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Ernesto de Martino

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Ernesto de Martino

Ernesto de Martino (1908 – 1965), antropologo, storico delle religioni e filosofo italiano.

Citazioni di Ernesto de Martino

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  • Colobraro è, per quel che se ne dice in Lucania, un paese di jettatori. A Matera ci hanno detto che quando un colobrarese viene in città per sbrigare qualche pratica negli uffici, è consigliabile essere gentile con lui, e secondarlo per quanto è possibile. Altrimenti, non si sa mai. A Pisticci ci hanno pregato di evitare quel nome, e di usare una perifrasi, p. es. “il paese che non si dice”. A Ferrandina hanno predetto alla nostra spedizione gomme forate e altri malanni sulla salita di Colobraro, e ancor peggio in paese, se avessimo deciso di sostarvi. E tanto ci hanno tormentato con storie sinistre, con ricordi di antiche sciagure e con annunzi di nuove, che quando siamo giunti a Valsinni, ai piedi del colle di Colobraro, siamo stati presi da una leggera inquietudine, che par fatta a posta a tirarci i guai addosso.[1]
  • [La civiltà occidentale] Questa civiltà si fonda su una scelta di cui possiamo ritrovare chiara consapevolezza pressapoco all'epoca di Cartesio. Quando Cartesio respinge il mondo del sogno e fonda la certezza del proprio io sulla ragione, sulle idee chiare e distinte, è tutta una società che con lui sceglie questa via. Da questo momento la religione cessa di essere l'orizzonte necessario per reintegrare in ogni istante l'uomo nel mondo, per superare la crisi della sua presenza al mondo. Cessa quindi di avere una funzione operativa come elemento determinante della civiltà.[2]
  • Quello che afferma la moderna scienza delle religioni è un'altra cosa: è l'idea che c'è un tipo di civiltà, in sè autonoma e autosufficiente, che è fondata sulla religione come elemento di reintegrazione culturale dell'individuo nella società (tipo di civiltà che continua oggi nelle società primitive), mentre la civiltà occidentale, ha optato per un altro modo di reintegrazione culturale e cioè per il dominio razionale della natura. Non si tratta quindi di bambino e di adulto, ma, per così dire, di due diverse forme di essere adulto, una delle quali è la nostra. E certo questa scelta che abbiamo fatto è irrevocabile, e dobbiamo accettarla, ma ciò non significa che la religione non possa nuovamente riapparire all'orizzonte non più come assise della società, ma come possibilità di reintegrazione al limite, là dove la società dissacrata non riesce più a coprire la crisi della presenza. Poiché anche in una società fondata interamente sulla ragione, anche nella società socialista, la crisi, il dramma, continueranno a sussistere, e guai se non fosse così perchè altrimenti questa società sarebbe spaventosamente noiosa.[3]
  • Che cos'è lo storicismo? È una visione della vita e del mondo fondata sulla persuasione critica che la realtà si risolve, senza residuo, nella storia, e che la realtà storica umana, nelle sue individuali manifestazioni, è integrale opera dell'uomo ed è conoscibile senza residuo dal pensiero umano.[4]
  • Ciò che rischia di perdere la presenza è il manifestarsi della storicità della condizione umana, lo sporgere di tale storicità nei momenti critici dell’esistenza. Al limite, ogni esperienza di una situazione «nuova» è critica, ed è nuova ogni situazione che, in una società data, pone in essere per la coscienza la distanza fra l'accadere in senso naturale (che è o può essere contrario all’uomo) e il far accadere in senso culturale (che tende a decidere le situazioni secondo valori umani, secondo iniziative innestate in tradizioni dell’operare). Quando una situazione ha luogo nel vuoto di qualsiasi tradizione culturale del comportarsi realisticamente efficace (come nelle grandi catastrofi naturali, nelle malattie mortali e nella morte), è la stessa presenza che si perde, che resta senza margine dell'operare, e dilegua.[5]
