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Ismail Kadare

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Ismail Kadare

Ismail Kadare (1936 – 2024), scrittore e poeta albanese.

Citazioni di Ismail Kadare

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  • Accetterei di essere presidente dell'Albania se questo potesse contribuire a salvare il paese. [...] Alla fine di questo secolo, l'Albania continua ad essere come una figliastra che bussa timidamente alla porta della sua matrigna, l'Europa. [...] Forse, ancora una volta, la matrigna europea non ci aprirà la porta perché continua a guardare ad interessi di breve periodo e non alla tempesta che potrebbero provocare. (da una intervista di Novi List, 1997)[1]
  • Contro gli albanesi c'è un razzismo culturale che dal punto di vista etico è inaccettabile. L'immagine negativa coltivata per decenni nei confronti del mio popolo è tra le cause che hanno portato il popolo albanese alla catastrofe. Per mesi la stampa internazionale ha parlato di una possibile guerra civile tra il nord e il sud dell'Albania. Queste sono menzogne, un problema mai esistito nel mio Paese. Ma i media volevano sangue per nutrire la loro pubblicità e gli albanesi hanno incominciato a bruciare la loro naione. [...] Il mio popolo è quello stesso popolo civile che durante la guerra non ha mai consegnato un solo ebreo ai tedeschi, che ha protetto i soldati italiani rimasti in Albania dopo la capitolazione del Governo fascista, e che non è mai venuto meno alla tolleranza religiosa.[2]
  • La letteratura autentica e le dittature sono incompatibili, lo scrittore è nemico naturale delle dittature.[3]
  • Quando si vuole definire cos’è l’anima di un popolo, il primo posto dove cercare resta la letteratura. La spiritualità è associata in modo molto naturale alla letteratura. Scrivere è già una vocazione interiore, un misterioso atto di fede. E i grandi scrittori hanno coscienza di questo magnifico mistero. Sanno di non sapere.[4]
  • Sfuggire a Dante è impossibile, come sfuggire alla propria coscienza.[5]

L'Unità, 26 ottobre 1990

  • Pensavo che Ramiz Alia potesse diventare il Gorbaciov albanese... erano stati fatti piccoli passi verso la democratizzazione, ma si è arrestato brutalmente... ho perso ogni speranza di contribuire dall'interno, a un ammorbidimento del regime.
  • Ci voleva uno scrittore, tra gli operai, i biologi, eccetera. Ma la carica non mi ha protetto, al contrario. È il periodo nel corso del quale sono stato più violentemente attaccato. Un periodo molto duro, pericoloso. Soltanto gli ingenui possono pretendere che io fossi una vetrina del regime.
  • In Albania una rottura sarebbe più tragica ancora che in Romania. È una nazione molto stanca, sfinita dalle tragedie... per me il mondo comunista, che ricopriva la metà del globo, era il solo possibile, il solo immaginabile. C'erano dei limiti, stretti ma netti. Oggi è chiaro che quei limiti sono superabili. Ma in Albania non posso superarli. Allora parto. Sono uno scrittore, e lo resterò sempre; diciamo che la disillusione è stata più forte dell'oppressione.

