Eugenio Dupré Theseider

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Eugenio Guarniero Dupré Theseider (1898 – 1975), storico italiano.

Citazioni di Eugenio Dupré Theseider[modifica]

  • Effettivamente la figura di fra Dolcino si trova sulla linea di confine tra verità storica e proliferazione leggendaria.
    Anzi, non solo di leggenda si tratta, ma addirittura di agiografia e di mito, ché non da ora egli è stato assunto come simbolo ed esempio di lotta di classe, o, quanto meno, di lotta fra il libero pensiero e un non ben precisato oscurantismo, secondo ben noti e frusti schemi di polemica; egli è stato e vien tuttora usato come una sorta di «falso scopo», per battere ben altri obbiettivi, il che non ha nulla a che vedere con le esigenze della verità storica.[1]
  • Sul conto di Dolcino come persona non sappiamo quasi nulla. Le poche notizie biografiche che ci dà Benvenuto da Imola non convincono troppo, ma non abbiamo altro. Tutto lo fa credere persona di una certa cultura. Conosceva certamente gli scritti di Gioacchino da Fiore o a lui attribuiti, e forse anche quelli di Gerardo da Borgo S. Donnino e di Pietro di Giovanni Olivi, suoi contemporanei. Doveva avere una discreta conoscenza della S. Scrittura e anche della storia della Chiesa: affermava di essere mandato da Dio a spiegare quei testi e interpretare quelle vicende, nonché a profetare le future.[2]

I papi di Avignone e la questione romana[modifica]

  • Sotto Giovanni XXII, Avignone divenne stabilmente la dimora oltremontana del Papato, ed egli è il primo papa veramente «avignonese». Ma non soltanto per il fatto che egli, senza esitazioni, fissò fin dal principio la sua sede sulla riva del Rodano. Troviamo in lui, rilevati da quello spicco che dipende dalla sua vigorosa personalità, tutti gli elementi dello «stile avignonese» sia in buono sia in cattivo senso. (parte I, cap. II, pp. 48-49)
  • A questo papa [Benedetto XII] l'idea di lasciare Avignone e la Francia non doveva ripugnare come ai suoi predecessori, in quanto egli (le sue biografie lo attestano concordi) era del tutto sciolto da ogni vincolo d'affetto terreno, e assolutamente estraneo a qualsiasi «politica di famiglia». Si può ammettere realmente che, se le circostanze fossero state più favorevoli, egli avrebbe chiuso la parentesi avignonese con un quarantennio d'anticipo. (parte I, cap. III, p. 78)
  • Ne era oratore [di una delegazione inviata ad Avignone presso papa Clemente VI] un oscuro scrivano, tale Nicola di Lorenzo, detto al modo dialettale Cola di Rienzo, che, davanti al papa e al consesso dei cardinali, ripeté anch'egli il fervido appello per il ritorno a Roma e per la concessione del Giubileo, ed in più portò al papa le lamentele del popolo di Roma contro i baroni, «derobbatori de strada», e causa principale per cui la città giaceva desolata. Lo ascoltò il papa con interesse e diletto di conoscitore, perché Cola parlava assai bene, con copia di citazioni classiche e sacre, con mirabile oratoria. Ma nemmeno l'appassionata eloquenza di Cola poté convincere il papa al grande passo [del ritorno alla sede romana]. (parte II, cap. I, p. 89)
  • Gregorio XI, contrariamente a quasi tutti i suoi predecessori da un secolo a quella parte, è meno un papa «politico» quanto un papa «religioso»: non è più soltanto «avignonese», ma ormai di nuovo «romano-cattolico», se così possiamo esprimerci. Circa il suo carattere, siamo abbastanza bene informati dalle fonti del suo tempo. Predominano le buone qualità: è uno spirito sinceramente religioso, con forte inclinazione verso il misticismo, ed una straordinaria delicatezza di coscienza; è profondamente onesto e retto, alieno dai comodi compromessi, che avevano facilitato fino allora la permanenza della curia in Avignone; i suoi biografi ne esaltano concordi la finezza di animo e la cultura. (parte terza, cap. III, pp. 190-191)

Note[modifica]

  1. Da Fra Dolcino: storia e mito, in Bollettino della Società di studi valdesi, dicembre 1958, p. 5.
  2. Da Fra Dolcino: storia e mito, in Bollettino della Società di studi valdesi, dicembre 1958, p. 15.

Bibliografia[modifica]

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