  • Dopo il mio incontro con gli uomini della Rabata, ho riflettuto che non c’era soltanto un problema loro, il problema della loro emancipazione, ma c’era anche il problema mio, il problema dell’intellettuale piccolo-borghese del Mezzogiorno, con una certa tradizione culturale e una certa «civiltà» assorbita nella scuola, e che si incontrava con questi uomini ed era costretto per ciò stesso a un esame di coscienza, a diventare per così dire l’etnologo di se stesso. Dinanzi alla «rovina» della Rabata tricaricense, dinanzi a tanta storia sconosciuta che si consuma in muto racconto, mentre su di voi si leva lo sguardo dolente dei bambini rabatani, io ho provato un sentimento complesso al quale cercherò di dare un lume razionale. [..] Il sentimento che realmente provo è anzitutto un angoscioso senso di colpa. Dinanzi a questi esseri mantenuti a livello delle bestie malgrado la loro aspirazione a diventare uomini, io – personalmente io intellettuale piccolo-borghese del Mezzogiorno – mi sento in colpa. [...] Proseguendo nell'analisi, scopro che al senso di colpa si associa un altro momento: la collera, la grande collera storica solennemente dispiegantesi dal fondo più autentico del proprio essere. Misuro qui la distanza che mi separa dal cristianesimo, che è essenzialmente odio del peccato, salvezza sacramentale dalla storia vulnerata dal peccato, mentre la mia collera è tutta storica perché tutta storica è la mia colpa (come anche la colpa del gruppo sociale al quale appartengo). La mia collera non può avere proprio nessuno sfogo sacramentale, nessun compenso liturgico, è amore cristiano ma rovesciato, amputato di ogni prolungamento teologico e costretto finalmente a camminare con i piedi. Appunto per questo suo carattere storico, la mia collera è proprio la stessa di quella di questi uomini che lottano per uscire dalle tenebre del quartiere rabatano, e la mia lotta è proprio la loro lotta. Rendo grazie al quartiere rabatano e ai suoi uomini per avermi aiutato a capire meglio me stesso e il mio compito.[6]
  • Il grande merito di Gramsci sta appunto nell'aver profondamente inteso la necessità di storicizzare il marxismo nel nostro paese, rispetto alla storia culturale italiana, cioè rispetto all'idealismo storicistico e allo spiritualismo cattolico, e di essersi proposto il compito – rimasto purtroppo allo stato di abbozzo – di elaborare da parte marxista la risposta adeguata alla operosità antimarxista della cultura tradizionale. [...] Attraverso Gramsci per la prima volta da parte di un militante italiano della classe operaia venne effettuato il tentativo di fare i conti con la storia culturale della nazione, con l'Italia che ebbe la Rinascenza, che non ebbe la Riforma, che dopo il Rinascimento ebbe la Controriforma, che cercò di risollevarsi a una funzione culturale universale attraverso il Risorgimento, e che tuttavia, dopo il 1870, si ripiegò quasi su sé stessa, lasciando disperdere e isterilire i fermenti dell'età precedente; con l'Italia che si inserì di nuovo nella grande tradizione culturale europea attraverso l’idealismo storicistico, svolgendo e manifestando innanzi alla coscienza culturale della filosofia classica tedesca; con l'Italia concreta, storica, hic et nunc determinata, con le sue strutture sociali, col suo Mezzogiorno disgregato e col suo Cristo fermo a Eboli, secondo l'immagine che piacque al Levi. Per questa Italia Gramsci operò e scrisse [...]. Questo lavoro, appena iniziato da Gramsci, è ora che sia portato innanzi, sistematicamente svolto, sì da formare tradizione culturale, ma tradizione vivente, che aspiri a diventare ordine e organismo e si muova senza sosta.[7]
