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Costantino Maes

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Costantino Maes (1839 – 1910), bibliotecario e pubblicista italiano.

Curiosità romane

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  • Correvano i bei tempi arcadicamente felici dei primi anni di Pio IX. Due erano allora i sovrani di Roma; il Papa e Ciceruacchio; anzi il secondo poteva forse qualche cosa più del primo, o almeno certo il primo non poteva nulla senza il secondo. Chi faceva la pioggia e il bel tempo, chi faceva il buono o il cattivo umore era Ciceruacchio; tutta Roma ciceruacchieggiava fino al delirio. (Parte prima, Il ciceruacchismo, p. 41)
  • La villa Medici, posta sull'elevato e delizioso Monte Pincio, signoreggia, come una cittadella la città di Roma: bella, ricca di marmi, di vasi, di statue, circondata da ameni vigneti e giardini, amenissima fra tutte, per i viali spaziosi, gli ombrosi boschetti, le fontane. Un sontuoso palazzo con due facciate, l'una interna, l'altra sulla via pubblica, la rende maestosa e gaia insieme. (Parte prima, Aneddoti di Castel Sant'Angelo, p. 73)
  • La storia di villa Medici è molto interessante per le arti e per le scienze. I capolavori ed antichità, di cui andava superba molto più che al presente, erano veramente numerosissimi e splendidi.
    Basti dire, per segnalarne qualcuno, che la Venere dei Medici e l'elegante obelisco egizio, che ora è a Boboli, furono da villa Medici, per concessione d'Innocenzo XI, trasportati a Firenze. Che Dio glielo perdoni!
    Interessante per la scienza perché questa villa fu la prigione di Galileo, durante il suo processo davanti all'Inquisizione per avere (povero cretino!) sostenuta la rotazione annuale della terra e l'immobilità del sole. (Parte prima, Aneddoti di Castel Sant'Angelo, p. 74)
  • Tutti i biografi ecclesiastici convengono che Innocenzo X fu piuttosto odiato che amato. Anche la sua figura non era troppo piacevole; tuttoché di corpo alto, e robusto, e fronte ampia, aveva gli occhi bianchicci, la barba rara, e le guancie di color sanguigno, insomma brutto.
    Mentre Innocenzo era ancora cardinale (e ciò non ostante sempre brutto), l'immortale Guido Reni seppe ch'egli aveva sparlato gravemente di lui; il pittore non gliela perdonò mai e se ne vendicò.
    Faceva allora il famoso quadro di S. Michele Arcangelo, e dipintolo in seta lo inviò al cardinal Farnese, che glielo aveva commesso.
    Fu rimproverato Guido della somiglianza del cardinal Pamphili (che fu poi Innocenzo X) colla figura del diavolo sotto i piedi dell'arcangelo; non negò il fatto Guido, ma riprese, che se per azzardo si rassomigliava, non era sua colpa, ma disgrazia del cardinale di somigliarsi al diavolo, del quale egli protestò di avere preso il ritratto dal vero, essendogli apparso.
    Non si poteva mettere in dubbio un'apparizione sovrannaturale che il pittore giurava di avere avuta; e così il cardinale dovette adattarsi a fare la figura del diavolo: e così sta ancora sotto i piedi di San Michele Arcangelo nella chiesa de' Cappuccini, e nella copia a musaico in San Pietro in Vaticano.
    Com'è terribile la vendetta dei pittori e dei letterati!! (Parte prima, Venetta di un pittore, pp. 101-102)
  • Era il 1581. Una mattina si trovò la statua di San Pietro, una di quelle che sta all'ingresso di Ponte Sant'Angelo[1], vestita con cappotto da viaggio e stivaloni; e sotto l'altra, che le sta accanto, di San Paolo si vide appeso un cartello che diceva: Pietro che parti?
    In un altro cartello sotto la statua di San Pietro, si leggeva questa risposta: Paolo, collega mio, voglio fuggire da Roma, perché dubito che Sisto [papa Sisto V], il quale va rivedendo processi tanto antichi, non voglia far vendetta dell'orecchio, che 1580 anni fa troncai a Malco[2], sbirro di corte all'orto di Getsemani. (Parte prima, Una pasquinata di S. Pietro e S. Paolo, p. 116)
  • Michelangelo, vecchio e decrepito, un giorno fu incontrato a piedi dal cardinal Farnese, in mezzo alla neve presso il Colosseo.
    Il Cardinale fece fermare la sua carrozza per domandargli dove se ne andasse con quel tempo ed alla sua età.
    A scuola, rispose Michelangelo, per imparare qualche cosa.
    Bella lezione a certi presuntuoselli boriosi che sbottano nebbia ad ogni mutar di passi; o piuttosto – felici loro. (Parte seconda, La scuola dei grandi uomini, p. 67)
  • La fontana Felice o di Termini presso le Terme Diocleziane, costruita da Domenico Fontana per ordine di Sisto V, è certamente una delle più belle di Roma.
    Nella nicchia di mezzo è collocato il più orrido Mosè, un Mosè colossale in atto di far sgorgare l'acqua dalla rupe, scultura di Prospero da Brescia.
    Prospero da Brescia, dice il Cicognara, doveva essere uno stuccatore, piuttosto che scultore. Egli era forse geloso dell'immortale Mosè di Michelangelo; nell'aria della testa, in un certo qual movimento della persona, si tradisce l'intenzione sacrilega di volerlo emulare o superare. Ma dall'infelice connubio dell'orgoglio coll'ignoranza non si figliano che mostri; e questo povero Mosè è proprio un mostro. (Parte seconda, L'altro Mosè, pp. 71-72)
  • La nostra Roma ora si rifà tutta linda e bella, quanto sfolgorante d'inarrivabile grandezza monumentale si mostra fra le Capitali del mondo: e questa nitidezza fu senza dubbio l'Apage e lo spauracchio fortunatissimo del cholera che bussò invano alle nostre porte. Che si perseveri, che si duri!! e respingeremo, come giova augurarci, qualunque nuovo assalto.
    Ma fu ben altrimenti in passato [...]
    Venti o venticinque anni or sono (perché, conviene essere giusti, le condizioni della città nostra per tale riguardo avevano di molto migliorato negli ultimi anni di Pio IX) le strade di Roma erano un vero e sudicissimo letamaio. Un 15 centimetri di fango, di sterco, di polvere e di ogni altra lordura era l'altezza normale dello strato sudicio da per tutto; una tinta giallognola di escrementi equini smaltava poi perpetuamente e dovunque il suolo pubblico. (Parte terza, Immondezzajo in piazza, pp. 30-31)
  • Come altre volte si faceva sfollare il popolo senza squilli di trombe
    Sapete come?
    Si facevano a quando a quando lontani gettiti di monete.
    Questo costume per tener sgombra la strada dall'impedimento, che suol arrecare il popolo ansioso di vedere in occasione di feste pubbliche, era antichissimo e si tenne vivo lunga pezza a memoria di molti, che vivono tutt'ora. (Parte terza, Come altre volte si faceva sfollare il popolo senza squilli di trombe, p. 105)

Note

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Bibliografia

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  • Costantino Maes, Curiosità romane, Edizioni del Pasquino, Roma, 1983. Ristampa anastatica dell'edizione di Edoardo Perino, Roma, 1885.

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