Corneliu Zelea Codreanu

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Corneliu Zelea Codreanu

Corneliu Zelea Codreanu (1899 – 1938), politico romeno, fondatore della Guardia di Ferro.

Citazioni di Corneliu Zelea Codreanu[modifica]

Da Sorge la nuova Rumenia?

intervista di Italo Zingarelli, La Stampa, 26 giugno 1934.

  • Il movimento da cui è nata la Guardia di ferro risale al '27: al 24 di giungo, in cinque studenti, avendo il coraggio d'iniziare l'agitazione nazionalista rumena. Crescemmo presto di numero e fummo in sette. Cosa avevamo? Non un soldo e niente seguito, però una grande fiducia nella nostra vittoria, perché prima di cominciare c'eravamo chiesto se fossimo tutti disposti a morire e lo eravamo. Questa nostra attitudine spirituale è rimasta immutata: anche oggi siamo pronti a morire, senza rimpianto e senza tremare.
  • Io sono un allievo di Cuza ed ho un grande rispetto per la sua persona e per la sua dottrina, né posso dimenticare che egli è stato mio padrino di battesimo. Però il professor Cuza è un teorico e non un uomo di azione: non sa agire.
  • Le rivoluzioni sono una prerogativa della gioventù.

Da Legionarismo ascetico. Colloquio col capo delle "Guardie di Ferro"

intervista di Julius Evola, Il Regime Fascista, 22 marzo 1938.

  • Secondo me, nel movimento fascista predomina l'elemento Stato, che equivale a quello della forma organizzata. Qui parla la potenza formatrice dell'antica Roma, maestra del diritto e dell'organizzazione politica, della quale d'Italiano è il più puro erede. Nel nazionalsocialismo viene invece in risalto quanto si connette alle forze vitali; la razza, l'istinto di razza, l'elemento etnico-nazionale. Nel movimento legionario romeno l'accento cade soprattutto su quel che, in un organismo, corrisponde all'elemento anima: sull'aspetto spirituale e religioso.
  • Il carattere specifico del nostro movimento ci viene da una remota eredità. Già Erodoto chiamava i nostri progenitori: "I Daci immortali". I nostri antenati getotraci avevano per fede, già prima del cristianesimo, l'immortalità e l'indistruttibilità dell'anima, ciò che prova il loro orientamento verso la spiritualità. La colonizzazione romana ha aggiunto a questo elemento lo spirito romano di organizzazione e di forma. Tutti i secoli successivi hanno fatto miserabile e disgregato il nostro popolo: ma come anche in un cavallo malato e frustro si può riconoscere la nobiltà della sua razza, così anche in ciò che ieri e oggi è il popolo romeno si possono riconoscere gli elementi latenti di questa doppia eredità.
  • Lo spirito e la religione sono per noi il punto di partenza, il "nazionalismo costruttivo" è il punto di arrivo e quasi una conseguenza. A congiungere l'un punto con l'altro sta l’etica ascetica e simultaneamente eroica della "Guardia di Ferro".

Pentru legionari[modifica]

Incipit[modifica]

In questo volume è scritta la storia della mia giovinezza, dai 19 ai 34 anni, con i suoi sentimenti, la sua fede, i suoi pensieri, le sue azioni e i suoi errori.

Citazioni[modifica]