  • Il rischio di perdere la presenza ha luogo nei momenti critici dell'esistenza quando sporge la naturalità di ciò che passa senza e contro di noi. La religione è una tecnica: a) di destorificazione del passaggio critico; b) di ripresa delle realtà psichiche alienate; c) di ritorno alla storicità dell’esistere.[8]
  • In realtà il «tutt'altro ambivalente»[9]accenna alla segnalazione di un estremo rischio esistenziale, la perdita della presenza. L'esserci nel mondo come centro di decisione e di scelta è esposto al rischio radicale di non esserci, di perdersi e di alienarsi, dando luogo a tutta una serie di inautenticità esistenziali, che nei loro modi più compromessi costituiscono le malattie della psiche.[10]
  • [Sulla spedizione di ricerca etnografica svoltasi in Lucania fra il 1952-1953[11]] Io penso che intorno a queste spedizioni organizzate dovrebbero raccogliersi gli intellettuali italiani, a qualunque categoria essi appartengano, narratori, pittori, soggettisti, registi, folkloristi, storici, medici, maestri, ecc. Il nuovo realismo, il nuovo umanesimo, manca, per quel che mi sembra, di questa esperienza in profondità, e spedizioni di questo genere costituiscono una occasione unica per formarsela, e per colmare quella distanza tra popolo e intellettuali che Gramsci segnalava come uno dei caratteri salienti della nostra cultura nazionale.[12]
  • L'immenso merito di Gramsci è quello di aver compreso la necessità "di storicizzare" il marxismo italiano: proseguiamo la sua opera incompiuta.[13]
  • La jettatura napoletana è una particolare ideologia, nata a Napoli in ambiente colto verso la fine del XVIII secolo. Questa tesi può sembrar contraddetta dal fatto che il fascino, il malocchio, e – più generalmente – la credenza nel potere malefico di una persona si ritrovano in tutti i Paesi e in tutte le epoche, come stanno a dimostrare il mauvais œil francese, l'evil eye inglese e il bose blick tedesco, per tacere di tutti i possibili riferimenti extraeuropei. In realtà se si considera la jettatura napoletana in rapporto al resto della vita culturale dell'epoca, e quando si legge in prospettiva la letteratura che sull'argomento fiorì a Napoli dalla seconda metà del Settecento, il fenomeno si presenta con una sua specifica coloritura locale che lo rende inconfondibile.[14]
  • Senza dubbio il «tutt'altro ambivalente»[9]circoscrive un momento essenziale dell'esperienza religiosa. Dal mana e dalle altre rappresentazioni della forza numinosa sino alla collera di Jahvè e alla stessa esperienza cristiana del divino, questo momento appare comunque presente e ineliminabile, anche se in ciascuna formazione storica concreta sta in un diverso equilibrio e assume diversi significati culturali e diversi rapporti col razionale. Ma se deve considerarsi un acquisto sicuro per la scienza della vita religiosa l'aver circoscritto l'esperienza di un'alterità sacra qualitativamente diversa dall'alterità profana, e l'aver indicato il tremendum e il fascinans come interna polarità di tale alterità sui generis, resta il problema se ciò che nella sfera cosciente dell'uomo è vissuto come momento irrazionale del sacro non si configuri per l'uomo di scienza come ulteriormente analizzabile in profondo al di là di ciò che è vissuto dalla coscienza religiosa in atto. Potrebbe infatti darsi che aggredendo il momento irrazionale del sacro con particolari metodi di analisi, quel momento palesi per l'uomo di scienza una sua propria coerenza e razionalità.[15]
  • Senza dubbio la deliberata rimessa in causa di ogni feticizzazione naturalistica del mondo, la presa di coscienza che l'uomo non è riducibile ad oggetto fra oggetti, l'attiva demistificazione di quanto a noi si presenta col pigro prestigio dell'autorità e della tradizione, la deliberata conquista della soggettività variamente alienata, costituiscono un salutare esercizio in un'epoca come la nostra.[16]

