Guia Soncini

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Guia Soncini (1972 – vivente), giornalista, editorialista e scrittrice italiana.

Citazioni di Guia Soncini[modifica]

Citazioni in ordine temporale.

  • Parecchi anni fa, arrivò su Wikipedia una voce a mio nome. Ora, quel che vi serve sapere per capire l'inutilissima storiella che segue è che Wikipedia, enciclopedia basata sul volontariato dei compilatori che nei paesi seri riesce a essere comunque una cosa seria e con una sua attendibilità (certo, non considera Philip Roth una fonte attendibile circa le opere di Roth, ma diciamo che di media non è malvagissima), in Italia è il regno della cialtroneria. Per dire: quando obiettai che la voce che mi riguardava era piena di minchiate (sostanzialmente trattavasi di un curriculum preso dall'ufficio del personale Rai e ricopiato male – con l'aggiunta di alcune bislacche opinioni spacciate per fatti: ricordo un delizioso «si è detta a favore dell'editto bulgaro» – e comunque all'epoca già datatissimo, visto che non lavoravo più per la Rai da anni), il tizio che rispose alla mia mail mi disse che, «nello spirito collaborativo» dell'opera, potevo correggerla, il che dice tutto sul conto in cui la gestione italiana tiene la regola wikipediana (ovvia e sensata) secondo cui sulle voci enciclopediche non possono intervenire coloro che ne sono oggetto. D'altra parte io non conosco un italiano cui sia dedicata una voce Wikipedia che non se la sia scritta da solo, e quindi tutto torna (comprese le medaglie d'argento a gare di nuoto delle medie di cui sono ricche le pagine Wikipedia dei giornalisti italiani). Insomma dico a 'sto tizio che gli mando l'avvocato, e loro oscurano la pagina. Seguono alcuni spassosi anni in cui ciclicamente qualcuno, nel mezzo di qualche fessa polemicuzza, salta su dicendo «d'altra parte tu sei un'antidemocratica che ha fatto causa a Wikipedia, tu e Facci» (il novanta per cento della mia stima per Filippo Facci si basa su questa comunanza).[1]
  • Sogno un pezzo su Weinstein d'una sola riga: quello sarà un vecchio porco, ma voi gliela tiravate con la fionda, finché pensavate servisse.[2]
  • [Sulla cancel culture] Di tutte le cose americane che avremmo dovuto emulare, per esempio la colazione salata, abbiamo invece deciso di prendere il peggio dell'America colta. Studenti di costosissime università americane chiedono che dai programmi di letteratura venga tolto Shakespeare perché con Otello "crea una cultura ostile agli studenti di colore e andrebbe sostituito con autori femmine e gay", e poi Uomini e topi è violento, in Lolita c'è un pedofilo, nel Buio oltre la siepe gli epiteti razziali con cui si parlava all'epoca. Testi che hanno fatto la storia cancellati con una bizzarra smania revisionista.[3]
  • [...] l'internet è una forma di welfare: serve a far sognare chi non combinerà mai un cazzo nella vita, e a illuderlo ci sia un posto in cui vale. È L'Oréal, ma coi cancelletti.[4]
  • [Sui social network] Il guaio non è che i nuovi strumenti ci abbiano resi arroganti, o vanitosi, o scemi. È che ci hanno liberati dalla vergogna di esserlo.[5]
  • Abbiamo preso in considerazione l'ipotesi che la notizia non sia che il libro di Renzi è il più venduto in Italia, ma che sia un periodo in cui non si vende talmente niente di niente che si va primi in classifica con settemila copie?[6]

"Amo D'Alema in maniera viscerale, è l'unico che se ne frega dello spirito del tempo"

Intervista di Adele Sarno, huffingtonpost.it, 15 maggio 2021.

  • In Italia abbiamo un rapporto complicato con i soldi, ma non siamo gli unici. L'altro giorno in un editoriale sul New York Times c'era scritto: "La mia generazione ha fallito perché l'obiettivo che c'eravamo preposti era l'eliminazione dei miliardari". Prego? Ma come? Allora rivolete il comunismo, diceva Corrado Guzzanti. La verità è che anche il capitalismo più capitalista, cioè quello americano, è diventato apologetico come il nostro, pronto ad andar dietro a istanze poveracciste un po' a caso. Un americano mi spiegava come gli americani abbiano smesso di essere quelli che desideravano fare carriera per comprare una limousine, per diventare quelli che alla limousine vorrebbero dare fuoco. [«Si sono allineati?»] Ci emulano in molte cose. Hanno avuto Trump dopo che in Italia abbiamo avuto Berlusconi. Ora si sono adeguati anche a questo rapporto contraddittorio che noi abbiamo con i soldi. Alla nostra stupidissima voglia di trovare il denaro una cosa brutta. Il sogno americano era diventare ricchi: se eri un ragazzino povero, pensavi a come risolvere i problemi che avresti avuto una volta diventato un adulto ricco. Oggi gli americani contestano i guadagni di Jeff Bezos.
  • D'Alema è stato Fedez prima di Fedez. Quando noi diciamo al marito della Ferragni che non deve fare l'elemosina in Lamborghini, gli stiamo dicendo che avere una macchina da ricco è una cosa che ci offende. Non consideriamo che in quel modo fa lavorare gli operai della Lamborghini. L'Italia produce lusso: macchine, vestiti, vini buoni. Non produciamo componenti. Che sia D'Alema che si compra le scarpe fatte a mano o una barca, o Fedez che compra la Lamborghini, o io che mi compro una borsa costosa, tutti stiamo facendo lavorare il Made in Italy. Provvediamo come Bezos a far guadagnare l'operaio, che dello stipendio che discende dal lusso vive. In che modo il mondo sarebbe migliore se Fedez andasse in bicicletta?
  • [...] ormai hanno vinto loro, quelli delle polemiche dei social, e non c'è modo di sottrarsi. Perché oggi o ti scusi, ti spieghi, e fai tutte quelle cose che la Casa Reale inglese ordinava di non fare, ovvero mai scusarsi mai spiegarsi ("Never complain, never explain, never say I'm sorry"), oppure sei un mostro che non tiene conto dello spirito del tempo, del sentimento popolare. Gli americani dicono "Read the room", Cerca di capire quello che vuole la stanza in cui entri. Ma sono gli americani senza personalità: Steve Jobs diceva che il compratore non sapeva cosa desiderava finché non glielo diceva lui. Non mi viene in mente nessuno che abbia combinato qualcosa di rilevante assecondando le folle.
  • Se stai sui social oggi non puoi non rispondere. Decidere di fregarsene è una scelta possibile ma non per chi fa un mestiere che dipende dal consenso popolare, come l'attrice, il politico, o il marito dell'influencer.
  • [...] nessuno dirà: "Ehi ragazza, pensavo di darti più soldi perché così mi costi di più". Non è vero che le donne vengono pagate poco perché le aziende pensano che valgano meno degli uomini, vengono pagate meno perché non chiedono di essere pagate di più. [«Non hanno capito che chiedere fa parte del lavoro?»] Il voler essere simpatici è il problema delle donne e del divario salariale. Spesso si preferisce restare tranquille, non creare problemi, perché così si può tornare a casa appena il bambino ha la tosse all'asilo, invece di essere quelle che siccome vengono pagate tanto devono anche essere più responsabili.

«Come sopravvivere nell'era suscettibile dei linciaggi social? Non replicando mai»

Intervista di Candida Morvillo, Corriere della Sera, 11 agosto 2021.

