Cesare Cases

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Cesare Cases (1920 – 2005), critico letterario e germanista italiano.

Citazioni di Cesare Cases[modifica]

TriangleArrow-Right.svg Citazioni in ordine temporale.

  • Ora, il difetto costitutivo delle Cronache di poveri amanti [di Vasco Pratolini] consiste a mio parere nel fatto che l'avvento del fascismo vi funziona un po' da cartina di tornasole che misura la buona o cattiva spontaneità dei personaggi e rivela in essi gli "italiani" e "italieschi" che coesistevano sonnecchiando e lavorando e fornicando tra i vecchi umidi muri di Via del Corno fin dai tempi dei Guelfi e dei Ghibellini. Che queste reazioni individuali al fascismo siano veracemente ed efficacemente caratterizzate è indubbio, e ciò fa delle Cronache un libro pur sempre notevole: tuttavia ciò non cancella l'impressione di un episodio storico che investe Via del Corno senza poterne scuotere la sostanziale atemporalità. Tale impressione è confortata dalla ripresa della tecnica corale, a scene girevoli, del Quartiere, con la stessa ariosità ma anche con la stessa apertura che tende a dissolvere la forma del romanzo e che corrisponde all'atmosfera senza tempo tinta del "'popolo minuto' sempre, fatto ignaro ormai, ciompi da se stessi traditi", come si dice appunto nel Quartiere.[1]
  • Già restando all'interno della decadenza era riuscito a Moravia, ne Gli indifferenti, di rappresentare il disfacimento morale come prodotto di una situazione di fermo, di un ingorgo storico, e con ciò egli aveva genialmente anticipato molto "essere-nel-mondo" del posteriore esistenzialismo. Qui la decadenza italiana, scrutando se stessa, si elevava al livello europeo.[1]
  • Il limite fondamentale di uno scrittore così dotato come Brancati sta nel fatto che egli tende a esemplificare la sua interessante problematica, che investe profondamente proprio la diseducazione italiana, su casi dati per natura, e quindi ne vanifica la necessità, riducendola alla casuale fisiologia del Bell'Antonio o di Paolo il Caldo. Questi limiti sono anche limiti artistici: Brancati non riesce a concludere un romanzo perché la natura non conclude mai, se non con la morte, e gli impotenti restano impotenti, e i caldi, caldi.[1]
  • Ma se Il barone non è un Entwicklungsroman ["romanzo di evoluzione"], è dubbio anche che si tratti puramente e semplicemente di un romanzo, poiché non c'è un nodo fondamentale, un avvenimento o una serie di avvenimenti decisivi che mettano alla prova il carattere dei personaggi.[2]
  • Mentre lo scrittore di romanzi accetta sempre come dato certo problematico, ma ineliminabile, la disarmonia tra individuo e società, tra uomo e mondo, Calvino, poeta epico sperdutosi in tempi avversi all'epos, non vi si rassegna, e aspira a priori (e non, caso mai, come risultato di un lungo processo) a un'integrazione totale.[2]
  • Se questo è un uomo era dichiaratamente il libro di un giovane scienziato dai valori sicuri, che credeva negli affetti privati, nella forza della ragione, nella razionalità ultima della storia nonostante il fascismo, e che si trovava all'improvviso in un mondo dominato da una perfetta logica che serviva a distruggere sistematicamente l'uomo. Era dall'urto di questa razionalità infernale con quella che Levi si portava prepotentemente dietro, con la sua profonda convinzione che siamo nati "per seguir virtute e canoscenza", che scaturiva il fascino del libro, la sua capacità di presentarci dei personaggi che recitavano il canto di Ulisse ad Auschwitz senza per questo essere meno credibili, né il Lager meno realistico.[3]
  • Confesso di non essere mai riuscito, prima di oggi, a leggere per intero un libro di Mario Soldati, e l'ostacolo era sempre uno solo: la sottigliezza. Certo, anche Proust, per esempio, è sottile, ma si ha sempre l'impressione che lo è perché non può farne a meno, perché le cose e gli uomini sono così, tanto più nel riflesso esasperato della memoria. Invece la sottigliezza di Soldati è programmata, è una manifestazione dell'onnipotenza del soggetto, ciò che non torna, poiché l'onnipotenza cerca naturalmente la semplicità. È la resistenza dell'oggetto che crea le complicazioni. [...] Qui la sottigliezza è tutta nel soggetto, che si compiace della sua immensa acutezza e della sua pressoché totale capacità di risolvere i problemi più ardui. [...] Il risultato è che il narratore diventa più importante della storia narrata. Diavolo d'un uomo! Se non fosse già Mario Soldati, meriterebbe di esserlo.[4]
  • [Su Federico De Roberto] L'intelligenza e la passione che consumano i personaggi tanto da scarnificarli (l'unico che ci si può rappresentare concretamente è l'enorme e violento Don Blasco dei Viceré) sono i due poli tra cui si muove anche lo stile. L'intellettualismo, del resto, fa sì che autore e personaggi abbiano sempre una certa comprensione per le idee altrui che li fa scendere senza accorgersi la china del trasformismo, il quale finisce per diventare un connotato indispensabile della politica e ne espelle definitivamente la morale, che nella sua impotenza ribadisce il verdetto sul mondo.[5]

Note[modifica]

  1. a b c Da Opinioni su Metello e il neorealismo, Società, XI, 1955, n. 6; poi in Patrie lettere, Einaudi, 1987.
  2. a b Da Calvino e il «pathos» della distanza, in Città aperta n. 7-8, luglio-agosto 1958, pp. 33-35; ristampato come postfazione a Italo Calvino, Il barone rampante, Mondadori, Milano, 2002. ISBN 978-88-04-37085-7
  3. Da Difesa di "un" cretino, Quaderni piacentini, Piacenza, VI, 1967, n. 30; poi in Patrie lettere, Einaudi, 1987.
  4. Da Il baricentro nel sedere, Quaderni piacentini, n. 43, aprile 1971; poi in Patrie lettere, Einaudi, 1987.
  5. Da Federico De Roberto, L'Espresso, 25 ottobre 1981; poi in Patrie lettere, Einaudi, 1987.

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