Intervista di Bernardo Valli, La repubblica, 11 gennaio 1995

  • [Su Lamerica] Io non sono un censore, sono un uomo libero di criticare: e per me quel film manca anzitutto di generosità. Ed anche di onestà. Il regista ha falsificato il rapporto tra Italia e Albania. Le faccio un esempio. Come reagirebbe lei se si dicesse che durante la Seconda guerra mondiale gli ebrei hanno perseguitato i tedeschi? Ci sono verità che non si possono cambiare neppure nella fiction. E il regista di Lamerica mette sempre in primo piano l'ex soldato italiano ammattito nei decenni passati nelle prigioni albanesi. Il personaggio diventa un simbolo. È la vittima. La sua costante presenza finisce col far credere che i colpevoli sono gli albanesi. Non gli italiani invasori. È una falsificazione anche perché quando nel settembre del '43 c'è stata la capitolazione italiana, benché decine di migliaia di soldati del vostro esercito fossero esposti alla rappresaglia degli albanesi armati, non ci sono state vendette. Al contrario molti suoi compatrioti hanno trovato rifugio nelle famiglie albanesi e sono sfuggiti alla fucilazione da parte dei tedeschi che li consideravano traditori. Il governo italiano ha ringraziato un villaggio ucraino che fu ospitale con i vostri soldati durante la ritirata di Russia. Non mi risulta che abbia fatto altrettanto con gli albanesi. E il regista ha fatto peggio: ha rovesciato la verità.
  • Secondo il suo regista gli albanesi hanno un unico sogno: vivere sotto la dominazione italiana. Può anche darsi che alcuni o molti la pensino così. Ma è proprio quella l'aspirazione di tutto un popolo? Ed è un popolo di soli pezzenti, senza passato, con la sola voglia di cambiare identità? Così lo mostra il suo regista. Il film comincia con le immagini dell'invasione fascista del 1939, in cui si vedono gli albanesi che offrono fiori ai soldati italiani. Ma allora non ci sono stati soltanto gli applausi e i fiori esibiti dai documentari della propaganda fascista. Ci sono stati anche scontri sanguinosi. Nel film non c'è la minima traccia di resistenza, soltanto gente che ha nostalgia dell'Italia. E il tutto culmina con l'albanese che dice di voler diventare italiano, di voler sposare una donna italiana, di voler parlare soltanto l'italiano. E si conclude con la nave che va verso l'Italia.
  • L'Albania ha sofferto per il suo isolamento, un isolamento durato quarant'anni. Ed è stata dimenticata dall'Europa. La colpa è soprattutto nostra, di noi albanesi. Ma quel che è grave è che l'isolamento continua. Quel film mostra adesso l'Albania come un paese barbaro che non merita di entrare nella famiglia europea. Invece è un paese che con tutti i suoi difetti non merita disprezzo.

La repubblica, 3 marzo 1997

  • Quando l'Albania, paese di dittatura staliniana per eccellenza, rovesciò il comunismo senza violenza né spargimenti di sangue, fu una sorpresa per molti, in primo luogo per gli albanesi stessi. Per 45 anni due generazioni erano cresciute con l' idea che il paese potesse esistere solo come paese comunista; si pensava che se, per ipotesi, il comunismo fosse stato spazzato via, ciò avrebbe comportato un unico finale disastroso: l'Albania sarebbe stata smembrata o, peggio ancora, cancellata dalla superficie terrestre. Al vecchio slogan romantico in voga nei Balcani nel XIX secolo: "La libertà o la morte!" se ne era sostituito un altro: "Il comunismo o la morte!".
  • Il posto lasciato vacante dalla morale implacabile e trasversale del comunismo, invece di essere occupato da un'etica di livello superiore ha prodotto un vuoto colmato dall'amoralità. Come per reazione a questa desolazione, il rigore e l'idealismo ingannevole del comunismo hanno scatenato una rabbia materialista e una corruzione senza precedenti. Questa febbre materialista ha avuto la meglio dappertutto, diventando quasi il volto del nuovo ordine democratico. È in questo contesto che si è verificato l'episodio delle "società piramidali" e del loro fallimento.
  • L'Albania non riceveva da nessuno messaggi di speranza. Per gli albanesi che guardano con grande interesse le tv straniere, l'immagine che queste fornivano del loro paese li ha influenzati in maniera fatale. Paese solitario senza "protettori", contrariamente ai suoi vicini balcanici, l'Albania continua ad essere preda, come in passato, di vecchi rancori.
  • Non c'è alcun dubbio che la classe politica albanese dovrà rispondere della situazione che ha trascinato il suo popolo verso l'abisso. In un primo tempo, di fronte alla tragedia essa ha mostrato la sua irresponsabilità, la sua ristrettezza mentale, il suo carattere vendicativo e il suo cinismo, prima di riprendersi e abbozzare un primo passo responsabile attraverso l'accordo di riconciliazione nazionale. Non è ancora giunta l'ora delle analisi approfondite né dell'individuazione dei colpevoli. Sarebbe più urgente tentare di risolvere il terribile problema senza tergiversare, senza perdere tempo, subito. Un intero popolo rischia di soccombere. La corsa verso la guerra civile, il sollevamento di una metà del paese contro l'altra: davanti a un'evoluzione degli eventi così fatale nessuno deve restare a guardare. Oppresso e stremato dopo mezzo secolo di dittatura, il popolo albanese non merita una sorte così crudele, l'abbandono. Se ha peccato contro se stesso non ha perpetrato dei crimini contro gli altri.