  • C'è il momento in cui vai al bagno e apri i social come un tempo La Settimana Enigmistica, non proprio con l'attenzione che dedicavi a Kant al liceo. Leggi una battuta e non ti poni il problema che sia una citazione che non conosci e, come prima cosa, ti offendi. Poi c'è l'incomprensione dell'antifrasi, figura retorica che consiste nell'esprimersi con termini di significato opposto a ciò che si pensa. Tipo:l'attrice Diana Del Bufalo fa un video, struccata, dice che due uomini le hanno urlato "a 'bbona", dice che a lei il cat calling piace, ma che quelli erano due falsi perché non puoi dire "bona" a una donna in tale stato pietoso. Gli offesi del giorno l'hanno sommersa di insulti, rivelandosi persone per le quali un fischio per strada equivale allo stupro, ma capaci di augurare la morte per un'antifrasi non capita.
  • Il nuovo glossario dell'era della suscettibilità è tutto di parole inglesi e quindi una più brutta dell'altra. Representation matters e identity politics dicono che, anzitutto, è importante appartenere a una categoria identitaria. Per cui Gal Gadot ha interpretato Cleopatra e si sono scatenate le polemiche perché è israeliana e troppo bianca. Senza arrivare a Simone de Beauvoir che diceva che, per scrivere dei corvi, non devi essere corvo, il surreale è che l'attrice fa quello: interpreta ciò che non è. E se Golda Rosheuvel può fare la regina nera in Bridgerton, dovresti poter fare Cleopatra bianca, ma non puoi, perché la linea di pensiero dev'essere che l'etnia bianca deve smettere di sopraffare quella nera.
  • [«Un neologismo sopravvalutato?»] Il trigger warning, l'avviso che, in un film, libro o altro, può esserci qualcosa che ti turba. Viviamo in un'epoca in cui tutto ti può turbare. C'è chi vuole il trigger warning se c'è un piatto di spaghetti, perché turba chi ha problemi alimentari; e chi sostiene che, se sei anoressica, il trigger warning associato al cibo ti convince di più che il cibo è traumatico. Noi adulti abbiamo detto ai giovani che saranno protetti anche dagli spaghetti, invece di avvisarli che nella vita avrebbero visto anche di peggio. E non è solo questione di giovani, ma di woke, un'espressione tipo radical chic, che ha avuto una transizione semantica. Vuol dire "occhi aperti", "essere sensibili alle ingiustizie", e ora è la rivendicazione di chi sta dalla parte dei buoni. Anzi, è: taci tu, che non sei woke.
  • La molla del linciaggio è la ricerca del cretino del giorno. Ti svegli e c'è il deputato che "se vuoi il green pass per il Covid, lo devi volere pure per i sieropositivi" e, per mezza giornata, tutti danno addosso a lui. La mattina dopo c'è un altro che l'ha detta più grossa. E i più accaniti cacciatori di cretini del giorno sono quelli che, a loro volta, sono stati il cretino del giorno, perché pensano che un giorno in cui do addosso a un altro è un giorno in cui nessuno dà addosso a me.

Vendersi sui social secondo Guia Soncini

Intervista di Arnaldo Greco, rivistastudio.com, 17 marzo 2022.

  • Quando ho scoperto il concetto di "economia dell'attenzione", mi sono chiesta perché non fosse un concetto utilizzato di continuo; mi sembra la chiave fondamentale di comprensione del tempo in cui siamo: è arrivata la guerra e non c'è più la pandemia. Non riusciamo a occuparci di due cose alla volta, non abbiamo spazio mentale, non abbiamo concentrazione, non abbiamo abbastanza cuoricini per due guai alla volta. [...] Era già successo, in qualche modo, con Black Lives Matter e con il #MeToo. I grandi eventi vengono assorbiti e le persone che di mestiere vendono prosciutti riescono a creare quello che era il sogno proibito di Freccero per la televisione, e cioè un flusso perfetto in cui non c'è nessuna soluzione di continuità fra "questo è il video di mio figlio che mangia la sua prima pappa", "questa è la mia dolenza per la guerra", "questi sono i miei ombretti che vi dovete comprare", "questo è il video dell'ospedale bombardato", "queste sono le borsette che mi hanno regalato".
  • Una citazione che ho fatto un milione di volte nella mia vita e credo che continuerò a fare è quella di William Goldman, lo sceneggiatore del Maratoneta e di Butch Cassidy, che ha scritto anche alcuni libri su come funzionava Hollywood e che, quando gli chiedevano "come si fa a sapere se un film funziona?", rispondeva: "Nobody knows anything". Nessuno sa niente. Per il commercio è sempre così, altrimenti esisterebbero solo i successi.
  • C'è una frase nel libro di Yasmina Reza [Serge] che dice che una volta, quando non si capiva che lavoro facessero le persone, si parlava di import/export, mentre adesso si dice "fare le consulenze". Per me tutto è cominciato quando abbiamo iniziato a dire "manager", perché è da quando abbiamo cominciato a usare "manager" che sono nati dei lavori misteriosi. E con internet questi lavori misteriosi si sono moltiplicati e molti di questi lavori misteriosi ruotano proprio attorno all'"engagement" e al modo con cui scavalcare il "nobody knows anything". Ovviamente è tutto un bluff. Secondo me sono proprio loro i primi a saperlo.
  • Il mondo non è mai stato così diverso rispetto a cinquant'anni prima come lo è adesso. Nemmeno quando è stata inventata l'elettricità.
  • Anni fa ho chiesto a un cantante se si vedeva ancora sul palco a settant'anni, come Mick Jagger, perché mi sembrava che Jagger fosse ridicolo. La sua risposta fu: "Non fai questo mestiere se hai il senso del ridicolo". Aveva a tal punto ragione lui che oggi quasi tutti ci comportiamo come se fossimo delle popstar, nonostante quasi nessuno di noi lo sia.

«Vendiamo tutti qualcosa. Ferragni? Ha capito molto»

Intervista di Sara D'Ascenzo, corrieredibologna.corriere.it, 17 marzo 2022.

  • [«[...] abbiamo tutti qualcosa da vendere nell'economia del sé?»] Sì e chi non ce l'ha è pericolosissimo: chi non è sui social per piazzare il suo libro, il suo salone di manicure, il suo studio dentistico, sarà sui social per mettere in vetrina i suoi lutti, le sue opinioni sull'universo, le sue malattie, i suoi amori.
  • [«Da chi diceva: "In Tv guardo solo classici e documentari" a chi dice: "I social? Ce li ho ma li uso solo per lavoro", cosa è cambiato?»] Niente: mentono entrambi. Ci sono, da sempre, forme d'intrattenimento di cui ci vergogniamo: ai tempi di Gramsci erano i romanzi di Carolina Invernizio, ai nostri tempi sono le storie Instagram di Elisabetta Franchi.
  • [«Il giornalismo che costruisce pezzi e interviste sui profili social è giornalismo, pigrizia o approfittare di quanto si trova pronto?»] Se posso scegliere una quarta opzione, è disastro e colpa di Benedetto Croce. Se non fossimo un Paese che crede nel primato della cultura umanistica, sapremmo la matematica quel tanto che basta a renderci conto che non ha nessun senso ripubblicare tale e quale su un giornale che vende qualche decina di migliaia di copie una cosa uscita su una piattaforma con decine di milioni di iscritti.
  • Il mio editore dice che se citi troppa cultura popolare non fai sentire intelligenti i lettori, che vogliono dalla saggistica riferimenti che non siano pop. Ma le luminarie in via D'Azeglio le fai con le canzonette, mica con Pasolini: canzoni e film sono il codice condiviso con cui gente che non ha letto gli stessi libri si capisce. Non so se questa cosa durerà, ora che escono cento serie televisive a settimana e nelle prossime generazioni non avranno tutti visto e ascoltato le stesse cose, ma per noi relitti del Novecento è così.
  • [«Potrebbe mai fare a meno dell'ironia?»] Forse sì, ma poi sarei noiosissima e lei non m'intervisterebbe.