Citazioni su Ernesto de Martino

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  • In questa saldatura tra magia e storia, e nel rapporto tra storia e metastoria che ogni magia inaugura, Ernesto de Martino ha colto l'essenza del magico e ha offerto una vera spiegazione della sua ineliminabilità. L'esistenza, infatti, è sempre esistenza precaria che non potrebbe reggere senza quelle strutture protettive che la mitologia, la religione, la magia, l'astrologia, la chiromanzia e la stessa ragione si incaricano di inaugurare e sostenere. (Umberto Galimberti)
  • Una superstizione come la jettatura, presente in ogni ceto fino a quelli dei maggiori intellettuali, gli sembrava una spia preziosa dei limiti storici incontrati dalla cultura e dal razionalismo moderni in un ambito di civiltà complessivamente sottosviluppato. A loro volta questi limiti storici erano da lui giudicati come l'ovvia risultanza della mancata maturazione di un'economia e di una borghesia moderna, in cui il sottosviluppo meridionale si concretava. La perigliosità della tesi stava sia nella corriva facilità con cui in un tratto sociale estremamente ambiguo, come quello della reale o affettata credenza nella jettatura, veniva ravvisato un elemento della storia morale e culturale; sia nell'ingenuo determinismo con cui venivano legati economia, società psicologia e cultura. Facilità e determinismo furono rapidamente corretti nella prospettiva metodologica e critica de La terra del rimorso. Successivamente, negli studi raccolti poi nel volume Furore Simbolo Valore e nelle ricerche avviate per «l'analisi delle apocalissi culturali» e, a loro volta, raccolte nel postumo La fine del mondo, De Martino avrebbe mostrato che forme imprevedibili di dissociazione della personalità e di miseria psicologica nascono anche nelle società alle soglie dell'era post-industriale. [...] Avrebbe, cioè, assorbito totalmente in termini di «cultura» e di analisi culturale i dati del condizionamento socio-economico. (Giuseppe Galasso)
  • [Ernesto de Martino e la Lucania della spedizione etnografica del 1952-53] Nel momento stesso in cui la perdita della presenza si trasforma in una costante della condizione umana, de Martino cade in balìa del proprio oggetto. D’ora in poi sarà questo a guidarlo, imponendogli la sua singolarità di evento, non riconducibile come tale ad alcuna unità discorsiva data. Un oggetto che però si rivela capace di legare e di animare, come un organismo che abbia le sue necessità e la sua forza interna, un insieme di discorsi. Un insieme certamente eterogeneo, che però non ha niente di eclettico, perché non si tratta di un assemblaggio casuale. E infatti difficilmente potremmo scomporlo nei suoi elementi semplici – anche se potremmo facilmente riconoscerli – perché forma oramai un'unità discorsiva autonoma.
  • Storicizzare il primitivo significa dunque spingersi molto più in là di quanto consenta la metodologia crociana, significa in altre parole negare l'assunto secondo cui sarebbero le élite a fare la storia. Per Croce infatti – non dimentichiamolo – la storia è sempre storia dei gruppi dirigenti e come tale espunge tutto ciò che si configura come subalterno. De Martino fa oggetto di considerazione storica, anzi fa soggetto di storia propria quei popoli e più tardi quelle classi escluse o emarginate dalla strada maestra della civiltà occidentale.
  • Tanta attenzione e tanta insistenza su episodi di questo genere mi hanno fatto pensare che de Martino conoscesse molto bene questa angoscia da spaesamento e mi è sembrato che in maniera garbata e indiretta, descrivendo questi fenomeni, parlasse di sé o quantomeno di una modalità a lui ben nota. Perché anche de Martino è stato un nomade, un uomo di frontiera, che ha battuto strade solitarie, ai margini dai percorsi culturali dominanti, spingendosi in terre di confine in tempi in cui le barriere tra una disciplina e l'altra erano certamente più rigide di quanto non siamo abituati a pensarle oggi. E come tutti i nomadi, anche de Martino doveva essersi incontrato con il terrore di perdersi, che nel suo caso poteva forse essere il terrore di venire meno ai propri presupposti culturali, di derogare dalla propria formazione storicista, rischiando di rimanere senza un'identità certa.