  • Da due anni siamo legati con le catene di una censura infame. Da due anni il nostro nome e quello di legionario non sono tollerati sui giornali che per essere insultati. Cade su di noi una pioggia d'infamie tra gli applausi dei nemici e nella speranza loro che soccomberemo. Ma questi cavalieri della vigliaccheria si convinceranno invece presto, come i loro padroni, che tutti gli assalti in cui essi hanno concentrato le speranze d'annientare il movimento legionario, tutte le loro ansie e tutti gli sforzi disperati rimarranno vani tentativi. I legionari non muoiono. Diritti, immobili, invitti e immortali, guardano, sempre vittoriosi, tutte le convulsioni di un odio impotente. (p. 25)
  • Il paese a quel tempo [1916] viveva nel caos e noi anche se in giovane età ci rendevamo ben conto della situazione. A poca distanza da noi, la rivoluzione bolscevica era in pieno svolgimento e la gente ne era impressionata. Il contadinato si opponeva istintivamente a questa ondata distruttrice, ma, completamente disorganizzato, esso non rappresentava una seria possibilità di resistenza. La classe degli operai invece slittava vertiginosamente verso il comunismo, venendo mantenuta sistematicamente nel culto di queste idee dalla stampa giudaica, e, in generale, da tutti gli ebrei delle città. Ogni ebreo, commerciante, intellettuale o banchiere capitalista, era nel suo raggio d'azione un agente di queste idee rivoluzionarie anti-romene. Gli intellettuali romeni erano indecisi, l'apparato statale disorganizzato. Di momento in momento, potevamo attenderci sia disordini interni, provocati da alcuni elementi organizzati e decisi, sia un'invasione dall'oltre Nistro. Questa azione esterna, coordinata con quella delle bande giudeo-comuniste dell'interno, le quali lanciandosi contro di noi, avrebbero distrutto i ponti e fatto saltare i depositi di munizioni, avrebbe deciso della nostra sorte come stirpe. In simili frangenti, tormentati dai pensieri e tremando per la vita e la libertà della nostra terra, appena unita dopo una guerra sanguinosa, germogliava nei nostri animi giovanili l'idea di una azione che ci portò poi al giuramento nel bosco di Dobrina. (p. 27-28)
  • L'educazione militare di Manastirea mi seguirà infatti per tutta la vita. L'ordine, la disciplina e la gerarchia, infuse in tenera età nel mio sangue insieme col sentimento della dignità militare, formeranno un filo rosso lungo tutta la mia attività futura. Sempre qui sono stato abituato a parlare poco, fatto questo che più tardi mi porterà all'odio per le chiacchiere e lo spirito retorico. Qui ho imparato ad amare la trincea e a disprezzare il salotto. Le nozioni di scienza militare acquisite allora mi indurranno più tardi a giudicare tutto attraverso il prisma di questa scienza. E il culto del sentimento della dignità di uomo e di soldato, nel quale mi hanno educato gli ufficiali, mi creerà difficoltà e mi esporrà a sofferenze in un mondo spesso privo di onore e di senso della dignità. (p. 28)
  • Mio padre, professore di liceo, è stato per tutta la vita un combattente nazionalista. Mio nonno è stato guardiaboschi, il bisnonno ugualmente guardiaboschi. La mia stirpe è stata sin dalle origini, nei periodi calamitosi, la stirpe delle boscaglie e dei monti. Per questo, l'educazione militare e il sangue delle mie vene imprimevano all'azione di Dobrina -ingenua come manifestazione di lotta politica- una dimensione di serietà che la nostra età di adolescenti non avrebbe presupposta. (p. 30)
  • Ogni 3-4 giorni grandi cortei comunisti attraversavano le strade di Iasi. 10-15000 operai, affamati e manovrati dalla criminale mano giudaica di Mosca, percorrevano le strade al canto dell'«Internazionale», al grido di «Abbasso l'esercito», «Abbasso il Re», recando cartelli sui quali si poteva leggere «Viva la rivoluzione comunista», «Viva la Russia Sovietica».
    E in caso di vittoria di costoro? Avremmo avuto almeno una Romania guidata da un regime operaio romeno? I lavoratori romeni sarebbero diventati loro, i padroni della terra'? No! Il giorno dopo, essi sarebbero divenuti schiavi della tirannide più sporca, la tirannide talmudica, giudaica.
    La grande Romania, dopo meno di un secondo di vita, sarebbe crollata.
    Noi, popolo romeno, saremmo stati sterminati senza pietà, uccisi o deportati nelle contrade della Siberia: contadini, lavoratori, intellettuali -tutti insieme.
    La terra da Maramures sino al Mar Nero, strappata di mano ai Romeni, sarebbe stata colonizzata dalle masse ebraiche. Qui si sarebbe creata la vera Palestina.