L'Unità, 5 giugno 1997

  • [Sulla caduta del comunismo in Albania] Fu una grande vittoria per il popolo albanese, una prova del suo livello di civiltà. Le conseguenze di questa vittoria non si sono fatte attendere: l’Albania democratica ha preso a marciare sia nel bene che nel male. Purtroppo, quel corso naturale degli eventi non ha tardato a deteriorarsi. All’inizio sopportabile, la tensione tra la destra al potere e la sinistra che l’aveva perduto siè apocoapocoesacerbata fino a sfociare in una violenza verbale inedita nella storia di quel paese. Si sarebbe detto che gli albanesi rimpiangevano che il loro addio al comunismo fosse avvenuto così tranquillamente e che una sete di scontro si stava impadronendo di loro. In altre parole, lo scenario sinistro che non aveva avuto la possibilità di prodursi alla caduta del comunismo tentava nel presente di tornare alla luce.
  • Come tutte le nazioni uscite dal comunismo, l’Albania ha subito un trauma brutale. Invece di far sì che il posto lasciato libero dalla morale implacabile ed obliqua del comunismo fosse occupato da un’etica di un livello superiore, si è verificato l’inverso: quel vuoto è stato colmato dall’amoralità. Come per reazione alla miseria, alle impostazioni e all’idealismo quale inganno ottico del comunismo ci si è abbandonati a una rabbia materialista e a una corruzione senza precedenti. Questa febbre materialista si è diffusa dappertutto, ha quasi acquistato le sembianze del nuovo ordine democratico. Come se gli albanesi non aspirassero che a recuperare il tempo perduto, ad arricchirsi con tutti i mezzi. È in questo contesto che è sopravvenuto l’episodio delle «società piramidali» e del loro crollo.
  • Tutti sapevano la verità, ma sono rimasti zitti. Colpevole, anche, quella frazione della popolazione che era cosciente di ciò che succedeva, ma che ciò nonostante inseguiva l’avventura scontando il fatto che i perdenti non sarebbero stati reclutati al suo interno ma fra i più creduloni ed i meno informati. È così che si è sviluppato, fino a rivestire proporzioni colossali, questo gioco miserabile in cui ciascuno doveva cercare di beffare il proprio vicino. Si è così lasciato che prosperasse un’auto-intossicazione mai vista e che il paese si unificasse in un bagno d’immoralità.
  • Paese solitario, senza «protettore», contrariamente alla maggior parte dei suoi vicini balcanici, l’Albania ha subito nel passato e continua a sopportare da tutte le parti vecchi rancori. Il tragico isolamentodinonmolto tempo fa non ha esaurito tutti i suoi effetti.Si tratta, invero, di una triplice messa al bando.
  • Sfinito ed esangue dopo mezzo secolo di dittatura, il popolo albanese non merita una sorte così crudele: l’abbandono. Se ha peccato contro se stesso, non ha però perpetrato crimini contro gli altri. E per il fatto di essere stato abbandonato alla sua sorte e dimenticato per tutto mezzo secolo, per questa stessa ragione meriterebbe oggi un po' di sollecitudine.

