deliberatamente da qualsiasi giudizio intorno a certi problemi, che i filosofi credono invece d'aver risolto o di poter risolvere; nel secondo si riferisce a quei sistemi che negano l'esistenza della finalità, dell'assoluto, dello spirito, di Dio e della Provvidenza; nel terzo a tutte quelle dottrine cosmologiche, psicologiche o teologiche le quali pongono certe realtà come trascendenti in modo assoluto la conoscenza umana, considerando questa incapace per la sua stessa natura di oltrepassare determinati limiti. (pp. 106-107)
  • Il grande fervore di discussioni religiose, verificatosi in questi ultimi tempi nel seno del cristianesimo, e più precisamente del cattolicismo romano, ha rimesso di moda un vocabolo che sembrava ormai morto, al pari delle cocenti querele teologiche delle quali era stato segnacolo nel passato: il fideismo.
    Con questa parola si indicò, sul principio del secolo scorso, l'indirizzo religioso promosso dall'Huet, dal Bautain e dal Lamennais, che faceva dell'intelligenza una facoltà suprema e speciale, contrapponendola alla ragione: questa ci fa conoscere soltanto le apparenze, senza nulla dirci intorno alla vera natura delle cose; quella invece, prendendo per base la parola rivelata, della quale permette di cogliere il senso esoterico, dà all'uomo l'intuizione diretta della realtà spirituale, dell'assoluta verità. (p. 213)
  • Il fideismo è una dottrina che germoglia dal problema dei rapporti tra ragione e fede, tra religione e scienza; problema teologico e filosofico ad un tempo, in quanto riguarda la capacità dei nostri poteri di conoscere, nonché l'origine e il valore delle nostre conoscenze. (p. 217)

L'agnosticismo nella filosofia religiosa[modifica]

  • [...] ogni religione degna di questo nome consacra il suo massimo altare al Dio sconosciuto e inconoscibile; ogni religione, che non si abbassi a fantasie mitologiche, è una forma di agnosticismo, in quanto pone il suo oggetto supremo quale altro dal soggetto e ad esso contrapposto come il necessario al contingente, l'infinito al finito, l'assoluto al relativo. (Prefazione, p. X)
  • Goethe, accusato spesso di ateismo dal volgo dei credenti del suo tempo, è uno spirito intimamente religioso. La divinità egli la sente aleggiare intorno a sé nell'aria fresca dei campi liberi e fecondi, la scorge nell'inesauribile energia vivificante sparsa in tutto l'universo, la coglie persino nei fenomeni più umili, negli istinti degli animali, nel germogliare dei semi, nello schiudersi dei fiori. Religione e scienza si fondono nel suo spirito in una unità superiore, che è intuizione filosofica, visione artistica, poesia. (cap. I, pp. 45-46)
  • Quanta differenza tra la religiosità di Goethe e quella di un altro scienziato filosofo, Biagio Pascal! Entrambe sono profondamente agnostiche, come ogni vera ed alta forma di religiosità; anche per Pascal Dio non può essere oggetto di dimostrazione, non può essere abbracciato nella sua natura infinita dal nostro sguardo: Vere tu es Deus absconditus, egli esclama con Isaia. Ma, mentre la religione del poeta tedesco gravita verso l'esterno, quella del matematico francese è tutta interna; questa è la religione del cuore, quella la religione del cervello. Goethe vede Dio con gli occhi dell'intelletto e della fantasia; Pascal sente Dio nello spirito come misericordia e come consolazione. (cap. I, p. 53)
  • [...] se non possiamo sapere in nessun modo quale sia la natura di Dio, come possiamo affermarne l'esistenza? É una domanda che sorge spontanea di fronte a qualunque affermazione di agnosticismo. (cap. II, p. 57)

L'idealismo e la filosofia[modifica]

Incipit[modifica]

Che cos'è la filosofia?
Chi voglia perder tempo per non saperlo, legga in qualsiasi dizionario filosofico, o enciclopedia, o manuale scolastico le mille definizioni proposte. A chi preme raggiungere sicuramente lo scopo, con risparmio di tempo e di fatica, è da consigliarsi in quella vece di scorrere qualche libro moderno di filosofia idealistica, poniamo il Bruno di Schelling, la Logica di Hegel, l'opera fondamentale di Schopenhauer. Tosto o tardi gli verrà fatto d'imbattersi in questa sentenza: che ogni filosofia è necessariamente idealistica, e che soltanto l'idealismo è filosofia; intendendosi per idealismo, o spiritualismo, ogni dottrina secondo la quale la realtà, nella sua intima essenza, è di natura ideale, o spirituale; di guisa che il mondo esterno, il mondo delle cose sensibili distribuite nello spazio e sussistenti nel tempo, quella natura materiale che per i laici, per i non iniziati, è la realtà positiva e concreta, si risolve in una partecipazione, in una copia, in un momento, in una proiezione, in una creazione dello spirito, unica vera realtà.