    Ero chiaramente convinto che in quelle ore oscillava la bilancia della vita e della morte del popolo romeno. (pp. 34-35)
  • Non dobbiamo permettere che alcuno tenti e riesca ad alzare sulla terra romena una bandiera diversa da quella della nostra storia nazionale. Per quanta ragione possa avere la classe operaia, non permettiamo che essa si sollevi oltre e contro i confini del paese. Nessuno ammetterà che per il tuo pane tu devasti e dia in mano a una nazione straniera di banchieri e di usurai tutto quello che ha accumulato lo sforzo due volte millenario di una stirpe di lavoratori e di valorosi. Il tuo diritto, nel quadro dei diritti della stirpe. Non è ammissibile che per il tuo diritto tu mandi in frantumi il diritto storico della nazione alla quale appartieni. (p. 41)
  • Le nostre preoccupazioni hanno prodotto negli ebrei momenti di gioia, e le nostre gioie hanno rappresentato per loro momenti di lutto. (p. 46)
  • L'odio giudaico contro i Romeni è benedetto. È sostenuto, si fa appello ad esso. Non è un delitto. Non è una vergogna medioevale. Quando avviene però che i romeni difendano i loro diritti calpestati, la loro azione è qualificata come odio e l'odio diventa allora un segno di barbarie, un sentimento degradante, sul quale nulla si può costruire. (p. 47)
  • La Corona ha costituito sempre per i Romeni un patrimonio prezioso. Rappresentando essa la garanzia dell'unità e della resistenza nostra di fronte a qualunque pericolo, gli ebrei non hanno esitato ad attaccarla, o insultarla e a comprometterla con ogni mezzo. (p. 49)
  • In un anno io ho accumulato tanto antigiudaismo, quanto può bastare per tre vite d'uomo. (p. 52)
  • I giovani studenti sono molto facilmente influenzabili, specialmente quando manca loro una fede. Essi si lasciano allettare non tanto dai vantaggi materiali immediati che si offrano, quanto specialmente dalle lusinghe e dalle prospettive di grande avvenire che si propongono loro.
    Il giovane però deve sapere che, in qualunque posto si trovi, egli è una sentinella al servizio della stirpe e che lasciarsi comperare, convincere, adescare, significa abbandonare il posto: forse significa disertare o tradire. (p.)
  • Se provocammo dei disordini, fu per impedire il grande disordine, l'irreparabile disordine che stavano preparando in tutto il paese i mercenari della rivoluzione comunista. Tutto ciò mi avrebbe proposto quale obiettivo di vendetta. La stampa ebraica ci attacco ed io avrei replicato violentemente. (p. 58)
  • Il Romeno non aveva conosciuto che la lotta leale. Di fronte ai nuovi mezzi ebraici, egli si era trovato disarmato. (p. 61)
  • Esiste una legge di natura che colloca ognuno al suo posto: i ribelli contro natura, da Lucifero sino ad oggi, tutti questi ribelli -spesso intelligentissimi, ma sempre privi di saggezza- sono caduti fulminati. (p. 76)
  • L'individuo agisce nel quadro e al servizio della sua Stirpe: la Stirpe nel quadro e al servizio di Dio e delle leggi della Divinità.
    Chi comprenderà queste cose, vincerà anche se sarà solo. Chi non comprenderà, cadrà vinto. (p. 77)
  • Il teatro, assieme alla scuola e alla Chiesa, può risollevare una nazione decaduta sino a riprendere coscienza dei suoi diritti e della sua missione storica. D'ora in avanti veniva occupato anche questo ridotto. I nostri teatri, costruiti con la fatica e il denaro del Romeno, servivano al giudeame per la preparazione e il rafforzamento delle sue energie nella lotta contro di noi. E, d'altra parte, da queste scene romene essi servivano come nutrimento spirituale, a noi Romeni, tutto quello che contribuiva alla demoralizzazione, alla decadenza e al nostro annientamento nazionale e morale. (p. 78)
  • Io, nella povertà e nei limiti delle mie deboli forze, mi difendo contro l'attacco, come posso. Con la stampa, se ce l'ho. Con le autorità, se ve ne sono ancora di romene. Con la parola, se mi ascolta qualcuno. Con la forza, se non ho più altro, e se tutti tacciono. È vile e indegno colui che, per tradimento o per vigliaccheria, non difende il suo paese e non reagisce in alcuna maniera. (p. 79)
