Gaetano Arangio-Ruiz (1857-1936)

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Gaetano Arangio-Ruiz (1857 – 1936), giurista italiano.

Storia costituzionale del Regno d'Italia (1848-1898)[modifica]

Incipit[modifica]

Si ebbero, in Italia, nei tempi di mezzo, varie limitazioni al potere regio, e parlamenti a tre braccia, onde si svolse qua e là, come altrove in Europa stessa, la forma mista, che solo in Inghilterra ebbe vigore e virtù di evolversi gradualmente pei secoli, assumendo forma di governo parlamentare. Tuttavia, gli stamenti sardi, gli stati generali piemontesi, i parlamenti napolitani e siciliani non presentano legame di sorta, salvo per indagine sociologica, col governo libero, sorto nel 1848 in Piemonte e divenuto a mano a mano la forma di governo dell'Italia, unita pressoché tutta nei suoi naturali confini.
Similmente, non ha punto legame con lo statuto albertino tutto lo svariato movimento statutario seguito in Italia sul declinare del secolo XVIII ed al sorgere del XIX, il quale d'altronde ne fa intendere come lo spirito di libertà pervadesse fin da allora le membra sparte dell'Italia, ed il vivo desiderio della indipendenza penetrasse vie più sempre nella coscienza del popolo. Nulladimeno, quel movimento si palesava incomposto e disgregato, le condizioni sociali risultavano immature; più per istinto che per sentimento, meglio per imitazione che per riflessione, si promulgavano carte costituzionali con facilità pari a quella con cui potevano essere abbattute dai governi, della libertà paurosi, i quali dovunque venivano restaurati per opera della diplomazia, che considerava pur la questione italiana come di equilibrio europeo.

Citazioni[modifica]