Citazioni tratte da articoli[modifica]

Il Foglio[modifica]

Citazioni in ordine temporale.

  • Voglio condurre il prossimo Sanremo non perché sia in grado di mandare a memoria gli ormai almeno sei nomi che ci vogliono per scrivere una canzone (non mi ricordo neanche il mio numero di telefono), non perché sappia scendere la scala coi tacchi (al primo gradino mi cappotterei, al secondo mi sfilerei le scarpe imprecando), non perché abbia talenti tipo ballare, intrattenere, cantare (t'ho mai raccontato di quando mi bocciarono al provino per lo Zecchino d'oro?). Voglio condurre Sanremo perché voglio fare l'ultimo gesto rivoluzionario possibile. Ieri l'ennesimo assessore ha ringraziato in conferenza stampa [...] perché avevano parlato dei fiori di Sanremo, inquadrato i fiori di Sanremo, regalato i fiori di Sanremo. Voglio salire su quel palco e dire "io quando mi regalano dei fiori li lascio morire perché non possiedo un vaso".[7]
  • Solo una cosa desta la mia attenzione e accende il mio entusiasmo: Elettra Lamborghini. Elettra che, agitando una latteria là davanti ed esprimendosi con una certa qual calata emiliana, dice che lei Lou Reed non sa chi sia: "Non ero neanche nata". Elettra che assolve tutte noi, che non siamo arrivate col programma alla Seconda guerra mondiale, ma cosa pretendono i nostri interlocutori: non eravamo neanche nate. Elettra che, benché emiliana, si ostina a usare espressioni napoletane donando loro sensi tutti suoi: dice "hai una bella cazzimma" e chissà che intende — piglio, energia, scollatura? Elettra che ha girato il mondo, e quindi non dice "moda", dice "hype", che vuol dire un'altra cosa, ma non cavilliamo. Elettra è tutte noi che non abbiamo studiato. Elettra, che se le fanno una battuta sul complesso di Elettra scommetto che non la capisce, è la nostra rivincita.[8]
  • [...] meno male che oggi finisce maggio, il più crudele dei mesi. Chiunque si lamenti dei lillà da terra morta non ha mai avuto a che fare con gli scontrini che genera la polvere viva in cui vado a rimestare ogni anno mentre il commercialista mi minaccia e io non trovo quella ricevuta del dentista che mi farebbe così comodo scaricare (forse nel 2018 dal dentista non ci sono neanche andata, ma sai come siamo noialtri che confondiamo memoria e desiderio); in compenso si risvegliano le radici sopite di tutti gli scontrini d'ogni cappuccino del 2012 (perché non li ho buttati? Non avrei potuto detrarli neanche nel 2013, perché li ho conservati? Speravo forse di finire in un programma di accumulatori su RealTime?).[9]
  • [...] ho un amico romano che s'è trasferito a Milano, e soffre. Qui, dice, sono gay anche gli etero.[10]

Linkiesta[modifica]

Citazioni in ordine temporale.