  • [Sulla Repubblica di Weimar] Le ferite lasciate dalla guerra appena terminata e dalla sconfitta, sanguinavano ancora. La miseria materiale gravava ugualmente su Berlino e su tutto il resto del paese. Ultimamente era stato occupato anche il bacino della Rhur, un importante centro di ricchezza. Assistevo al crollo vertiginoso e catastrofico del marco. Mancanza di pane, mancanza di alimenti, mancanza di lavoro nei quartieri operai. Centinaia di bambini accostavano la gente per la strada, chiedevano aiuto. La caduta del marco gettava nella stessa miseria anche l'aristocrazia germanica. Uomini che avevano avuto denari, in pochi giorni non avevano più niente. Quelli che avevano terre e immobili e li vendevano attratti dal miraggio d'un prezzo elevato, nello spazio di poche settimane restavano poveri. I capitali ebraici del paese e dell'estero facevano affari colossali. Con poche centinaia di dollari, i detentori della valuta forte diventavano proprietari di giganteschi immobili di 50 appartamenti ciascuno. I sensali brulicavano per tutte le strade provocando gravi collassi economici. (pp. 80-81)
  • [Su Adolf Hitler] Io sono rimasto ammirato del suo potere d'intuizione, grazie al quale ho potuto distinguere con la sensibilità della sua anima, tra decine di uomini, senza conoscerlo -una decina d'anni prima- colui che trionfò nel 1932 unificando sotto un unico grande comando l'intero popolo germanico. (p. 82)
  • Mussolini, l'eroe che schiaccia il mostro col piede, era del nostro mondo: per questo, tutte le teste del mostro si slanciavano su di lui giurandogli morte. Per noi, gli altri, egli sarà un astro luminoso che ci infonderà speranza: sarà per noi la prova che l'idra può essere vinta. Una prova delle nostre possibilità di vittoria. (p. 82)
  • Il giudaismo è giunto a dominare il mondo con la Massoneria, e la Russia col Comunismo. Mussolini ha distrutto, nella sua terra, queste due teste giudaiche che minacciavano l'Italia di morte: il Comunismo e la Massoneria. Là il giudaismo è stato eliminato in quello che ha espresso. (pp. 82-83)
  • La nostra stirpe non è vissuta grazie ai milioni di schiavi che hanno piegato il collo al giogo degli stranieri, ma grazie a Horia ad Avram Iancu, a Tudor, a Iancu Jianu, a tutti gli «Haiduci» che davanti al giogo straniero non si sono sottomessi, ma si sono posti il fucile a tracolla, e sono saliti per i sentieri dei monti, portando con loro l'onore e la scintilla della libertà. Attraverso loro ha parlato la nostra stirpe, non attraverso le maggioranze «vili e assennate».
    Essi vincono e muoiono: indifferentemente. Perché quando muoiono la stirpe intera vive della loro morte e si onora dell'onore loro. Essi brillano nella storia come immagini d'oro che, poste sulle vette, sono battute al crepuscolo dalla luce del sole, mentre sulle basse pianure, per grandi e numerose che siano, si stende l'oscurità dell'oblio e della morte. Appartiene alla storia nazionale non chi vivrà o vincerà -sacrificando la linea della vita della stirpe- ma quello che, indifferente alla vittoria o alla sconfitta, si manterrà su questa linea. (p. 86)
  • La nostra terra è stata la terra delle invasioni. Essa però non ha conosciuto mai nel corso della storia un esercito che sia arrivato al formidabile numero degli ebrei di oggi. Le invasioni passavano sopra di noi e andavano oltre. Gl'invasori di oggi non se ne vanno più. Si stabiliscono qui sulla nostra terra, in un numero mai riscontrato fino ad oggi, e si attaccano come la rogna al corpo della terra e della nazione. (p. 90)
  • Esistono leggi create da Dio, che regolano la vita dei popoli. Una di queste leggi e la legge del territorio. Dio ha dato un territorio determinato a ogni popolo perché viva, cresca, si sviluppi e possa creare su di esso la propria cultura.
    Il problema ebraico, in Romania, come altrove, consiste nella violazione da parte degli ebrei di questa legge naturale del territorio. Sono stati essi a violare il nostro territorio. Sono essi i colpevoli e non deve essere il popolo romeno a sopportare le conseguenze della doro violazione. La logica elementare ci dice che deve il trasgressore sopportare le conseguenze dell'infrazione commessa. Soffrirà? Ebbene egli deve soffrire. Nessuna logica al mondo mi dirà che devo pagare io per l'infrazione commessa da altri. Quindi, il problema ebraico non nasce dall"'odio di razza". Esso nasce da un delitto commesso dagli ebrei nei confronti delle leggi e dell'ordine naturale in cui vivono tutti i popoli del mondo.
    La soluzione del problema ebraico? Eccola: rientrino i delinquenti nell'ordine naturale universale e rispettino la legalità naturale. (p. 95)