La repubblica, 20 settembre 1997

  • [Sull'anarchia albanese del 1997]La sparatoria in Parlamento è un atto barbarico e selvaggio, frutto dell'odio che da sempre paralizza l'Albania. Io resto imparziale, non mi schiero. Sono uno scrittore per tutti, né di destra né di sinistra. La mia azione di denuncia è al si sopra dei partiti. E comunque i mass media, soprattutto quelli italiani, continuano a dare un'immagine deformata del mio paese: si parla solo di profughi disperati, di criminali e prostitute. Avete mai visto o letto un'intervista a studenti o intellettuali, ad uno dei tanti cattolici impegnati o a un musicista?
  • Non partecipo assolutamente alla lotta politica. La piaga dell'Albania sono le contrapposizioni politiche. Nella maggior parte dei casi sono segnate da disonestà. Ogni partito pensa al proprio interesse e ingaggiano una guerra infinita. Governo e opposizione puntano a distruggersi a vicenda, questa è la vera catastrofe dell'Albania.
  • Nonostante la drammatica situazione, la vita culturale lì è attiva, ci sono scrittori, musicisti impegnati, tradotti e conosciuti nel mondo, nonostante l'immagine distorta che ha giocato un ruolo malefico e di menzogna, una trappola anche per gli stessi albanesi.
  • Nei miei romanzi privilegio la parte creativa e non storica. Ma c'è sempre un lavoro di analogie con la realtà. La piramide rappresenta un pilastro del potere ed esiste in tutte le dittature. È sempre una struttura di terrore e repressione. Anche Dante ha fatto l' Inferno a forma di piramide rovesciata. Purtoppo esisteranno sempre piramidi, è un enigma, una nozione universale che continuerà anche dopo di noi.

Intervista di Daniel Vernet, La Stampa, 3 luglio 2001

  • Occorre finirla con una cultura del crimine presentata come cultura eroica, tra i serbi come tra tutti gli altri popoli balcanici. E anche in Europa, dove qualche intellettuale ha cercato di capovolgere la situazione, come se in Kosovo non ci fossero stati dei crimini, come se fosse soltanto un distorcimento dei fatti da parte delle vittime. Bisogna chiamare i crimini con il loro nome e smetterla di appoggiare i criminali, come fanno Kostunica, Putin e tutti gli altri.
  • [Sull'Esercito di liberazione nazionale] In nome delle idee europee, hanno scelto mezzi che non sono europei.
  • Non abbiamo bisogno di rivendicare la grande Albania con mezzi primitivi perché l'idea dell'Europa coincide con la speranza di vivere in uno spazio aperto.

Intervista di «Voice of America», Balcanicaucaso.org, 5 maggio 2006

  • I Balcani si ritroveranno con due Stati albanesi. A molti ciò sembra strano e inaccettabile. Ma era ancora più inaccettabile e scandaloso vedere metà della nazione albanese in una situazione da colonia. Le altre soluzioni sono tutte logiche. Non si dovrebbe scordare che già ai tempi dell'Impero Ottomano si parlava di quattro Albanie o di quattro dipartimenti amministrativi (in turco, "vilayet"). Il mondo conosce diversi casi di figure di nazioni che costituiscono più Paesi. Se questo sarà il caso dell'Albania, io non ci vedo alcun male, anzi al contrario, ciò rafforzerà la presenza albanese nei Balcani. Non dico che dobbiamo essere potenti per prendere il posto di un altro Paese o per avere delle velleità espansionistiche. Assolutamente no. La nazione albanese troverà la sua collocazione naturale.
  • Non ci sono altri continenti possibili per gli albanesi se non l'Europa. Certi invocano gli elementi orientali che pure ci caratterizzano. Ora, questo è il caso di diversi altri paesi, come la Spagna per esempio, influenzata dal mondo arabo-musulmano in diversi ambiti socioculturali, in seguito ad una lunga coabitazione. Nessuno ha mai messo in dubbio l'appartenenza della Spagna all'Europa. Lo stesso vale per noi, che siamo più lontani dall'Est di certi altri Paesi.
  • I problemi degli albanesi all'epoca del comunismo albanese, e del comunismo serbo per l'altra metà di loro, erano diversi, i problemi religiosi erano relegati in secondo piano, quindi non ha senso ravvivarli. Questa esperienza di coabitazione religiosa armoniosa è stata molto utile per la nazione albanese, e bisogna mantenerla e coltivarla.
  • L'Europa è caratterizzata fin dalle sue origini da una unione di nazioni e non dal loro annullamento. Non c'è un'Europa astratta, generale. Non c'è un'Europa come la raccomandava la dottrina comunista: «comunisti in primo luogo; sovietici, lituani, georgiani o armeni poi», come si diceva nelle nazioni dell'Unione Sovietica. No, l'Europa si costituisce come un'Europa delle nazioni, e non attraverso la cancellazione delle identità. Di conseguenza non c'è motivo d'inquietarsi se l'identità albanese, in quanto identità fondamentale nei Balcani, è altrettanto forte dell'identità greca o slava del sud.
  • Sembrerebbe che gli occidentali disdegnino un poco la povertà degli albanesi. Ma di chi è la colpa? La difficoltà a recarsi in Occidente non è appannaggio esclusivo degli albanesi, è altrettanto vera per un certo numero di Paesi.