Citazioni[modifica]

  • L'individuo senza il tutto e il tutto senza l'individuo sono due vuote astrazioni. La realtà concreta è sempre unità di universale e di individuale, riflesso di cielo infinito in una goccia di rugiada, eco di moti cosmici nel ritmo cardiaco d'un insetto. L'individualità è dunque, per dirla in linguaggio hegeliano, il vero veicolo della universalità, la sua effettualità; a quel modo che l'universalità è la vera matrice, eternamente attiva, dell'individualità. (Parte prima, cap. I, p. 7)
  • [...] il pensiero è la forma più alta della vita spirituale, e comprende come tale ogni altra attività dello spirito, e, insieme, tutte le sorpassa; pensiero è la sensibilità illuminata, la volontà estesa a fini universali, l'affettività libera dai vincoli dell'io; il pensare è qualche cosa di più vissuto del ragionare, di più vasto del comprendere, di più libero del conoscere; per esso l'uomo si eleva al di sopra di ogni altro essere della natura, per esso si creano la scienza e la filosofia, per esso si stabilisce nella stessa famiglia umana una gerarchia, che dalle forme più ottuse della mentalità giunge insino al vertice della ideazione geniale. (Parte prima, cap. III, pp. 30-31)
  • L'incapacità, riconosciuta alla scienza, di soddisfare ai bisogni più profondi dello spirito umano – incapacità che non scema per nulla le sue inestimabili benemerenze sia nel dominio della conoscenza dei fenomeni, sia in quello dell'utilità pratica – si riflette su tutti i sistemi filosofici che pretendono di costruirsi esclusivamente su di essa: in una parola sul materialismo. (Parte seconda, cap. II, p. 55)
  • Il sistema aristotelico è variamente giudicato e denominato. Lo si qualifica per dinamismo, per energismo, per dualismo, da alcuni financo per materialismo superiore. Sarebbe assai più esatto denominarlo uno spiritualismo superiore. In poche dottrine, per certo, il pensiero quale attività suprema dell'esistenza celebra i suoi trionfi come nell'aristotelica. (Parte seconda, cap. II, p. 65)
  • Una dottrina filosofica vuol essere valutata da due punti di vista: nella sua capacità di presentare, a chi la costruisce e a chi l'accetta, una soluzione conclusiva del problema del reale, e nella sua fecondità di svolgimenti ulteriori. A entrambe queste esigenze le dottrine esaminate hanno magnificamente risposto, come dimostra per un lato il loro larghissimo dominio sugli spiriti, per l'altro il lievito ricco di sempre nuovi fermenti, che l'opposizione dell'io superficiale all'io profondo ha apportato nella speculazione filosofica. Non è dubbio che lo spirito umano si aprirà nuove vie per saziare la sua aspirazione a interiorizzarsi sempre più nel reale, a coglierlo sempre più in fondo, a concentrarlo in sintesi sempre più vaste e compiute. Ma è certo del pari che codeste aspirazioni non saranno mai compiutamente appagate. Lo spirito è vita, processo movimento, divenire; e la filosofia, figlia diretta dello spirito, partecipa della sua eterna giovinezza. (Parte seconda, cap. II, pp. 75-76)
  • Senza entrare nel dominio della mitologia, noi abbiamo già trovato nel regno della natura un essere che concentra in sé la vita cosmica sotto la forma più unitaria e più molteplice, più distinta da tutto il resto e più intimamente congegnata con tutto il resto: è l'essere pensante, l'uomo. (Parte terza, cap. I, p. 79)

Incipit di Il caso nel pensiero e nella vita[modifica]

L'idea del caso, nelle sue applicazioni agli avvenimenti della vita e ai fenomeni del mondo fisico, si rivela come una delle più ribelli all'analisi, delle più oscillanti ed oscure dell'intelligenza umana. La sua indeterminatezza è, si può dire, in ragion diretta della sua estensione e in ragione inversa del suo contenuto. Non dobbiamo quindi stupirci se da filosofi e scienziati sia stato inteso nei modi più diversi e se, oggi ancora, domini intorno ad esso una grande disparità di vedute, come fanno fede alcune discussioni svoltesi di recente sopra riviste filosofico-matematiche.

Bibliografia[modifica]