  • Tutti i popoli intorno a noi sono venuti da qualche parte, e si sono stabiliti sulla terra sulla quale vivono. La storia ci fornisce le date precise della venuta dei Bulgari, dei Turchi, dei Magiari, ecc. Una sola stirpe non è venuta da nessuna parte. Quella siamo noi. Siamo nati qui nella notte dei tempi, su questa terra, insieme alle querce e agli abeti. A lei siamo legati non soltanto per il pane e l'esistenza che ci offre, se la lavoriamo duramente, ma anche per le ossa degli antenati che dormono sotto di essa. Tutti i nostri genitori sono qui. Tutti i nostri ricordi, tutta la nostra gloria guerriera, l'intera nostra storia sta sepolta qui, in questa terra. (p. 96)
  • Chi sa morire come Decebal, non muore mai. (p. 96)
  • Chi è padrone delle città, e padrone delle scuole, e chi è padrone delle scuole, domani sarà padrone del paese. (p. 101)
  • Chi immagina che gli ebrei siano dei poveri disgraziati, venuti qui per caso, portati dal vento, condotti dalla sorte ecc., s'inganna. Tutti gli ebrei che esistono sulla faccia della terra formano una grande comunità, legata dal sangue e dalla religione talmudica. Essi sono inquadrati in un vero e proprio regime severissimo, con leggi, piani, e capi che formulano questi piani e li guidano. Alla base di tutto questo sta il Cahal. Cosicché noi non ci troviamo di fronte a ebrei isolati, ma di fronte a una forza costituita: la comunità israelitica.
    In ogni città o villaggio dove si riunisce un determinato numero d'ebrei, si forma immediatamente il Cahal, ossia la comunità israelitica. Questo Cahal ha propri capi, giustizia separata, imposte ecc., e tiene strettamente unità intorno a lui l'intera popolazione ebraica del luogo.
    E in questo ristretto Cahal, di città o di villaggio, si impostano tutti i piani: la maniera di accattivarsi gli uomini politici locali e le autorità; di introdursi nei diversi circoli dove sarebbe utile entrare -per esempio tra i magistrati, gli ufficiali, i funzionari superiori; quali piani debbano porsi in atto per togliere un certo ramo del commercio dalle mani d'un romeno; come si potrebbe eliminare un antisemita locale; come si potrebbe eliminare un rappresentante onesto di un'autorità che si opponga agli interessi giudaici; quali metodi applicare quando, oppressa, la popolazione si ribella ed esplode in tumulti antisemiti. (p. 142)
  • Ci troviamo di fronte a uno stato giudaico, a un esercito che viene in mezzo a noi con piani di conquista. Le direttrici di popolamento giudaico sono orientate verso la Romania secondo un piano prestabilito. Probabilmente, il gran consiglio giudaico persegue l'obiettivo della creazione di una nuova Palestina su di una fascia di terra che parte dal Mar Baltico, comprende una parte della Polonia e della Cecoslovacchia, metà della Romania fino al Mar Nero, dove potrebbe avere facilmente contatto per mare con l'altra Palestina. Chi è tanto ingenuo da credere che le migrazioni delle masse giudaiche si svolgono per caso? (p. 145)
  • Gli ebrei predicano l'ateismo per i Romeni, ma essi non sono atei, anzi si attengono con bigottismo al rispetto dei minimi precetti religiosi. Vogliono togliere ai romeni l'amore della terra, ma essi si accaparrano le terre. Si levano contro l'idea nazionale, ma essi rimangono nazionalisti sciovinisti. (p. 147)
  • Se avessi un solo proiettile e di fronte a me stessero un nemico e un traditore, il proiettile io lo serberei per il traditore. (p. 161)
  • Dietro ogni uomo politico comprato, esiste una testa di rabbino che ha studiato e ha ordinato al Cahal, o al relativo banchiere ebreo di pagare. Dietro ogni giornale ebraico e a ogni metodo di calunnia, menzogna, istigazione, esiste il piano di un rabbino. (p. 161)
  • La vita della prigione e penosa, estenuante per l'uomo che è nato libero e ha vissuto fieramente. È spaventoso sentirsi incatenato, tra mura alte e odiose, lontano dai tuoi, dei quali non sai più niente. (p. 171)
  • Il dominio di un capo è limitato dalla sua forza interiore di attrazione, una specie di forza magnetica, senza la quale non si può essere capi. (p. 239)
  • [Sulle guardie di ferro] Credevamo tutti in Dio; non c'era nessun ateo fra noi. Quanto più eravamo soli e circondati di nemici, tanto più il nostro pensiero si elevava verso Dio e verso i morti nostri e della nostra stirpe. Questo ci dava una forza invincibile e una serenità luminosa di fronte a tutto. (p. 273)
  • Nessuno doveva cercare di convincere altri a farsi legionario. Tirar la gente per la manica e andare a caccia di aderenti, non mi è mai piaciuto. Questo sistema è, ed è rimasto contrario, fino al giorno d'oggi, allo spirito legionario. Noi avremmo precisato il nostro punto di vista e basta. Chi avesse voluto, sarebbe venuto e sarebbe entrato se fosse stato ricevuto. (p. 276)