Intervista di Maria Serena Palier, L'Unità, 5 luglio 2008

  • [Sul totalitarismo] È una forma di potere ben conosciuta nel mondo, che si è evoluta per millenni, ma i cui dati sono ricorrenti. È un potere totale che non sopporta falle. Il complesso del totalitarismo, la sua malattia mortale, è che la prima falla che si apre in esso ne determina la fine. Perciò non sopporta incrinature.
  • [Il comunismo albanese] era il peggiore. O meglio, il peggiore dopo quello cambogiano e quello cinese. Subito dopo ecco il nostro e quello romeno. Era un mosaico di due fasi, quella stalinista e quella post-stalinista.
  • L'Albania oggi potrebbe essere felice, per via della libertà conquistata. Ma pretende di più. E se lo merita, io credo.

Conversazione con Ettore Sequ, Albanianews.it, 9 ottobre 2012

  • Per molti secoli consecutivi l’Europa divenne talmente estranea ai Balcani che sembrava ci fosse stata una fossa tettonica a dividerle. In realtà non si mossero né i Balcani, né tanto meno l’Europa. Ma la distanza interiore mentale e spirituale era tale da creare quel paradosso [...]. Nel XX secolo, come se non bastasse la vecchia lontananza, il Comunismo albanese diede vita ad un nuovo distacco. L’Europa divenne "imperialista", uno spazio proibito, doppiamente distante, altamente ostile. Noi ora usiamo spesso l’espressione: “ Ritorno in Europa” come se si trattasse di un viaggio verso il vecchio continente che abbiamo abbandonato e che ci aspetta. Il dramma è stato talmente grave che oggi si fa fatica a credere che siamo diventati non europei, o meglio ci siamo dis-europeizzati, ma non in seguito a un trasferimento o a una deportazione altrove, ma proprio lì dove siamo sempre stati, nel bel mezzo dell’Europa. Proprio lì ci siamo separati da essa, circondati da fili spinati, come degli esseri maledetti.
  • La nascita dell’Europa Unita, se per i vecchi europei era una buona notizia, lo è stato il doppio per noi altri, che l’avevamo perduta. Per noi l’Europa, prima ancora di essere un lusso, un’ascesa verso il progresso, una perfezione, è una necessità. Una vita mancata. Per gli albanesi, il popolo più isolato del continente, è stato qualcosa in più: un focolare. Potrebbe suonare come patetico, ma non lo è. Per un popolo senza famiglia, il ritrovamento di quest’ultima costituisce un ingresso in una fase completamente nuova dell’esistenza. In altre parole, per la prima volta negli ultimi 600 anni l’Albania si prepara ad entrare nel continente senza la propria solitudine.
  • Il pregiudizio che i balcanici non possano mai diventare europei è abbastanza diffuso nella penisola. Non bisogna dimenticare che l’occupazione di un impero multinazionale, qual’ è stato quello ottomano, aveva come scopo permanente quello di generare la sfiducia delle nazioni in se stesse. In fondo, la fiducia in se stessi diventa parte della libertà in casi come questo. Esso sarà di grande aiuto affinché i valori e gli standard europei, di cui oggi si parla ampiamente, si riflettano con maggior efficienza a noi.
  • Io personalmente non mi vergogno di essere balcanico. Naturalmente non ne vado fiero. È riconosciuto ormai che questa è la penisola più problematica del continente. Ma è anche una delle regioni più ricche di ricordi, di saggezza e al contempo di follia. Nel frattempo questa è la parte di terra che ci è toccata, per cui è nostro dovere seguire l’unica via che ci è concessa ossia quella della pacifica convivenza. L’armonia fra i popoli della penisola non richiede una filosofia per essere giustificata. È semplicemente una via che conduce alla vita e non al suo contrario.
  • Si usa spesso dire che ogni popolo risolve da sé i propri problemi, ma per quanto possa suonare bene, non è del tutto vero. Ad esempio non conosco nessun popolo che sia riuscito a battere da solo il fascismo, tanto meno il comunismo, senza un intreccio di circostanze globali.

