Gianni Amelio

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Gianni Amelio

Gianni Amelio (1945 – vivente), regista cinematografico italiano.

  • Alla mia età sarebbe un po' tardivo, forse ridicolo. Altri dovrebbero essere i coming out davvero importanti, di chi froda il fisco per esempio, di chi usa la politica per arricchirsi. Comunque credo che chi ha una vita molto visibile abbia il dovere della sincerità: e allora sì, lo dico per tuttigli omosessuali, felici o no, io sono omosessuale. (citato in Natalia Aspesi, la Repubblica, 28 gennaio 2014)
  • Con Gian Maria c'è stato un amore non corrisposto. Aveva un carattere aspro. Non mi amava: accettò il film "Porte aperte" perché voleva interpretare il libro di Sciascia. Sul set litigammo molto e fu durissimo, ma se oggi sono un regista "forte" lo debbo a lui e alle risse verbali. (citato in Corriere della sera, 26 ottobre 1998)
  • Ciò che io chiedo a un film è di aiutarmi a fare il successivo. (dall'intervista di Michele Anselmi, Campagna d'Albania, l'Unità, 16 luglio 1994)
  • Prima di raccontare, osserva; prima di comunicare qualcosa agli altri con immagini e parole, fai in modo che quelle immagini e quelle parole ti suonino familiari; prima di muovere la fantasia, afferra le cose che hai intorno. (da Il vizio del cinema, Einaudi, 1994; citato in Sebastiano Gesù, Raccontare i sentimenti. Il cinema di Gianni Amelio, G. Maimone, 2007)
l'Unità, a cura di Dario Zonta, 24 agosto 2004
  • Il tema del rapporto tra generazioni ha sempre avuto, nei miei film, uno sfondo sociale discreto ma importante. Il ladro di bambini non è solo la storia di un carabiniere che accompagna il ritratto in filigrana di un'Italia allo sbando. Dietro Porte aperte non c'è solo il rovello di un giudice, ma gli interrogativi sul presente e su quanto valga e pesi l'intolleranza nei rapporti civili. E in Colpire al cuore il terrorismo mette in atto il tema edipico tra padre e figlio.
  • Inconsciamente ho cercato la scusa per uscire dall'Italia. Così come l'ho cercata, a ben vedere, con Lamerica e con Così ridevano, che erano una fuga dall'Italia per raccontarla a distanza, non avendo il coraggio e la forza di descriverla "a tu per tu", per quanti problemi ha oggi.
  • In Nati due volte non c'è solo un'indagine letteraria, ma soprattutto una difficilissima elaborazione psicologica. Non a caso Pontiggia scrive questo suo ultimo romanzo in tarda età, quando il figlio è già adulto. Immagino che non abbia trovato la forza e i mezzi letterari per scriverlo prima. Che diritto ho di saccheggiare questo bagaglio? Se Pontiggia è l'uomo che sapeva tutto, io sono l'uomo che non sa, o non sapeva nulla. Mi sembrava un atto di presunzione mettermi nei suoi panni. Per questo ho tolto la dicitura di un film tratto da. Guai se la materia non diventa mia, guai se l'elemento biografico dello scrittore non diventa l'elemento biografico mio. Io lavoro sulla mia pelle, Pontiggia pure. Si trattava di trovare la mia pelle e non lavorare su quella di un altro.
  • Gli attori, anche non professionisti e anche i bambini, danno tutto nei primi quattro ciak.
Il secolo XIX, a cura di Silvia Neonato, 3 ottobre 2004
  • [Riferendosi al "vizio del cinema"] L'impossibilità di stare senza girare un film. Quella voglia che ti spinge a ricominciare a girare, appena hai finito, dimenticando i problemi e le fatiche del film precedente. Perché fare il regista è un mestiere faticoso persino fisicamente: sul set io non sto un attimo fermo, sposto gli oggetti, seguo gli attori... Devi essere vergine e puttana, per fare il regista. Manageriale e machiavellico. Gestisci tanti rapporti umani, rispondi di tanti soldi investiti e da soggetti diversi, se sgarri sui tempi sono guai, perché i costi aumentano. Eppure, appena hai finito, non vedi l'ora di ricominciare. Come le donne che finiscono per dimenticare i dolori del parto poco dopo che hanno abbracciato il loro bambino. Fare cinema è un piccolo parto. Per quel figlio che metti al mondo sei disposto anche a piegarti ad andare ai festival, a presentarlo in giro.
  • Non amo particolarmente i fasti di Hollywood, ma questo non significa che non sia onorato [delle candidature all'Oscar]. Solo che a 59 anni capisci delle altre cose che non a 30 e guai se non fosse così. Io ho capito che il bello del mio lavoro è quando lo faccio. I premi, il pubblico che ti gratifica, gli incassi sono indispensabili a fare un nuovo film. Che è appunto ciò che non vedo l'ora di tornare a fare.
  • Sono convinto che noi facciamo dei figli per rivincita, perché speriamo siano più bravi, belli, vincenti, fortunati di noi.

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