  • Quand'avevo vent'anni feci le prove d'intolleranza alimentare, una delle mille truffe di quando sei giovane e ti pare di non esser mai abbastanza magra. Mi dissero che ero intollerante al grano e ai latticini. Non sono mai stata sottile come in quel periodo. Non perché quei due alimenti mi facessero davvero male — o forse sì, ma non lo sapremo mai: ero magra perché digiunavo. E digiunavo perché è impossibile, è un insegnamento che mi lasciò quella formativa esperienza, trovare cibi che non contengano lattosio o grano. O almeno, così era allora, magari l'industria alimentare si è evoluta, all'epoca ero talmente stremata dalle ricerche, dalla scoperta che in tutti i biscotti dichiaratamente d'altri cereali una percentuale di grano c'era, che persino i wurstel contenevano lattosio, che facevo prima a digiunare.[11]
  • Io non so cos'abbiano fatto di male le ventenni di oggi. Non so quale maledizione sia stata lanciata sulle loro culle. So però che — là dove noi avevamo Alessandro Baricco — hanno Stefano Massini. Il divulgatore culturale che nemmeno loro, con la colpa d'essere ventenni, meriterebbero.[12]
  • Il fatto è che Bologna vuol essere una città moderna: alle donne arriva a casa l'invito a farsi la mammografia gratis, prenotando sul sito; ma poi è una città del Novecento, e il sito mica funziona, e le signore che rispondono al centralino del servizio [...] sospirano come chi ha il figlio scemo: lo sanno, ma che ci possono fare. Non è necessariamente un male, essere una città del Novecento. Il sindaco fa la campagna elettorale parlando di cosa farà per la musica, come fosse la città di "Vota la voce" che era quando avevo otto anni. Glovo la mattina è desolatamente vuoto d'offerte: il bolognese non ordina uova a domicilio, vive in una provincia del Novecento, mica a Santa Monica (dov'è convinto di vivere il milanese, che ha avuto i cantautori sbagliati e ignora la grazia e il tedio a morte del vivere in provincia). [...] Al Lumière, il cineclub dove andavo a vedere Truffaut a sedici anni, stasera e domani fanno Effetto notte: tutto è rimasto immobile. Bologna è la risposta a Michele Apicella: non è sempre vero che le merendine di quand'eravamo bambini non torneranno più, a volte ci sono scorte di merendine infinite. Essere una città del Novecento va benissimo, anche se i bolognesi si fanno le mappe dei cassonetti ad apertura libera come i milanesi mappano i bar in cui puoi mettere in carica il cellulare. [...] Essere una città del Novecento non è grave. Lo diventa quando, se parli del delirio della spazzatura con qualcuno del settore, quello ti risponde giulivo: ma abbiamo la app Il Rifiutologo, puntesclamativo. Non avevo mai sentito niente di così milanese, così da epoca di Instagram, così romanamente cialtrone: la spazzatura non sanno raccoglierla, però hanno la app. Bologna, sai: la te del Novecento mi manca un casino.[13]
  • Il principale problema della minore presenza delle donne in alcuni settori, siano essi la presidenza della repubblica o la direzione artistica di Sanremo, è che poi scatta il tic della rappresentatività. Se un maschio fa un record sportivo o vìola una legge o scopre un vaccino o dice una stronzata, l'ha fatto lui; se una femmina esiste, lo fa a nome delle donne, ci rappresenta. Ma chi, ma cosa, ma stai a vedere che Angela Merkel e Valeria Marini hanno qualcosa in comune per il solo fatto d'avere una vagina, ma Helena Christensen se le dite che mi rappresenta vi denunzia per vilipendio estetico.[14]
  • Una cosa di cui mi accorsi [...] è che la Vitti non somiglia mai alla Vitti. Le sue foto sono tutte diversissime, e non è per le ragioni di chirurgia o altri ritocchi per cui cambiano le attrici di oggi: c'è qualcosa nella sua faccia che è mutevole in modo persino più destabilizzante di quanto lo fu la sua carriera. La Vitti ha fatto il contrario di quello che fanno in genere i comici e le belle donne, due categorie che invecchiando virano sul drammatico per esser presi sul serio. Lei era partita da «Mi fanno male i capelli» e diventò Assunta Patanè e Adelaide Ciafrocchi, cioè La ragazza con la pistola e Dramma della gelosia. Aveva quasi quarant'anni, e cominciava la sua seconda vita, e diventava quel che era sempre stata.[15]
  • La ragazza con la pistola [...] fu un'ossessione della mia adolescenza, e oggi non lo girerebbero mai: mettere in burletta il rapimento, la violenza, il matrimonio riparatore, tre anni prima di Franca Viola, le donne non hanno diritti e voi ridete, ma non vi vergognate. Che fortuna che sia esistito un tempo meno scemo in cui i Monicelli e le Vitti avevano voglia di fare ciò che è più necessario e utile fare delle cose orrende: riderne.[15]
  • Quando avevo vent'anni, la mia più cara amica faceva l'attrice. Una sera la invitarono al Costanzo Show, ed è difficile spiegare, in questo secolo di frammentazione del pubblico e moltiplicazione delle nicchie, cosa significasse per un'aspirante qualcosa comparire al Costanzo Show. Il giorno dopo, raccontava la mia amica, il panettiere che non l'aveva mai salutata in tutti gli anni in cui aveva comprato il pane da lui, le aveva detto con gli occhi sgranati "Signorina, l'ho vista in tv". L'esempio non rende, giacché ancora oggi c'è una distorsione percettiva per cui, in qualunque programma tu compaia, il giorno dopo ti sembra tutti l'abbiano visto. Solo che oggi vai a guardare i dati e quelli che ti sembrano "tutti" sono in realtà poche centinaia di migliaia di persone; nel Novecento i mass media erano davvero di massa.[16]
  • [...] c'è una regola abbastanza ovvia riguardo alle celebrità anglofone: se c'è una notizia su di loro, ci sono testate anglofone che se ne occuperanno. Lo sa chiunque scriva in Italia di celebrità americane, anche perché quelle sono le testate da cui in genere scopiazza il proprio pezzullo.[17]
  • Uno dei pochissimi casi mondiali di vertiginosamente figo a trent'anni e vertiginosamente figo a settanta; uno che ti fa venire voglia di lanciargli le mutande quand'è arrogante (quasi sempre) e quand'è umile (quasi mai); quand'è esile (nelle immagini d'epoca) e quand'è inquartato (in quelle del presente); quando racconta versioni dei fatti diverse da quelle degli altri e gli altri sono Bertolucci e i due sembrano Sandra e Raimondo a distanza, e quando invece (con Pietrangeli) s'incazza se le versioni divergono. Insomma: Adriano Panatta — dio o chi per lui ce lo conservi.[18]
  • Twitter è lo stato sociale che nessuno Stato era riuscito a inventare: un posto dove, a costo zero per la fiscalità generale, Carneade possa sentirsi rilevante, sentirsi alla pari con la popstar, l'ospite televisivo, il politico, il ballerino, l'imprenditore, ai quali rimarca quanto essi non godano della sua approvazione, quanto gli facciano schifo, quanto non possano illudersi di contarlo tra i suoi fan. E, mentre annoiati dal volo privato il ballerino e l'imprenditore e il politico scorrono le notifiche, alzeranno forse mezzo sopracciglio e penseranno a Troisi con Savonarola [in Non ci resta che piangere]: sì, mo me lo segno.[19]
  • Qualcuno deve pur cominciare a scusarsi, quindi comincio io. Io che dodici anni fa andai a un convegno organizzato dal Pd e, sentendomi Gramsci, dissi loro che dovevano smetterla di snobbare il paese reale, cioè Carolina Invernizio, cioè Maria De Filippi. Col risultato che l'inseguimento del nazionalpopolare da parte della classe dirigente di sinistra è diventato così smanioso che mi chiedo chi sarà il primo aspirante qualcosa di sinistra a farsi un turno da tronista. [...] Se per tre quarti d'ora la sinistra smettesse di coprirsi di ridicolo, io magari avrei tempo per occuparmi del ridicolo di destra.[20]
  • Al funerale del garantismo prendo sempre parte con una certa qual allegria, mentre quelle persone serie dei miei amici mi tolgono il saluto. Che schifo, le intercettazioni, che schifo, le accuse non verificate, che schifo, la gogna mediatica. Fingo di annuire, ma si capisce benissimo che [...] dentro di me canticchio: here we are now, entertain us.[21][22]
  • L'unica volta che ho avuto paura del Covid è stata a marzo del 2020. No, non per i contagi, Bergamo, le bare. Avevo paura perché Altan aveva fatto una vignetta, su Repubblica, in cui uno diceva «Ce la faremo», e l'altra rispondeva «E se no, ce la faremo». Se anche Altan pensa ci voglia incoraggiamento e non sberleffo, empatia e non scazzo, ottimismo e non nichilismo, allora siamo proprio fottuti.[23]
  • [...] se l'internet non trova niente da rimproverarti vuol dire che non hai proprio mai detto niente d'interessante.[24]
  • George Orwell era ricco di famiglia. Altrimenti non gli sarebbe mai venuto in mente d'elaborare il lussuoso concetto che gli intellettuali avessero il dovere di dire alla gente ciò che la gente non vuole sentirsi dire.[25]
  • [Sul Grande Fratello VIP] C'è stato, incredibilmente, un momento culturale, nel lunedì sera di Canale 5. Come sa chiunque non sia appena tornato da Marte, lunedì sera c'è stato lo stallo alla messicana del Grande Fratello (Vip, teoricamente). Come sa chiunque eccetera, un concorrente è uscito dichiarandosi depresso, e a quel punto è partita la caccia all'insensibilità. L'Italia ha scoperto che un'accolita di disperati che per poche decine di migliaia di euro sono disposti a stare in diretta ventiquattr'ore al giorno, a vivere con le telecamere nel gabinetto, a non avere alcun intrattenimento che li distragga dalla loro mancanza di vita interiore, l'Italia s'è accorta con sconcerto che questi disperati non spiccano per intelligenza emotiva. Scusate, dimenticavo un dettaglio: questi disperati che, dagli autori dei reality, vengono scelti per la loro vocazione a entrare in conflitto e a ripetere «empatia» come didascalie di Instagram mentre cercano l'inquadratura che più facilmente possa diventare gif e fare di loro, solo di loro, sempre di loro il concorrente cui il pubblico presta attenzione. Questa carne da zoo di vetro ci saremmo aspettati avesse voglia di dar retta a un depresso. Ma certo.[26]
  • Per quanto sia stato rilevante nella mia vita Ivano Fossati – a vent'anni non ascoltavo praticamente altro – non potrà mai esserlo quanto Sandy Marton. So che, se dovesse leggere questo rigo, Fossati chiamerebbe l'avvocato (e farebbe bene), ma non è colpa di nessuno: People from Ibiza è uscita l'estate dei miei undici anni, e non sei mai più carta assorbente quanto lo sei tra le medie e il liceo; nulla di ciò che consumi dopo lascia tracce nel tuo dna come le frasette che trascrivi sul diario in quegli anni, nessun saggio sottolineato e citato da grande, o fiaba della buonanotte che ti leggevano all'asilo, ti segna come ti segnavano i testi delle canzoni pubblicati su Tutto Musica e Spettacolo.[27]