Intervista di Mimoza Cika, pubblicato il 20 settembre 2010 nella edizione albanese on-line di Deutsche Welle; riportato in Albanianews.it, 4 ottobre 2010

  • Per far fronte alle pressioni, sia interne che esterne, lo stato albanese prometteva ogni cosa senza cercare effettive soluzioni, ingannava i cittadini continuamente, ma in realtà nessuno aveva intenzione di fare qualcosa e lo dico in piena consapevolezza. Dalla corrispondenza avuta con il Capo di Stato di quel periodo, Ramiz Alia, ho saputo che erano tutte fandonie, niente di vero, per questo ho sentito il dovere di trovare una maniera per farlo sapere al popolo albanese e al mondo. Come ben sapete in Albania questo non poteva succedere, non c’era la minima libertà di stampa. La dovevano smettere con le allusioni e i doppi sensi, si doveva parlare apertamente al popolo e dirgli la verità. Era tempo di far decidere il popolo, per questo ho ritenuto indispensabile allontanarmi in ogni modo dall’Albania.
  • Gli albanesi hanno dimostrato di non volere più la dittatura. Ciò che era necessario per rovesciare un regime del genere, capace di usare le armi e il crimine, poteva portare a violenze simili o peggiori di quelle rumene in quanto in Albania era più difficile cancellare le atrocità commesse dal regime. Poteva succedere così o l’esatto contrario: un distacco drastico con il vecchio regime senza violenza che poteva essere forse più efficace, ma 20 anni fa nessuno poteva prevedere l’alternativa migliore. Credo che un’opinione generale si era creata e si sono evitati spargimenti di sangue.
  • Se il Partito comunista avesse iniziato un vero processo di democratizzazione, in particolare l’avvicinamento all’Europa Occidentale, sarebbe sicuramente stato sostenuto dai cittadini albanesi. Invece ha usato inganni per prolungare il suo potere di una decina d’anni. Il popolo Albanese non poteva più aspettare. Se fossero stati sinceri, avvicinandosi all’Occidente, accogliendo la tanto menzionata “opportunità tedesca” sarebbe stato diverso, ma hanno rovinato tutto con le loro mani. Anche oggi continuano a negare questa verità, dicendo che i tedeschi non promisero niente, ma non è vero perché sono stato testimone di questo problema, lo conosco bene.
  • Ci fu un periodo d’indifferenza da parte dell’Occidente verso l’Albania, ma per colpa di quest’ultima. Dopo la morte di Enver Hoxha, l’Occidente ha fatto un tentativo tramite la Germania, che però fallì per colpa degli albanesi.
  • In letteratura la libertà ha un altro significato, è libertà interiore non libertà sociale. Se non hai la libertà interiore quella sociale non vale niente.