  • Tutti quelli che venivano a noi possedevano due caratteristiche ben chiare:
    1) La lealtà dell'animo.
    2) La mancanza d'interesse personale. Da noi non c'era niente da guadagnare, nessuna rosea prospettiva.
    Tutti dovevano soltanto dare: anima, beni, vita, capacità d'amore e di fiducia.
    E se anche tra noi penetrava un individuo sleale o interessato, non vi poteva rimanere, non trovando un ambiente adatto e ne usciva automaticamente, dopo un mese, dopo un anno, dopo due o tre, ritirandosi, disertando, tradendo. (p. 276)
  • La pietra angolare da cui muove la Legione è l'uomo, non il programma politico; la riforma dell'uomo, non fa riforma dei programmi politici. «La Legione Arcangelo Michele» sarà, per conseguenza più una scuola e un esercito che un partito politico. (p. 278)
  • Da questa scuola legionaria uscirà fuori un uomo nuovo, un uomo con le qualità di eroe, un gigante in mezzo alla nostra storia, che sappia combattere e vincere tutti i nemici della Patria; e la sua lotta e la sua vittoria dovranno estendersi anche al di là, sui nemici invisibili, sulle forze del male. Tutto quello che la mente nostra può immaginare di più bello spiritualmente parlando, tutto quello che la nostra razza può dare di più fiero, di più alto, di più giusto, di più potente, di più saggio, di più puro, di più laborioso e di più eroico, ecco che cosa deve produrre la scuola legionaria! Un uomo nel quale siano sviluppate al massimo grado tutte le possibilità di grandezza umana che sono state seminate da Dio nel sangue della nostra stirpe.
    Questo eroe uscito dalla scuola legionaria, saprà risolvere il problema ebraico, saprà dare una buona organizzazione allo Stato, saprà convincere anche gli altri Romeni: ad ogni modo saprà vincere, poiché per questo è un eroe. (p. 278)
  • La rinunzia all'interesse personale. Questa è un'altra virtù fondamentale del legionario, in completa antitesi con la linea di condotta del politicante -il cui unico movente è l'interesse personale, con tutti i suoi derivati degenerati (desiderio d'arricchire, lusso, dissolutezza e arroganza). (p. 291)
  • Né indossare la camicia verde né eseguire il saluto sono sufficienti per diventare legionari. Nemmeno la comprensione «razionale» del movimento legionario, ma soltanto il conformare la propria vita alle norme della vita legionaria, perché la Legione non è soltanto un sistema di logica, una connessione d'argomenti, ma uno «stile di vita». Così come uno non è cristiano se «conosce» e «comprende» il Vangelo, ma soltanto se si conforma alle norme di vita da esso affermate, se lo «vive». (p. 292)
  • Laddove non vi sia amore, non esiste vita legionaria. Guardate un momento questa vita legionaria, e comprenderete quello che ci lega tutti, uno all'altro, grandi e piccoli, poveri e ricchi, vecchi è giovani. (p. 294)
  • Noi non solo non eravamo finanziati dai capitalisti, ma io consiglio a chiunque diriga un movimento che abbia sane basi di rifiutare ogni proposta di finanziamento, se non vuole uccidere il movimento stesso: perché un movimento deve essere costituito in modo da poter produrre da solo, con la fede e il sacrificio dei suoi membri, esattamente quanto gli occorre per vivere e svilupparsi. (p. 315)
  • Un capo che ammette il finanziamento del suo movimento dall'esterno dell'organizzazione, è come un uomo che abitua il suo organismo a vivere di medicine. (p. 315)
  • S'avvicina l'ora della resurrezione e della redenzione romena; chi crederà, chi lotterà e soffrirà sarà ricompensato e benedetto da questa stirpe. Tempi nuovi battono alle nostre porte! Muore un mondo dall'anima arida e secca e un altro ne nasce dall'anima piena di fede.
    In questo mondo nuovo, ognuno avrà il suo posto, non secondo l'istruzione, non secondo l'intelligenza, non secondo la scienza, ma in primo luogo secondo la sua fede e secondo il suo carattere. (p. 333)
  • La democrazia spezza l'unità della stirpe romena, dividendola in partiti, minacciandola ed esponendola piena di discordie di fronte al blocco unito della potenzi ebraica, in un difficile momento della sua storia. (p. 374)
  • La democrazia trasforma i milioni di ebrei in cittadini romeni. Rendendoli uguali ai romeni, riconoscendo loro gli stessi diritti nello Stato. Eguaglianza? Su quale base? Noi siamo qui da migliaia di anni, con l'aratro e con le armi, col lavoro e col sangue nostro. Dov'è l'uguaglianza con quelli che appena da 100, da 10 o da 5 anni sono qui? (p. 374)
