Ernesto de Martino

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Ernesto de Martino

Ernesto de Martino (1908 – 1965), antropologo, storico delle religioni e filosofo italiano.

Citazioni di Ernesto de Martino[modifica]

  • Che cos'è lo storicismo? È una visione della vita e del mondo fondata sulla persuasione critica che la realtà si risolve, senza residuo, nella storia, e che la realtà storica umana, nelle sue individuali manifestazioni, è integrale opera dell'uomo ed è conoscibile senza residuo dal pensiero umano.[1]
  • Ciò che rischia di perdere la presenza è il manifestarsi della storicità della condizione umana, lo sporgere di tale storicità nei momenti critici dell’esistenza. Al limite, ogni esperienza di una situazione «nuova» è critica, ed è nuova ogni situazione che, in una società data, pone in essere per la coscienza la distanza fra l’accadere in senso naturale (che è o può essere contrario all’uomo) e il far accadere in senso culturale (che tende a decidere le situazioni secondo valori umani, secondo iniziative innestate in tradizioni dell’operare). Quando una situazione ha luogo nel vuoto di qualsiasi tradizione culturale del comportarsi realisticamente efficace (come nelle grandi catastrofi naturali, nelle malattie mortali e nella morte), è la stessa presenza che si perde, che resta senza margine dell’operare, e dilegua.[2]
  • Dopo il mio incontro con gli uomini della Rabata, ho riflettuto che non c’era soltanto un problema loro, il problema della loro emancipazione, ma c’era anche il problema mio, il problema dell’intellettuale piccolo-borghese del Mezzogiorno, con una certa tradizione culturale e una certa «civiltà» assorbita nella scuola, e che si incontrava con questi uomini ed era costretto per ciò stesso a un esame di coscienza, a diventare per così dire l’etnologo di se stesso. Dinanzi alla «rovina» della Rabata tricaricense, dinanzi a tanta storia sconosciuta che si consuma in muto racconto, mentre su di voi si leva lo sguardo dolente dei bambini rabatani, io ho provato un sentimento complesso al quale cercherò di dare un lume razionale. [..] Il sentimento che realmente provo è anzitutto un angoscioso senso di colpa. Dinanzi a questi esseri mantenuti a livello delle bestie malgrado la loro aspirazione a diventare uomini, io – personalmente io intellettuale piccolo-borghese del Mezzogiorno – mi sento in colpa. [...] Proseguendo nell'analisi, scopro che al senso di colpa si associa un altro momento: la collera, la grande collera storica solennemente dispiegantesi dal fondo più autentico del proprio essere. Misuro qui la distanza che mi separa dal cristianesimo, che è essenzialmente odio del peccato, salvezza sacramentale dalla storia vulnerata dal peccato, mentre la mia collera è tutta storica perché tutta storica è la mia colpa (come anche la colpa del gruppo sociale al quale appartengo). La mia collera non può avere proprio nessuno sfogo sacramentale, nessun compenso liturgico, è amore cristiano ma rovesciato, amputato di ogni prolungamento teologico e costretto finalmente a camminare con i piedi. Appunto per questo suo carattere storico, la mia collera è proprio la stessa di quella di questi uomini che lottano per uscire dalle tenebre del quartiere rabatano, e la mia lotta è proprio la loro lotta. Rendo grazie al quartiere rabatano e ai suoi uomini per avermi aiutato a capire meglio me stesso e il mio compito.[3]
  • Il rischio di perdere la presenza ha luogo nei momenti critici dell’esistenza quando sporge la naturalità di ciò che passa senza e contro di noi. La religione è una tecnica: a) di destorificazione del passaggio critico; b) di ripresa delle realtà psichiche alienate; c) di ritorno alla storicità dell’esistere.[4]
  • In realtà il «tutt'altro ambivalente» accenna alla segnalazione di un estremo rischio esistenziale, la perdita della presenza. L'esserci nel mondo come centro di decisione e di scelta è esposto al rischio radicale di non esserci, di perdersi e di alienarsi, dando luogo a tutta una serie di inautenticità esistenziali, che nei loro modi più compromessi costituiscono le malattie della psiche.[5]
  • L'immenso merito di Gramsci è quello di aver compreso la necessità "di storicizzare" il marxismo italiano: proseguiamo la sua opera incompiuta.[6]
  • Io penso che intorno a queste spedizioni organizzate dovrebbero raccogliersi gli intellettuali italiani, a qualunque categoria essi appartengano, narratori, pittori, soggettisti, registi, folkloristi, storici, medici, maestri, ecc. Il nuovo realismo, il nuovo umanesimo, manca, per quel che mi sembra, di questa esperienza in profondità, e spedizioni di questo genere costituiscono una occasione unica per formarsela, e per colmare quella distanza tra popolo e intellettuali che Gramsci segnalava come uno dei caratteri salienti della nostra cultura nazionale.[7]
  • La jettatura napoletana è una particolare ideologia, nata a Napoli in ambiente colto verso la fine del XVIII secolo. Questa tesi può sembrar contraddetta dal fatto che il fascino, il malocchio, e – più generalmente – la credenza nel potere malefico di una persona si ritrovano in tutti i Paesi e in tutte le epoche, come stanno a dimostrare il mauvais œil francese, l'evil eye inglese e il bose blick tedesco, per tacere di tutti i possibili riferimenti extraeuropei. In realtà se si considera la jettatura napoletana in rapporto al resto della vita culturale dell'epoca, e quando si legge in prospettiva la letteratura che sull'argomento fiorì a Napoli dalla seconda metà del Settecento, il fenomeno si presenta con una sua specifica coloritura locale che lo rende inconfondibile.[8]