  • Giorgia Meloni non dice mai «è perché sono una donna». Non quando racconta a Francesca Fagnani che Berlusconi le ha suggerito di farsi il botulino alla fronte o che Ignazio La Russa la sgrida se non mette i tacchi; non quando Salvini e Berlusconi proprio non si capacitano che tocchi far governare lei, una pischella bionda; non quando i giornali intervistano la sua manicure. Giorgia Meloni conosce le regole del gioco e ce ne farà dono: è donna, è madre, è una che non ha tempo per le lagne, è quella che quando vince ha vinto lei e si fa come dice lei.[28]
  • Scrivevo per le pagine domenicali d'un quotidiano [...]. Mi chiesero un articolo per la sezione cucina, non mi ricordo il tema ma c'entrava la pasticceria. Erano le pagine domenicali, il che significa che chi ci lavora ha persino meno voglia di faticare di quelli che fanno il quotidiano: ti chiedono di mandare l'articolo molti giorni prima, così si portano avanti e vanno a fare l'aperitivo con calma. Quindi io mando il mio pezzo e, a metà settimana, mi arriva una mail che dice che l'impaginato è cambiato, ho meno spazio del previsto, e quindi hanno tagliato il mio articolo come segue, dicci se ti vanno bene i tagli. Una volta letto, svenuta, rianimata, e preso un cardiotonico, chiamai il caporedattore, e iniziarono i tre giorni più stremanti di quasi tre decenni di lavori intellettuali fatti quasi sempre interagendo con gente che è incredibile abbia superato le scuole dell'obbligo. Accadde infatti che nel mio articolo fosse ripetuta la parola «pasticcieri», e tutte le volte in cui io l'avevo scritta giusta il fulmine di guerra che aveva redatto l'articolo aveva ben pensato di privarla della «i». Prendo il telefono e lo chiamo, certa che ci si trovi nell'àmbito delle basi, quelle che magari ti sei distratto e te le sei scordate, ma se te le rammento dirai «ah sì certo» e tutto tornerà a posto. Illusa. «La desinenza dei mestieri è in -iere: ferroviere, corazziere, pasticciere». «Eh ma questo è plurale». «E secondo te al plurale perde la i? Ferroveri?». «Evidentemente "pasticceri" è un'eccezione: il sito dell'Associazione Pasticceri lo scrive senza i». «Ti dirò che la cosa non mi stupisce poi tanto, considerato che essi, diversamente da noi, sono pagati per saper tirare la sfoglia e non per conoscere l'ortografia». «Tu hai modo di provarmi che il plurale di pasticcieri non costituisca eccezione?». «Cioè secondo te c'è un'eccezione non segnalata da nessun dizionario o libro di grammatica ma io devo provarti che quest'eccezione non esiste?» – immaginate questa conversazione protratta lungo tre giorni, lui sempre col tono di uno che non deve tornare a scuola, io sempre col tono di una che spera non si senta che vorrebbe dargli delle testate sul naso (si sentiva, si sentiva). Al quarto giorno chiamai il suo capo. Lo so, non si fa. Non si chiama il capo di qualcuno che non sa lavorare per dirgli che non sa lavorare, almeno non nei paesi in cui il capo se non sai lavorare magari ti licenzia. In Italia, dove puoi licenziare gli infermieri precari che fanno i video su TikTok, ma non i capiservizio che non saprebbero rispondere a quesiti grammaticali da seconda media, il capo si limitò a dirgli qualcosa come: ma sei sicuro? Egli ovviamente si rifiutò di ripristinare la grafia corretta ai miei pasticcieri. Al quinto giorno, per evitare che uscisse un pezzo sgrammaticato con la mia firma sopra, cambiai la frase per evitare il plurale (ricordiamo che Fulmine di Guerra aveva compreso e accettato la regola della «i» al singolare, era sul plurale che non lo fregavi mica). Fu una forma di resa, ma voi cos'avreste fatto al mio posto? Niente, ve lo dico io, perché non vi sareste accorti che «pasticceri» era sbagliato.[29]
  • Nel 1986, Kevin Spacey è un attore agli inizi: [...] mancano nove anni ai Soliti sospetti, cioè a quando ci accorgeremo tutti di lui. È, all'epoca, soprattutto un attore di teatro: quell'anno, a Broadway, è in una pièce di Eugene O'Neill. L'ottobre del 2017 comincia con gli articoli del New York Times su Harvey Weinstein, ed è l'inizio di quell'autunno che nei libri di storia verrà riportato come la stagione di un porco al giorno: ogni mattina ci svegliamo e andiamo a guardare i giornali americani per vedere chi è indicato al pubblico ludibrio per le sue impresentabilità sessuali oggi. [...] Nell'ottobre 2017 Kevin Spacey è il più formidabile attore di questo secolo, tiene in piedi col suo solo talento quella porcheria di House of Cards, i migliori ruoli sono giustamente i suoi. [...] Poi un attore mai sentito, Anthony Rapp, dice che nell'86 Kevin Spacey lo molestò, lui quattordicenne e giovane attore di Broadway, l'evento più traumatico della sua vita (beato lui, che vita serena), non l'aveva mai denunciato ma non aveva mai smesso di pensarci. [...] Da lì, a valanga, un po' chiunque accusa Spacey di molestie (no, ma che dite, non esistono mode né contagi sociali nelle denunce di reati sessuali così come non esistono nella transizione di genere). [...] Si istruiscono vari processi, che pian piano perdono i pezzi per strada [...]. L'altroieri, a New York, una giuria stabilisce che no, Spacey non deve risarcire Rapp, perché dalle ricostruzioni non emergono prove che le molestie siano avvenute e anzi sembrano essercene che non siano avvenute. [...] Rapp si è sentito escluso (Spacey dice d'aver avuto un flirt col terzo ragazzo che era a cena con loro) e questo trauma gli ha costruito un falso ricordo? Spacey ci ha davvero goffamente provato [...] e Rapp ci ha proiettato su chissà cosa e ha rimuginato su questa stronzata ipertrofizzandola fino a renderla gravissimo trauma? I piani si sono mescolati e Rapp ha confuso il teatro e la vita (la scena della presunta molestia è molto simile a una scena dell'opera teatrale che Rapp interpretava nell'86)? Quello che so è com'è andata dal 2017 a oggi. Che Kevin Spacey [...] non ha più potuto lavorare [...]. Che noialtri siamo stati privati del talento del miglior attore contemporaneo, e quello ha dovuto passare cinque anni in giro per tribunali. Che adesso mica lo so se sono capaci di dire «scusi tanto, ci siamo sbagliati», e offrirgli tutti i ruoli che merita. La differenza tra il 2022 e il 2017 è l'evoluzione da «uomini, tutti porci stupratori» a «gli unici che sicuramente sono non porci non stupratori non gente che s'approfitta delle circostanze sono quelli che dicono di percepirsi donne»: se Spacey si fosse messo una parrucca da femmina, le accuse oggi verrebbero liquidate come transfobiche. Non capisco come mai gli avvocati non ci abbiano pensato.[30]
  • La sinistra, le questioni di diritti civili, le ammanta sempre di ricatto morale che sottintende: non è un diritto cui abbiamo diritto perché è incivile non avercelo, è una concessione che ci fate perché sennò succedono cose bruttissime che succedono nello zero virgola qualcosa dei casi che questo diritto dovrebbe regolamentare.[31]
  • Non mi faccio una ragione che, sull'internet, la gente cerchi perlopiù di dimostrarsi saputa. Di dirti che ha colto la citazione banale che hai fatto, di farti una battuta che ritiene la farà sembrare sagace, di esporti la propria opinione sul mondo o anche solo sulla notiziola del giorno. Sull'internet come altrove, io cerco un don Raffae'. Sì, quello di De André. No, non nel senso di padrino mafioso che possa raccomandare mio fratello o prestarmi un cappotto elegante. Nel senso di quel verso prima del caffè: uno che «mi spiega che penso». Non ne trovo mai.[32]
  • Non ho niente [...] contro Amici miei; la trovo un'ottima commedia, che soffre del problema di ricezione di cui soffre ormai ogni prodotto: gli imbecilli istruiti scambiano ogni protagonista di parabola satirica, dal conte Mascetti a Carrie Bradshaw, per un modello comportamentale.[33]
  • Se proprio non riusciamo a essere famosi, vogliamo almeno che un famoso ci si fili [...][34]
  • Una delle caratteristiche italiane più note, la raccomandazione, è un'invenzione di fantasia: chissà chi è stato il primo che ha addebitato il proprio insuccesso all'altrui raccomandazione, invece che assumersi la responsabilità della propria mediocrità. Raccomandati (così come evasori fiscali) son sempre gli altri.[35]
  • [...] Italia. Forse il paese meno competitivo del pianeta. In gara con la Francia, diciamo, ma non con molti altri. [...] In Italia abbiamo inventato l'estate, facciamo tre mesi di vacanze, i docenti si offendono se qualcuno insinua che una settimana lavorativa di diciotto ore non sia proprio la miniera, chiunque abbia un ristorante ha centinaia di storie di ragazzi che vanno a fare colloqui per l'assunzione e poi dicono che no, loro il weekend e la sera mica lavorano (chissà quando pensano si vada al ristorante), qualunque cialtrone in qualunque ufficio risponde «eh vabbè succede» (una frase che dovremmo mettere come motto nazionale sulla bandiera) a qualunque nota su un suo errore: siamo il paese meno competitivo del mondo [...][35]
  • [Sulla morte e funerali di Stato di Silvio Berlusconi] Sarà che il Duomo di Milano è più grande della chiesa degli artisti di Roma, ma le regie [...] non mi hanno dato una frazione della soddisfazione di quella dei funerali di Maurizio Costanzo nel farmi capire la geografia politica delle panche. Osservare l'ovvio era facile: nella Milano del Vedovo, Marta Fascina non solo si nota, non solo è vicina a Marina, ma somiglia tantissimo a Leonora Ruffo, che nel film di Risi era colei che tentava invano di prendere il posto di Franca Valeri, che però mica moriva. Si capisce dov'è seduta Maria De Filippi (vicina alla Toffanin), ma non dove sia Francesca Pascale. Per non parlare della prima moglie che nessuno si sogna di didascalizzarmi: molte inquadrature di Veronica Lario [...] che so riconoscere da sola, per la Dall'Oglio mi sarebbe servito del giornalismo divulgativo, e invece niente. Grande soddisfazione mi dà però il commento di Canale 5, che continua per ore dopo la fine del funerale, e dove non manca niente e nessuno. Mimun che precisa che la cravatta che indossa è di Berlusconi [...]. Cesara Bonamici che commenta i palloncini azzurri con «è il colore dell'Italia e del nostro cielo» e sintetizza lo sguardo che Zangrillo rivolge al feretro con «scusa se non sono riuscito a salvarti la vita». [...] Mi tornano in mente i necrologi di chi gli dà anche da morto del lei nonostante ci abbia lavorato tutta la vita [...]. Durante la messa s'invoca un «perché morissimo per sempre» (per vivere in dio o qualche fantasia del genere), e mi torna in mente Ceccarelli che martedì scriveva che Berlusconi faceva gesti scaramantici al fessissimo «siam pronti alla morte» del nostro (orrendo) inno nazionale. Dopo la cerimonia Barbara Palombelli dice che insomma, parliamo sempre male dell'Italia, ma questa favolosissima cerimonia ci ha dimostrato che «è un grande paese, Milano è una grande città», e mi viene da ridere e mi si concretizza il sospetto d'avere un problema coi riti e i cerimoniali [...][36]

