Francesca Mannocchi

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Francesca Mannocchi (2017)

Francesca Mannocchi (1981 – vivente), giornalista e scrittrice italiana.

«Io non sono malata. Io ho una malattia»

Intervista di Arnaldo Greco, linkiesta.it, 15 febbraio 2021.

  • Lo sguardo degli altri ci determina così che il nostro corpo nello spazio si muove come un burattino guidato dai fili di altri, e quei fili, i fili del burattinaio sono le definizioni, le lenti con cui l'altro ci guarda. [«Cosa comporta lo sguardo?»] Ti diagnosticano un male, ergo diventi quel male, sei malato. Credo dovremmo ripartire da qui nel raccontare le malattie: sono Francesca, ho ricevuto una diagnosi di SM, non sono malata, ho una malattia. Questo è il principio dell'incomunicabilità per un malato. Viviamo in un tempo che ha bisogno di griglie definite, riluttante a convivere con la complessità e le sfumature. Perciò se sei portatore di un handicap diventi un "handicappato", se ti è capitato di vedere due guerre in vita tua diventi un "inviato di guerra", se fai un figlio sei prima di tutto "madre", questo è sufficiente a definirti e rischia di corrispondere con la tua identità. Lo sguardo che è ansioso di definire rischia di determinare l'identità, incarcerandola.
  • Quando entra un accidente nella vita, nel mio caso la malattia, ma lo stesso vale per un lutto, un inciampo casuale, la linea del tempo si frattura. E la gestione del futuro dipende anche da fattori esterni. La convivenza con l'imprevisto squaderna il passato e il futuro, o meglio l'idea di futuro che avevamo prima. La persona cui viene diagnosticata una malattia lo pensa in ogni singola attesa nelle anticamere dei reparti ospedalieri, quando si siede nella farmacia territoriale in attesa delle medicine, quando i giorni della settimana assumono un calendario intimo, privato. E i nomi dei giorni cambiano. Oggi non è domenica, è il giorno che segue alla terapia, forse avrò effetti collaterali che non mi faranno alzare dal letto. [«Ti fa rabbia?»] Tanta, non come il primo giorno, però sì. Ma mi ha fatto fare i conti con la nostra hybris. Non siamo invincibili. Viviamo in corpi finiti. In corpi talvolta ostili.
  • [Sulla pandemia di COVID-19] Non credo che torneremo quelli che eravamo. Ci illuderemo di farlo, nell'allucinazione collettiva di tornare alla vita-di-prima, ma la leggerezza dei nostri viaggi, o il divertimento, l'esperienza ludica di un bicchiere di vino con gli amici, nasconderà un ronzio, un'inquietudine. Penso che il post-Covid sarà lunghissimo e che la stessa espressione post-Covid sia un errore. Dovremmo fare lo sforzo individuale e collettivo di vivere in continuità con il Covid, non aspirando a una macchina del tempo che non esiste. Dovremmo, credo, come nelle esperienze di alcune malattie, ricordare che la Natura possa tendere contemporaneamente alla perfezione e contenere l'origine del suo danno.
  • In questi anni ho capito, sulla mia pelle, che corpo del malato e malattia sono stati monetizzati, che hanno un valore economico e quindi hanno un valore di scambio. [...] Il valore di un'ora di risonanza magnetica genera due tipi di cittadini: il convenzionato e quello che può permettersi di pagare. La forbice – economica – tra i due, determina uno stato di minorità nel primo e di potere nell'altro. La monetizzazione della malattia genera, o meglio amplifica, le disuguaglianze. Questo tema non si può affrontare se pensiamo di curare la malattia solo con l'assegnazione di una terapia, non ci si cura solo clinicamente. Ci si cura davvero se ripensiamo la vita del malato e delle malattie come eventi inseriti nel complesso delle società. Ci si cura solo collettivamente.

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