Presentazione de Le mattinate al Café Rostand, Repubblica.it, 19 novembre 2014

  • Il pensiero degli albanesi verso l'Italia è un pensiero molto intimo. L'Italia è un nostro vicino, da più di mille anni è collegata con l'Albania. Io ho da tempo manifestato una certa scontentezza per l'atteggiamento dell'Italia verso l'Albania, non ha avuto una risposta adeguata. Sono due paesi uno di fronte all'altro. Hanno collaborato 100 volte, con principi e con eserciti. Alla fine è successo che gli italiani sono sbarcati in Albania. Per gli italiani era una “unione”, una parte degli albanesi l'ha considerata "occupazione", anche se non mancavano albanesi che la pensavano come gli italiani.
  • L'Albania è il paese ex comunista dove Dante Alighieri è più studiato. Addirittura Dante Alighieri è più studiato in Albania che in Francia. Questo amore che non cambia per la politica o per un’occupazione è una grande cosa. L'opera completa di Dante Alighieri è stata tradotta tre volte durante il comunismo in Albania. Dante è uno scrittore che ha messo in difficoltà il comunismo. L'Inferno di Dante veniva paragonato ai gulag comunisti e ciò lo rendeva poco gradito ai regimi comunisti, perché l'essenza della sua opera era la punizione del crimine: chi commette il crimine deve pagare. Per questo il comunismo non lo amava. Nonostante questo è stato tradotto in Albania.
  • Io penso che l'Italia avrebbe dovuto essere più attenta verso l'Albania. Doveva aiutarla. Come ha fatto la Francia con l'Algeria, da sempre molto sensibile verso la sua ex colonia, nonostante fosse lontana, in un altro continente e di religione musulmana. Noi abbiamo un'importante comunità albanese in Italia, il Paese con noi si è comportato molto bene. Ma durante il comunismo l'Italia sapeva cosa stava accadendo in Albania, avrebbe dovuto interessarsi molto di più. L'Italia si interessa a Paesi molto lontani come Madagascar, Angola e altri, ma non all'Albania. Io a volte vedo dei documentari italiani sulla Seconda guerra mondiale e in alcuni viene dedicato non più di trenta secondi all'occupazione italiana dell'Albania nel 1939 operata da Mussolini.
  • Tra le tre penisole del sud Europa, quella iberica, quella italiana e i Balcani, i più sfortunati sono stati proprio i Balcani perché, pur facendo parte dell'Europa, per cinque secoli ne sono stati staccati per poi riunirsi a lei come un figlio sconosciuto che torna dalla propria madre. Secondo me tutto ciò ha creato questa anomalia che ci fa vergognare tutti. Un giorno questo odio scomparirà dai Balcani. È ineluttabile. La civiltà europea è caduta proprio lì dove era iniziata.
  • Lo scrittore non è un essere democratico, lo scrittore è un essere solitario, lavora con la propria testa. Ciò va bene per la letteratura, ma non per la democrazia, io per lo meno la penso così.
  • La maggior parte dei regimi del mondo è stata, se non proprio dittatoriale, almeno molto dura. La letteratura si è abituata a questo.
  • Alcuni pensano che sarebbe un lusso essere europei. Ma per l'Albania entrare in Europa è questione di vita o di morte. Per l'Albania e per tutti i Paesi balcanici. Si salverà il primo che riuscirà a capirlo.
  • [Su Vladimir Putin] Purtroppo il popolo russo tollera tali leader, perché risvegliano illusioni. Bisogna cercare di capire la Russia: è stata un grande Paese e vuole tornare al grande prestigio del passato. Come mai la Russia vuole riguadagnare il suo antico prestigio? È così prezioso? Che senso avrebbe per un paese grande tre volte l'Europa ritornare all'antico prestigio? È una sfortuna ‘geografica’. L'umanità deve trovare un modo per evitarlo, è una sublimazione per un paese che è 300 volte più grande di un altro paese.
  • Gli albanesi prima di sposarsi non chiedono la fede religiosa del coniuge, ma la domandano solo dopo il matrimonio.

Incipit di Chi ha riportato Doruntina?

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Stres era ancora a letto quando sentì bussare alla porta.[6]

Note

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  1. Citato in Kadare; "Io presidente", La repubblica, 16 marzo 1997
  2. Citato in Francesco Morelli, Albania 1999, Youcanprint, 2015, p. 4, ISBN 8867519840
  3. Citato in Silvia Guidi Testimonianza e morte di monsignor Prennushi, il "Thomas Becket d'Albania" martirizzato dal regime comunista, l'Osservatore Romano, 21 marzo 2014; riportato in Tempi.it.
  4. Citato in Daniele Zappalà, Addio a Ismail Kadare, il più grande scrittore d'Slbania, Avvenire.it, 1° luglio 2024.
  5. Citato nel discorso del Presidente Andrea Riccardi nel corso dell'82° Congresso Internazionale della Società Dante Alighieri; riportato in LaDante.it.
  6. Citato in Giacomo Papi, Federica Presutto, Riccardo Renzi, Antonio Stella, Incipit, Skira, 2018. ISBN 9788857238937

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