Citazioni su Ernesto de Martino[modifica]

  • In questa saldatura tra magia e storia , e nel rapporto tra storia e metastoria che ogni magia inaugura , Ernesto de Martino ha colto l'essenza del magico e ha offerto una vera spiegazione della sua ineliminabilità. L'esistenza, infatti, è sempre esistenza precaria che non potrebbe reggere senza quelle strutture protettive che la mitologia, la religione, la magia, l'astrologia, la chiromanzia e la stessa ragione si incaricano di inaugurare e sostenere. [9]

Note[modifica]

  1. Da Coscienza religiosa e coscienza storica, in Nuovi argomenti n. 14, maggio-giugno 1955, p. 89.
  2. Da Presenza, vitalità, storicità in La fine del mondo, Einaudi, Torino, 2019, p. 454. ISBN 9788806241889
  3. Da Itinerari meridionali, in Furore simbolo valore, Il Saggiatore, Milano, 1962, (20132), pp. 138-140
  4. Da Presenza, vitalità, storicità, in La fine del mondo, Einaudi, Torino, 2019, p. 455.
  5. Da Mito, scienze religiose e civiltà moderna, in Furore simbolo valore, Il Saggiatore, 1962 (20132), pag.152.
  6. Da Cultura e classe operaia, in Quarto Stato, n. 1, anno III, 1948, p. 19.
  7. Presentazione spedizione in Lucania, in Il Rinnovamento d'Italia, 1 settembre 1952.
  8. Da La jettatura, Sansoni & De Agostini, Novara, 1962; citato in Antonio Emanuele Piedimonte, Napoli segreta, Breve viaggio esoterico nella città dei misteri tra leggende, miracoli e magie da Iside ad Internet, Edizioni Intra Moenia, Napoli, 2014, p. 234. ISBN 9788895178363 Il tema della jettatura occupa i par. 6,7 e 8 del II capitolo di Ernesto de Martino, Sud e magia, Feltrinelli, 1959
  9. Umberto Galimberti, introduzione a Ernesto de Martino, Sud e magia, Feltrinelli, 1959, cit. ed. 2016, pag. XI

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