  • [Carlo Alberto di Savoia] Iniziò il regno con alcuni piccoli atti liberali, ma nella repressione del 1833 calcò di troppo la mano, e si ritrasse dalla via delle riforme, addensando sullo stato le ombre dell'assolutismo. Tuttavia, quietatosi a furia di prigioni e di esili lo stato, riordinò e codificò le leggi civili; riformò, ampliandola, la magistratura; ebbe cura delle finanze, dell'esercito, della istruzione; e più avanti incoraggiò pubblicazioni patriottiche, invise all'Austria.
    Ma egli non era risoluto e fermo in un proposito, molto potendo sull'animo di lui i gesuiti e le larghe schiere di quelli che credevano dannose allo stato le idee liberali; laonde sovente disdisse coi fatti quello che prima avea consentito si facesse in favore della idea nazionale. (cap. I, p. 3)
  • È superfluo riandare sugli incidenti della triste giornata [della disfatta di Novara][1]. Gli Austriaci ebbero ragione definitivamente degli Italiani, e la causa della indipendenza nazionale rovinò, per allora, miseramente.
    Il Re convocò, la sera, i generali, da cui ebbe unanime avviso essere impossibile il persistere nelle ostilità. Fu chiesto al Radetzky un armistizio, e questi, altezzoso, propose condizioni così intollerabilmente gravi, che equivalevano a non voler trattare con Carlo Alberto.
    Immenso dovette essere il dolore, che colpì l'uomo ed il capo dello stato insieme: basta quell'ora di sacrificio a nobilitare la figura di colui, che ebbe, insieme con grandi pregi, il difetto di volontà tentennante, «Tutto è dunque perduto!», egli disse, ed abdicò in favore di Vittorio Emanuele, avviandosi all'esilio increscioso ed alla morte desiderata! (cap. I, p. 32)
  • Che la legge sul foro ecclesiastico avesse rappresentato una affermazione chiara dello stato sinceramente libero, fu provato dalle strida acute levatesi dal Vaticano, dove Pio IX, protetto dalle armi francesi, era rientrato tre giorni dopo che la legge fosse sancita da re Vittorio [Emanuele II]. Il cardinale Antonelli[2] protestò; né valsero la deferenza longanime e la cortesia tenace del governo subalpino a smorzarne l'ira. (cap. III, p. 61)
  • Qui [nell'Umbria e nelle Marche, parte dello Stato Pontificio], il Lamoricière, credendosi chiamato a grandi destini, crociato contro l'«islamismo piemontese», si diede a bandire spavalde minacce contro chi avesse osato toccare le province papali, e ad emanare ordinanze draconiane, le quali per lievi reati politici comminavano la forca. (cap. VI, p. 128)
  • La morte del Cavour portò nella camera dei deputati conseguenze imprevedute. I migliori uomini della destra, che lo aveano seguito con fiducia, quasi avessero riconosciuta in lui una incontestata superiorità, non furono concordi verso il [successore] Ricasoli: ciascuno si stimava poco meno che suo pari, ed aspirava a scalzarlo. (cap. VII, p. 135)
  • Il disegno, che, ottenuta l'approvazione del senato, divenne legge, portò la dichiarazione esplicita della temporaneità: «Fino al 31 dicembre, corrente anno (1863), nelle province infestate dal brigantaggio, e che saranno dichiariate tali con decreto reale, i componenti comitiva o banda armata, composta almeno di tre persone, la quale vada scorrendo le pubbliche vie, o le campagne, per commettere crimini o delitti, ed i loro complici, saranno giudicati dai tribunali militari». Mantenuta la fucilazione, la pena era di venti anni di lavori forzati in concorso di circostanze attenuanti, pena che si estendeva ai ricettatori, o somministratori di viveri, notizie, aiuti di ogni maniera. Si diminuiva la pena a chi si costituiva volontariamente fra un mese dalla pubblicazione della legge, dando facoltà al governo di prolungare tal termine. (cap. VII, p. 151)
  • Il popolo siciliano é generoso e patriotta, ma soggetto ad eccitamenti, e si lascia vincer dalla fantasia. Il malcontento prodotto dagli esorbitanti balzelli avea generato una certa sfiducia nelle nuove istituzioni, ed una protesta latente contro di esse. Nel 1865, si ebbero, nel solo distretto della corte di appello di Palermo, oltre cinquemila crimini, circa novemila delitti ed altrettante contravvenzioni; alla chiamata dei contingenti per la guerra, ben duemila giovani furono renitenti. Se, nell'entusiasmo generale per la guerra, i malumori tacquero, alle prime notizie delle disfatte, si ricominciò a spargere il veleno sottile della ribellione, e soffiavan nel fuoco preti, monache e frati, esasperati per la soppressione delle corporazioni religiose. Nessuna occasione migliore di quella per insorgere: depressa l'Italia politicamente e militarmente; sguernita di milizie Palermo. Conventi e monasteri divennero nido, ricovero e cittadella di malfattori, donde, armati, sbucarono alle ore quattro antimeridiane del 16 di settembre, annunziandosi con fucilate dai lati meridionale e settentrionale della città. (cap. IX, p. 196)
  • Nello stesso giorno, in cui [nel Parlamento italiano] fu esposta la condizione finanziaria, fuvvi un incidente che aveva un certo rapporto con la questione ecclesiastica. Il conte Crotti, ammesso a giurare, lo fece «salve le leggi divine ed ecclesiastiche». Era un patriotta, che avea mandato i figli a combattere per l'indipendenza italiana, ma era cattolico così intero da non ammettere Roma capitale di Italia e da non riconoscere il matrimonio civile, la soppressione delle corporazioni religiose, la liquidazione dell'asse ecclesiastico, che egli reputava in contradizione con l'articolo primo dello statuto [albertino], che, conforme ai tempi nei quali fu largito, ed ai rapporti fra gli stati sardi e la chiesa, avea detto che la religione cattolica apostolica e romana è la sola religione dello stato. Il presidente Mari lo invita od a giurare puramente e semplicemente, od a ritirarsi; ed il Crotti si ritirò. (cap. X, p. 207)
  • Il ministero [Sella] fu apertamente accusato di curare le opere pubbliche nella Italia tutta, meno che nelle province napolitane e siciliane, dalla cui taccia il Sella avea tentato di discolparsi.
    Erano le province meridionali in condizioni deplorevoli rispetto alla viabilità. Tutte le opere pubbliche, che il progresso imponeva, erano state trascurate dal governo borbonico, che dai tempi nuovi con mal consiglio torceva lo sguardo. L'Italia settentrionale e la centrale erano in discrete condizioni, che il governo contribuiva con novelle spese a rendere ancor migliori. Di Roma e delle province romane si occupava per ragioni politiche evidenti. Le province meridionali si tenevan neglette. Non che per esse non si facessero spese notevoli, ma per le settentrionali e per le centrali se ne faceano di più; queste, che già erano in condizioni migliori, progredivano in guisa da costituire, fra il nord ed il sud, una sperequazione nelle opere pubbliche, che creava nel mezzogiorno invidie, gelosie, rancori, di cui la sinistra portava l'eco a Montecitorio. (cap. XIII, p. 270)
  • Le assemblee sono, al pari del popolo, indipendenti, potremmo aggiungere ingrate, se la parola non implicasse un senso biasimevole: oggi circondano di alloro chi ad esse concede un beneficio; domani, pei danni derivati allo stato, buttano giù il ministero: è questa la forza e al tempo stesso la debolezza del regime parlamentare; la responsabilità è del governo, che è tenuto a dominare e guidare la maggioranza da cui nasce, e non può sperare il bene del paese, se dalla maggioranza, o peggio da una frazione di essa, è dominato e guidato. (cap. XV, pp. 336-337)
  • Gli Italiani non rivelavano attitudine alle imprese coloniali. La gentilezza dei loro modi e dei loro sentimenti ripugna da qualsiasi atto di severa autorità, voluta in chi sia in contatto con popoli barbari. Facili ad esaltarsi di fantasia, danno agli avvenimenti rilievo più che non ne abbiano; teneri del loro punto di onore, non pongono mente come tutto ciò, noto che sia all'estero, nuoccia non poco all'onore stesso della patria. (cap. XXI, p. 474)
  • Alla nuova dello immane disastro [di Adua], fu un sollevamento generale di indignazione in tutta Italia. In alcune città accaddero disordini gravi. L'opinione pubblica si manifestò chiara, unanime e clamorosa per l'assoluto, immediato ritiro dall'Africa, per la destituzione del ministero. Più che cento senatori, tra i quali molti non usi a scomodarsi pei lavori parlamentari, si recarono a Roma, e, radunati privatamente, approvarono una risoluzione, chiedente un nuovo gabinetto. Amici del Crispi gli consigliarono, per risparmiare un tumulto a Montecitorio e la sedizione in piazza, che si ritirasse. (cap. XXIII, p. 524)

Note[modifica]

  1. Battaglia della prima guerra d'indipendenza italiana, svoltasi il 23 marzo 1849, conclusa con la completa vittoria dell'esercito austriaco su quello sardo.
  2. Giacomo Antonelli (1806 – 1876), cardinale italiano, segretario di Stato dello Stato Pontificio.

Bibliografia[modifica]

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