Guia Soncini si è rotta i coglioni dell'Internet e di noi

Da linkiesta.it, 28 agosto 2021.

  • Mi sono rotta i coglioni della vita che imita i social e induce gli sconosciuti che t'incontrano in luoghi dove prima l'avrebbero dato del lei — i bar, i negozi, gli ospedali — a darti del tu come se fossi un nomignolo social, a darti del tu come prima avrebbero fatto solo con Maria De Filippi o con Lino Banfi e come oggi farebbero con Paperina76.
  • Mi sono rotta i coglioni dell'allargamento della platea che una volta era larga abbastanza da imporre Carmelo Bene al pubblico del Maurizio Costanzo Show, e adesso si teme così tanto che si restringa da non osare usare parola più complessa di "cane" o di "pane", e se fai un riferimento non dico al Soccombente o a Massa e potere, ma anche solo al Sorpasso o alla Ragazza con la pistola, vieni accusata di voler fare scena con le tue citazioni colte.
  • Mi sono rotta i coglioni dell'idea che chi vive di pubblico debba coltivarselo, compiacerlo, blandirlo, e mai mai mai dirgli che se mi fai arrivare una notifica social per dirmi una cosa sciatta, noiosa, ignorante, ridondante, compiaciuta, se mi fai arrivare una notifica senza porti il problema se a me quella notifica interessi, se smani per fare conversazione ma non per rendere la tua conversazione avvincente, sei come quei parenti che salviamo nella rubrica del cellulare col nome e il cognome di "Non Rispondere" (ma almeno quelli sono parenti, almeno da quelli un giorno magari erediti).
  • Mi sono rotta i coglioni di quelli per i quali dovrei in più morfologicamente corretta maniera dire che mi sono rotta le ovaie.
  • [Sui social network] Mi sono rotta i coglioni d'uno strumento che ha avuto il merito di rendere superflui gli uffici stampa ma il demerito di far sentire a ogni calciatore, cantante, valletta il dovere di dirci senza filtri la sua sull'emergenza climatica e sull'evacuazione di Kabul, sui diritti civili e sul razzismo, sul costo del lavoro e su quello di lettini e ombrelloni.
  • Nei momenti di malumore, sempre più frequenti, ho l'impressione che i social siano diventati quei matrimoni in cui giuri che lo lascerai dopo Natale, dopo l'estate, dopo che i bambini avranno finito questo ciclo scolastico, poi non lo lasci mai e l'amante pensa che tu abbia sempre mentito e in realtà quel marito lo ami, e tu non sai come spiegare che è invece inerzia, pigrizia, tirchieria (con quel che costano i divorzisti), ma che non menti quando dici che ti sei rotta i coglioni, quando lo diciamo tutti, quando poi restiamo tutti lì, in una specie di sindrome di Stoccolma collettiva.

In quest'epoca si può dire di tutto. Il problema, semmai, è che non ti fanno mai una pernacchia

Da linkiesta.it, 4 luglio 2022.

  • Non riesco a capire come sia nato questo luogo comune del «non si può più dire niente»; quando, se c'è un problema evidente di quest'epoca, è che si può dire veramente tutto. Di tutti i temi in tutti i contesti [...] Ma anche, e soprattutto, si può dire qualunque enormità, insensatezza, si può spacciare qualunque opinione inattrezzata per analisi del reale, e nessuno mai ti fa una pernacchia, che tu sia intervistato o commentatore o monologhista o celebrità da reality o esponente del paese reale.
  • [Su Tommaso Zorzi] [...] la celebrità gay più detestata dai gay milanesi.
  • Che lavoro usurante dev'essere riempire pagine degli spettacoli in un Paese [l'Italia] da decenni privo d'uno star system.
  • Mai fare i giornali con delle idee, mi raccomando: sempre far parlare gente che non ha niente da dire, così si possono mettere i neretti e gli a capo e i lettori non si spaventano pensando gli tocchi leggere.

Elisabetta, la regina dell'anti-lagna e noi

Da linkiesta.it, 8 settembre 2022.