Note

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  1. Da Note di viaggio, in Nuovi argomenti, 1953, citato in Un autentico falso: la fattucchiera di Colobraro di Eugenio Imbriani, nuovomeridionalismostudi.altervista.org
  2. Da Cesare Cases, Un colloquio con Ernesto De Martino, Quaderni Piacentini, XXIII-XIV, 1965; rivista.ernestodemartino.it, pp. 177-178.
  3. Da Cesare Cases, Un colloquio con Ernesto de Martino, p. 179.
  4. Da Coscienza religiosa e coscienza storica, in Nuovi argomenti n. 14, maggio-giugno 1955, p. 89.
  5. Da Presenza, vitalità, storicità in La fine del mondo, Einaudi, Torino, 2019, p. 454. ISBN 9788806241889
  6. Da Itinerari meridionali, in Furore simbolo valore, Il Saggiatore, Milano, 1962, (20132), pp. 138-140
  7. Da Cultura e classe operaia, in Quarto Stato, anno III, n. 1, 30 dicembre 1948, ora in Carla Pasquinelli, Antropologia culturale e questione meridionale: Ernesto de Martino e il dibattito sul mondo popolare subalterno negli anni 1948-1955, La Nuova Italia Editrice, Firenze 1977, pp. 45-46. Citato in Università degli studi di Pisa, Dario Danti, Dalla presenza alla singolarità: uno studio su Ernesto de Martino, 2007, p. 161.
  8. Da Presenza, vitalità, storicità, in La fine del mondo, Einaudi, Torino, 2019, p. 455.
  9. a b L'espressione «tutt'altro ambivalente» è riferita da Rudolf Otto alla dimensione del numisoso: «[...] è qualcosa in pari tempo di tipicamente attraente, captivante, affascinante, il quale si intreccia in una strana forma contrastante con il momento repellente del tremendum». (DE) Da Das Heilige: über das Irrationale in der Idee des Göttlichen und sein Verhältnis zum Rationalen Gotha, 192513, Il sacro: l'irrazionale nella idea del divino e la sua relazione al razionale, Feltrinelli, Milano, 19762, p. 43. Citato in Antonio Carrano, Dal tempo all'eternità, e ancora al tempo, in Genealogia dell'umano: saggi in onore di Aldo Masullo, a cura di Giuseppe Cantillo e Felice Ciro Papparo, vol. I, Guida, Napoli, 2000, p. 289. ISBN 88-7188-375-6
  10. Da Mito, scienze religiose e civiltà moderna, in Furore simbolo valore, Il Saggiatore, 1962 (20132), pag.152.
  11. Cfr. più in dettaglio: Spedizione in Lucania: Parte I, teche.rai.it.
  12. Presentazione spedizione in Lucania, in Il Rinnovamento d'Italia, 1 settembre 1952.
  13. Da Cultura e classe operaia, in Quarto Stato, n. 1, anno III, 1948, p. 19.
  14. Da La jettatura, Sansoni & De Agostini, Novara, 1962; citato in Antonio Emanuele Piedimonte, Napoli segreta, Breve viaggio esoterico nella città dei misteri tra leggende, miracoli e magie da Iside ad Internet, Edizioni Intra Moenia, Napoli, 2014, p. 234. ISBN 9788895178363
  15. Da Mito, scienze religiose e civiltà moderna, in Furore simbolo valore, Il Saggiatore, Milano, 2013, p. 13.
  16. Da Apocalissi culturali e apocalissi psicopatologiche, Nuovi Argomenti n. 69, 1964, p. 138.

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