  • La democrazia è incapace di continuità nello sforzo. Perché frantumata in partiti che governano un anno o due o tre ciascuno, essa è incapace di concepire e di realizzare un programma di lunga durata. Un partito annulla i programmi e gli sforzi dell'altro; ciò che è stato concepito e costruito da uno oggi, è distrutto il giorno seguente dall'altro. In un paese in cui c'è bisogno di costruire, il cui momento storico è la costruzione stessa, questo svantaggio della democrazia è un pericolo. (pp. 374-375)
  • La democrazia è al servizio dell'alta finanza. A causa del sistema costoso e della concorrenza tra i diversi gruppi, la democrazia richiede di essere alimentata con molti denari. Per naturale conseguenza, essa diviene serva dell'alta finanza internazionale ebraica che, pagandola, la soggioga. (p. 375)
  • Un popolo non si guida da solo, ma per mezzo di una sua élite, cioè per mezzo di quella categoria di uomini nati dal suo seno che hanno particolari attitudini e qualificazioni.
    Così come le api allevano la loro «regina», nello stesso modo un popolo deve allei arsi la sua élite. (p. 377)
  • In Romania, dalla guerra in poi, la democrazia, con questo sistema d'elezione, ci ha creato un'élite nazionale di Romenoebrei, avente a fondamento non l'eroismo, né l'amore per la terra né il sacrificio, ma la vendita del paese, la soddisfazione dell'interesse personale, la mancia, il traffico dell'influenza, la ricchezza acquistata per mezzo dello sfruttamento e del furto, il latrocinio, la vigliaccheria, cioè l'abbattimento dell'avversario mediante l'intrigo. (p. 379)
  • L'errore storico consiste nel fatto che là dove si è formata un'élite, fondata sul principio della selezione, essa ha abbandonato subito il principio che ha determinato il suo sorgere, sostituendolo col principio dell'ereditarietà e consacrando il sistema ingiusto e condannato dei privilegi di nascita.
    Come reazione contro questo errore, per abbattere una élite degenerata e per abolire i privilegi di nascita, è sorta la democrazia.
    L'abbandono del principio della selezione ha determinato il sorgere di una élite falsa e degenerata e questo ha prodotto il traviamento rappresentato dalla democrazia. (p. 381)
  • Quando parliamo di stirpe romena, intendiamo non soltanto tutti i Romeni viventi sullo stesso territorio, aventi lo stesso passato e lo stesso avvenire, gli stessi costumi, la stessa lingua, gli stessi interessi presenti; ma intendiamo tutti i Romeni vivi e morti, che hanno vissuto dal principio della storia su questa terra e che vivranno ancora nell'avvenire. (p. 384)
  • I Greci antichi non vivono ancora per il loro fisico, per quanto atletico - di esso non è rimasta che cenere - e nemmeno per le ricchezze materiali, se le hanno avute, ma per la loro cultura. (p. 385)
  • Il fine ultimo non è la vita, ma la Resurrezione: la resurrezione delle stirpi nel nome del Redentore Gesù Cristo. Le opere creative, la cultura sono un mezzo, e non, come si è creduto, uno scopo, per ottenere questa resurrezione; esse sono frutto del talento che Dio ha seminato nella nostra stirpe, e del quale noi dobbiamo rispondere. Verrà un giorno in cui tutte le stirpi della Terra risorgeranno, con tutti i morti e con tutti i loro re e imperatori, e ogni stirpe avrà il suo posto davanti al trono di Dio. Questo momento finale -«la resurrezione dei morti»- è il fine più alto e più sublime verso cui possa tendere una stirpe. (p. 386)
  • A capo delle stirpi, al di sopra dell'élite, si trova la monarchia.
    Respingo la repubblica. Nella storia si sono visti monarchi buoni, buonissimi, deboli o cattivi; gli uni sono stati onorati e hanno goduto dell'amore dei popoli sino al termine della vita, ad altri fu tagliata la testa. Non tutti i monarchi, quindi, sono stati buoni. La monarchia, però, è sempre buona. Non bisogna confondere l'uomo con l'istituzione, traendone conclusioni false. (p. 387)
  • Un monarca non fa quello che vuole: un monarca è meschino quando fa quello che vuole, ed è grande quando fa quello che deve. (p. 388)
  • Stefan cel Mare, da 500 anni, splende nella storia, e i Romeni non lo dimenticano più, perché egli s'è identificato perfettamente con la linea di vita della stirpe. (p. 388)
  • Il Re Ferdinando, contro qualsiasi vincolo o interesse, s'è posto sulla linea della stirpe, ha sofferto con lei, ha fatto sacrifici al suo fianco, ha vinto con lei. Per questo egli è grande e immortale. (p. 388)