  • [...] Elisabetta piaceva a tutte. Alle ventenni perché l'avevano vista, in The Crown, essere come loro non sapevano si potesse essere: ventenne e col senso del dovere. Alle trentenni perché sono convinte che tra lei e Diana abbia vinto la bionda: le concesse i funerali di Stato, se non fu una resa quella. Alle quarantenni perché era l'ultimo baluardo della realpolitik che se ne fotte dei cuoricini e dei sondaggi e può permettersi di capire che no, Meghan Markle non vale lo scostamento di protocollo d'una Diana. Alle cinquantenni, le ultime con un qualche senso della storia, perché era l'ultima istituzione, e ora andrà tutto a puttane. Alle sessantenni perché Camilla non le ha mai convinte, e ora veramente ce la ritroviamo moglie di re? Alle settantenni per i completini pastello. Alle ottantenni perché loro c'erano, quando le regine erano una cosa seria, prima del sistematico sputtanamento della monarchia fornitoci negli ultimi decenni dalla collaborazione tra principesse smaniose e rotocalchi compiacenti. Alle novantenni perché non puoi non tifare per la sopravvivenza d'una tua coetanea: se riceve il primo ministro lei, puoi farcela anche tu a non mancare alla partita di burraco.
  • La monarchia è un'istituzione retrograda? Certo che sì, ma è anche un'enorme fonte di profitti: il cambio della guardia fuori da Buckingham Palace attira più turisti del Colosseo, i souvenir con le facce dei personaggi della famiglia reale si vendono quanto quelli di Disneyland. Agli americani, con la loro smania d'emanciparsi dal regno, è toccato inventarsi Topolino, per risultare commercialmente altrettanto appetibili. E, anche accantonando l'anima del commercio, solo gli imbecilli pensano che la storia si faccia indicendo referendum, mica tagliando nastri.
  • Elizabeth Windsor era quella il cui motto era «mai lamentarsi, mai spiegare, mai scusarsi», e ha fatto in tempo a vedere un mondo in cui queste sono le uniche tre attività che l'umanità consideri irrinunciabili.

Il freddo percepito e i miei (quasi) 50 anni con l'aria condizionata a ottobre

Da linkiesta.it, 12 ottobre 2022.

  • È l'ottobre del 2022, sto per compiere cinquant'anni, scendo da un treno accaldata, prendo un taxi e apro il finestrino come in quelle scene di caldane degli sceneggiati televisivi, arrivo sotto casa e penso: io quasi quasi ora salgo e accendo l'aria condizionata. È il global warming? È la menopausa? È che sono mignotta?
  • Roma, tra le altre cose, ha questa caratteristica da relazione disfunzionale: convince i suoi abitanti che cose assurde, come gli adulti che girano in motorino, siano perfettamente normali [...]
  • Siamo diventati un mondo in cui il cappottino sfoderato che compri come lusso da mezza stagione te lo metti nei più freddi giorni di gennaio, e i più freddi giorni di gennaio non sono freddi una frazione di quanto fossero gelide quelle mattine in cui andavi a scuola in ottobre. Non so dire se sia il riscaldamento globale o una delle molte cose che con la vecchiaia e la pratica inizi a tollerare molto meglio: la pulizia dei denti, la ceretta, l'inverno. So però che tutti quelli che sembrano avere la memoria ancestrale di inverni gelidi trascorsi all'addiaccio a chiedere l'elemosina coi mezzi guanti sono mie coetanei che, coi termosifoni a diciannove gradi e un paio di calzini di cachemire, dovrebbero stare bene quanto me. Certo, soffriranno i figli che devono alzarsi per andare a scuola, ma senza il trauma del piumone strappato da educatori impietosi poi 'sti ragazzini tra trent'anni che memoir scrivono?

Berlusconi e la formidabile dottrina del facciamo un po' come cazzo ci pare

linkiesta.it, 13 giugno 2023.

  • Qualche anno fa, osservando non ricordo quale degli scappati di casa politici di questo secolo, un mio coetaneo ha sospirato «ma ti rendi conto che noi pensavamo che l'abisso culturale e la fine della democrazia fosse un parlamento con Lucio Colletti», e io allora ho iniziato a usare per ogni verifica di scemenza quella frase della de Beauvoir cinquantaduenne a proposito dei propri vent'anni: «Avevamo torto pressoché su tutto». Loro, quelli che erano già adulti allora e sono attaccati alle loro convinzioni di allora, hanno accolto irritati la notizia precisando che, certo, Berlusconi avrà pure cambiato l'Italia, ma loro preferivano l'Italia di prima. Seriamente convinti che esistesse un'Italia di prima – l'Italia di cui si fantastica ogni 25 aprile, quando decine di milioni di italiani accorrono sui social a ricordarci genitori e nonni e bisnonni partigiani, cento milioni di partigiani – e anche che il mondo di prima sarebbe continuato, se non fosse stato per l'egemonia d'un signore ricco di pessimo gusto (della preferenza italiana per i soldi ereditati dei quali non si percepisce la fatica, e quindi del nostro vezzo di trovare Gianni Agnelli più elegante di Silvio Berlusconi [...]). Quando gli dici che no, che l'Italia è com'è per colpa degli italiani, non di Silvio Berlusconi, che le tv scollacciate negli anni Ottanta le hanno avute l'Inghilterra e la Germania, e questo non ha impedito molti anni di Merkel al potere, e se le donne italiane faticano a imporsi non è colpa di Tinì Cansino, e che ci sono state la Brexit e Trump e un intero mondo che ha avuto esattamente la nostra stessa deriva senza aver mai guardato i tg di Emilio Fede, prendono i toni dei cinquenni che non vogliono sentire che babbo Natale non esiste e ti dicono no, tu non capisci, il berlusconismo è stato una rovina morale. Ne concludo che Silvio Berlusconi è parimenti sopravvalutato da estimatori e detrattori.
  • [...] parliamo di quella volta che l'ho incontrato. Non ero più la ventenne convinta che il futuro fosse del Pds (che tenerezza), ma neanche ero un'adulta con una qualche lucidità. Ero una trentaequalcosenne in uno studio televisivo in cui Berlusconi dava un'intervista elettorale, dovevo scriverne, ero dietro le telecamere e osservavo. A fine diretta, il conduttore me lo presenta, e lui ci resta male: ah, ma quindi è qui per lavoro, io pensavo fosse un'ammiratrice, «le avevo anche schiacciato l'occhio». La me trentenne raccontava questa scena dicendo ma ti rendi conto, che uomo viscido, e poi passava a concentrarsi sulla stranezza estetica di Berlusconi visto dal vivo, l'hai visto tante di quelle volte in foto che sei convinta lo riconoscerai, e invece è una specie di contrario delle anoressiche che sembra sempre abbiano la testa enorme: lui aveva le spalline della giacca talmente imbottite che la testa sembrava minuscola. La me adulta sa che il dettaglio notevole è che non dice «le ho fatto l'occhiolino», dice «schiacciato l’occhio», un'espressione che non credo d'aver mai sentito da nessuno ma che sarebbe stata benissimo addosso a mia nonna, che diceva «bàule» e beveva il rosolio.
  • Dov'eri quando morì Berlusconi, mi chiederanno tra decenni. Ero senza un coccodrillo pronto, perché come si fa ad affrontare la morte d'un pezzo di paesaggio, non sai da che parte prenderla.
  • Siamo sempre stati tifosi, e Berlusconi ha incarnato con la tigna di nessuno quella polarizzazione lì, quella vocazione di noi gente qualunque a stare con qualcuno o contro qualcuno. Mentre lui aderiva a un'unica curva, quella di sé stesso.

Quant'è facile prendersela con Filippo Facci, unica testa ottenibile dall'opposizione

Da linkiesta.it, 12 luglio 2023.

  • Esiste un caso «cinquantenni narcisi che tengono in ostaggio la comunicazione italiana», una grande chiesa che va da Diego Bianchi a Giuseppe Cruciani, da Andrea Scanzi a Roberto Saviano, da Corrado Formigli a Filippo Facci. Sono fintamente divisi tra sinistra e destra, ma davvero accomunati da ciò per cui li riconosci. Certo: li riconosci perché per la battuta si farebbero ammazzare; certo: li riconosci perché si piacciono moltissimo; ma soprattutto: li riconosci perché hanno gli anelli d’argento. Hanno madri e mogli che, smaniose di percepirsi moderne, non dicono loro «tu conciato così non esci» [...]
  • [...] i danni che ha fatto Marco Travaglio alla prosa degli elzeviristi italiani, non c’è risarcimento che basti, ci vorrebbe una class action.
  • [...] Facci contiene in sé un abisso che separa come si percepisce (un raffinato prosatore e un serio studioso) e come è (uno che scrive pezzi pieni di sciatterie, refusi, imprecisioni) [...]
  • Diversamente dagli indignati, leggo spesso i giornali italiani. [...] Non è che essi giornali siano zeppi di Michele Serra e Mattia Feltri. Non è che lo standard sia umorismo raffinato, prosa invidiabile, precisione lessicale chirurgica. Se iniziate a chiedere la testa di tutti quelli che fanno battute brutte, non ne rimane praticamente nessuno.

I telecronisti Rai, la pec di Carneade e il sottile confine tra cancel culture e coglionaggine

Da linkiesta.it, 18 luglio 2023.

  • La mia regola è che bisogna intervistare solo gente che abbia superato i settant'anni, perché è l'unica che si salvi dal dualismo «tremebondi perché poi l'internet si offende» vs «la sparo grossissima per far vedere che non ho paura dell'internet che si offende»: la gente che è per età più vicina alla morte che alla nascita si permette il lusso di dire quel che le pare non per provocazione ma perché sì.
  • [Sulla competizione sportiva] [...] quella forma di teatro inventata per chi è troppo analfabeta per andare a teatro [...]
  • Le leggende su RaiSport sono meravigliose, gente che torna dalle trasferte con interi blocchetti di ricevute in bianco dello stesso ristorante, e per carità sono di certo solo leggende (a nessuno di noi è mai, il primo giorno in una redazione, stato insegnato come rubare sui rimborsi spese, mai e poi mai).
  • Ancora una volta, l'internet ha chiesto la testa d'un pesce piccolo e l'ha ottenuta, illudendo Carneade di contare qualcosa, e noialtri che esista l'accountability (un concetto per cui in italiano neppure c'è la parola).
  • [...] la meraviglia è questa: un'epoca che ha i libri di Orwell sul comodino epperò ambisce a regolamentare non solo i discorsi che le persone fanno in onda, ma quel che dicono in privato, anzi addirittura i pensieri che è consentito avere.
  • Sottile è il confine tra cancel culture e coglionaggine, per chi si rifiuta di prendere atto del secolo in cui si muove e di misurare il proprio potere personale e chiedersi se gli sia consentito dire cose che scandalizzeranno i carneadi con uso di wifi.

Note[modifica]

  1. Da Nata a Bologna, risiede nel regno della livorosa superiorità, e ogni dettaglio le dice che fa bene a restarci, guiasoncini.com, 3 giugno 2013.
  2. Da un post sul profilo ufficiale twitter.com, 10 ottobre 2017.
  3. Dall'intervista di Natalia Aspesi, Guia Soncini e Natalia Aspesi: dialogo sul politicamente (s)corretto. Senza offesa..., elle.com, 6 aprile 2021.
  4. Da un post sul profilo ufficiale twitter.com, 3 agosto 2021.
  5. Citato in Mattia Carzaniga, Quando abbiamo smesso di capire il mondo (e iniziato a occuparci solo di noi stessi), rollingstone.it, 19 marzo 2022.
  6. Da un post sul profilo ufficiale twitter.com, 31 maggio 2022.
  7. Da Appello per Guia Soncini valletta spettinata al prossimo, rivoluzionario, Sanremo, ilfoglio.it, 8 febbraio 2019.
  8. Da Il complesso di Elettra Lamborghini, ilfoglio.it, 5 maggio 2019.
  9. Da Maggio, il più crudele dei mesi, ilfoglio.it, 31 maggio 2019.
  10. Da Il maschio che si fa la barba con i cocci di bottiglia non si è estinto, ma non vive a Milano, ilfoglio.it, 9 giugno 2019.
  11. Da Storia del mio disordine (e di un atto di eroismo durato una settimana), linkiesta.it, 19 settembre 2020.
  12. Da Il cuscino di Massini e la scomparsa definitiva del senso del ridicolo, linkiesta.it, 16 marzo 2021.
  13. Da Oggi la città italiana che peggio gestisce la spazzatura avrà già un sindaco (non è Roma), linkiesta.it, 4 ottobre 2021.
  14. Da Sul palco del Festival, la rappresentatività di genere femminile fa ciao ciao alle donne, linkiesta.it, 4 febbraio 2022.
  15. a b Da Se n'è andata Monica Vitti e questo tempo scemo non ha né aneddoti né selfie per ricordarla, linkiesta.it, 2 febbraio 2022.
  16. Da Il Maurizio Costanzo show e il tentativo impossibile di spiegarlo ai nativi digitali, linkiesta.it, 29 aprile 2022.
  17. Da In Italia ci sono ancora i giornali di una volta, approssimativi oggi come allora, linkiesta.it, 2 maggio 2022.
  18. Da Il favoloso documentario sui Sandra e Raimondo che vinsero la Coppa Davis in Cile, linkiesta.it, 11 maggio 2022.
  19. Da Ho scoperto il segreto di TikTok e ora so perché è meglio dei penzierini su Twitter, linkiesta.it, 20 agosto 2022.
  20. Da Con un centro e una sinistra così, la destra dorme tra guanciale e pancetta, linkiesta.it, 29 agosto 2022.
  21. Cfr. Nirvana (gruppo musicale), Smells Like Teen Spirit, traccia n. 1 di Nevermind (1991): «With the lights out it's less dangerous. | Here we are now, entertain us.» («Con le luci spente è meno pericoloso. | Eccoci qua, fateci divertire.»)
  22. Da Il funerale di Elisabetta, del garantismo, della satira, dell'ottimismo (e di tante altre certezze), linkiesta.it, 20 settembre 2022.
  23. Da Non so chi abbia vinto le elezioni, ma so che Altan lo sapeva da mo, linkiesta.it, 26 settembre 2022.
  24. Da Se l'internet non trova niente da rimproverarti, vuol dire che non hai mai detto niente d'interessante, linkiesta.it, 3 ottobre 2022.
  25. Da Il vescovo influencer e quelli che chiedono a te, proprio a te, che non sai nulla, linkiesta.it, 4 ottobre 2022.
  26. Da La psicologia spiccia di Signorini e il mancato lodo Nudo del Grande Fratello (Vip, teoricamente), linkiesta.it, 5 ottobre 2022.
  27. Da I 60 anni di Luca Carboni e i favolosi dischi dell’adolescenza (che non capivo), linkiesta.it, 13 ottobre 2022.
  28. Da Meloni è una donna forte, ma le femmine vittimiste non se ne sono ancora accorte, linkiesta.it, 17 ottobre 2022.
  29. Da La domenica in cui l'Italia sgrammaticata si è indignata per l'ignoranza di Fontana, linkiesta.it, 18 ottobre 2022.
  30. Da L'assoluzione di Kevin Spacey e la fine della stagione di un porco al giorno, linkiesta.it, 22 ottobre 2022.
  31. Da Un filmato della Meloni ventinovenne che avrebbe dovuto svegliare la sinistra, e invece no, linkiesta.it, 26 ottobre 2022.
  32. Da Don Raffae', gli stivali di Soumahoro e il nostro diritto di dare di stronzo a un deputato nero, linkiesta.it, 31 ottobre 2022.
  33. Da Non è la destra a essere impresentabile, è la sinistra che è troppo ridicola per smuoverla dal potere, linkiesta.it, 4 novembre 2022.
  34. Da Matthew Perry e la dannazione di diventare famosi prima che tutti fossero famosi, linkiesta.it, 5 novembre 2022.
  35. a b Da La società non competitiva di massa e l'invidia dei puccettoni per una laureata ventitreenne, linkiesta.it, 7 novembre 2022.
  36. Da Analisi geopolitica delle panche al funerale di Berlusconi, linkiesta.it, 15 giugno 2023.

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