Diario dal carcere[modifica]

Incipit[modifica]

Martedì
19 aprile 1938

Sono le nove di sera. Condotto da un capitano dei gendarmi e da un sottoufficiale scendo le scale del Consiglio di guerra. Fuori, il cellulare. Ogni volta che vedo questo veicolo mi s'intrisce l'anima. Lo sportello si apre e io salgo. Dentro, buio. Distinguo le ombre di quattro soldati. «Caricate le armi»: odo il comando del sottoufficiale. Partiamo.

Citazioni[modifica]

  • Oh madre, che piangi da sola nel tuo angolo di casa, in cui nessuno ti vede, sappi che anche noi piangiamo per te, in questo giorno di Pasqua, ciascuno nelle nostre celle. (p. 25)
  • Prendo il libriccino di preghiere e comincio a leggere. Prego Dio per tutti. Per mia moglie, tanto angosciata e addolorata; per mia madre, che di nuovo subirà perquisizioni e maltrattamenti dai commissari di Husci; per mio padre, che giace chissà in quale cella in questa stessa notte. Per i miei fratelli, egualmente. Poi, in ordine, per i camerati legionari, vecchi o giovani, questi eroi e martiri della fede legionaria, strappati dalle loro case e condotti chissà in quali prigioni.
    Quante pene e quante lacrime, in questo momento, in centinaia di famiglie romene!
    Prego per i morti. Nonni e parenti, amici che mi hanno amato e aiutato nella vita. Li vedo, l'uno dopo l'altro, tutti. Ecco anche Hristache e quindi anche Ciumetti con il gruppo dei legionari martiri caduti con lui. Di fronte a loro, grande, — e ne vedo il viso come in un quadro — vecchio, vecchio di mezzo migliaio di anni, con la chioma lunga e la corona in testa, Stefano principe di Moldavia. Prego per lui. Mi ha aiutato in tante e tante lotte! (p. 28)
  • Nel futuro della Romania legionaria il nome di legionario deve diventare sacro. Che nessuna forza pubblica potrà arrestare un legionario, che nessuna forza pubblica potrà entrare nella sua casa. Nell'ipotesi di delitto soltanto il capo gerarchico potrà entrare in casa sua e disporne l'arresto. È un diritto indiscutibile di riparazione che meritano i portatori di questo nome, oggi tanto calunniato, odiato, colpito da ingiustizie. (pp. 30-31)
  • Non so se sia mai esistito, nella vita pubblica della Romania, un uomo attaccato con tanta rabbia, ferocia e mala fede, da tutta la stampa e da tutti i covi ebraico-polizieschi, così come lo sono stato io dal momento dell'arresto, per tutto il tempo dell'istruttoria, allo scopo di preparare l'opinione pubblica alla condanna.
    Nessuno è esistito, in tutto il passato politico romeno. Su nessuno si è concentrato tanto odio. Nessuno è stato colpito come me senza aver la possibilità di difendersi, senza che alcuno potesse difendermi. (p. 43)
  • È doloroso, estremamente doloroso!... Lottare per la Chiesa della tua Terra, all'estremità del mondo cristiano. Il fuoco, che arde le chiese a noi vicine, getta la sua fiamma sino a noi! Lottiamo, ci sacrifichiamo, cadiamo, sgorga il sangue dai nostri petti per difendere le chiese... e la Chiesa ci condanna come «pericolosi per la Terra» come «traviati» come «estranei alla Terra».
    Che tragedia nelle nostre anime! (p. 44)
  • Con il cuore oppresso dal pensiero per le sofferenze, le offese, i maltrattamenti degli altri miei: familiari e camerati. Ho sentito spezzarsi uno di quei tre fili invisibili che legano un cristiano al Signore: la speranza. Tutto diventava nero dinanzi agli occhi, sentivo di soffocare; ma ho legato di nuovo quel filo, lottando giorno per giorno. Come? Leggendo i quattro Vangeli. Quando li ho terminati ho sentito di possedere nuovamente quei tre fili intecciati e che sono: fede, speranza, carità. (p. 53)

Bibliografia[modifica]

  • Corneliu Zelea Codreanu, Pentru legionari (La Guardia di Ferro), 1936, traduzione di Noiantimoderni.it, 2007
  • Corneliu Zelea Codreanu, Diario dal carcere, Edizioni di Ar, 1982

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