Giovan Vettorio Soderini

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Stemma della famiglia Soderini

Giovanni Vettorio Soderini (1526 – 1596), agronomo italiano.

Citazioni di Giovan Vettorio Soderini[modifica]

  • Dee 'l Giardino, oltre all'avere nella meno utile e più occupata parte il salvatico, contenere in sè tre partimenti: il verziere per i fruttiferi arbori, che sotto abbiano lo spazio netto, pulito e spazzato, con erbosa prateria verde, ove altrove non si lavori che sotto ed attorno agli arbori; un quadro grande, o in altra forma per gli erbaggi da orto; ed un altro un po' minore per l'erbette da insalata, al quale ne sia aggiunto un altro più piccolo d'erbette da fiori delle Coronarie, distinto in varj componimenti, pieni di varj fiori, assegnandone a ciascheduno una sorte, che così acconciamente campeggerà. Tra tutti questi siti si elegga un luogo che partecipi il più che si può al caldo e al freddo temperatamente, con un buon fondo e grasso terreno, per i frutici o sterpi, ed erbe medicinali, le quali, levate dai lor luoghi natii con il lor pane di terra, e con esso traspiantate nel domestico, vivano per il più, avvertendo di porle nei luoghi che sien più conformi di ombra, e di sito alla qualità dell'essere loro, e così governandole secondo che bramano alla foresta dove sono nate.[1]
  • Restano i giardini, o orti pensili, o che fosse Semiramide la prima che ne facesse, o Ciro, re di Persia. Si fanno per ornamento de' Palazzi; e Cesare Augusto piantò cipressi che crebbero in notabile altezza sopra la muraglia del suo Mausoleo, come oggi a Roma si veggono piantare sopra le stalle del palazzo di S. Marco, dove sono vigne ed arbori sopra le volte delle muraglie, tutte cose pensili. Servono ancora a ricreazione delle più belle stanze per il godimento della veduta della verdura, comechè il più delle volte si fan venire o in su i cortili dove s'affacciano l'occhiate di tutte le finestre, o da una banda, o a rincontro delle stanze del primo piano, o della sala senz'alzare i piedi per arrivarvi, e poter quasi di camera côrre l'insalata, e di notte col lume della lucerna, e avere le frutte a ore strane.[2]
  • L'erbago, detto arbuto, corbezzolo ed unedone, fa ottimi carboni e di grandissima durata, nasce da per sé nella selve, e si chiama unedone, forse perché sia assai mangiare una sola delle sue frutte.[3]
  • Tutte le piante degli Arbori, così salvatichi, come domestichi, e tanto quelli che rendon frutto, quanto gli sterili dell'una sorte e dell'altra, sono stati creati dalla Divina Bontà ineffabile a uso, bisogno, utilità, recreazione, e delettamento degli uomini; e quelli che abbondano di questo mancano di quello, ed alcuni godono del privilegio, e benefizio dell'uno, e dell'altro, come quelli che producono il frutto buono a cibarsi, ed il loro legname serve ancora, e s'adopera a reggere i tetti delle case, ed agli ornamenti di quelle, come il ciriegio, il pero, il mandorlo, il pino, il pistacchio, il carrubbio, e 'l noce. Alcuni altri non hanno che il legname che sia buono a distribuirsi nell'occorrenze umane, e questi sono i cipressi, gli abeti, gli olmi, e tutti i selvaggi. Ma questi ancora, quando sono de' resiniferi, o nella scorza, o foglia, o ragia possono giovare, e giovano agli uomini in qualche rimedio medicinale, a tal che si può con chiarissime ragioni affermare niuna cosa essere più necessaria ed utile agli uomini degli Arbori.[4]

Note[modifica]

  1. Da Della cultura degli Orti e Giardini, pubblicato da Giuseppe Sarchiani Accademico della Crusca, Segretario dell'Accademia dei Georgofili, ecc., Tipografia di Gio. Silvestri, Milano, 1851, pp. 1-2.
  2. Da Della cultura degli Orti e Giardini, pubblicato da Giuseppe Sarchiani Accademico della Crusca, Segretario dell'Accademia dei Georgofili, ecc., Tipografia di Gio. Silvestri, Milano, 1851, pp. 26-27.
  3. Da Il trattato degli Arbori; Citato in Salvatore Battaglia, Grande Dizionario della Lingua Italiana, III Vol. , Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino, 1971, p. 766.
  4. Da Delle loro lodi; in Trattato degli Arbori, pubblicato da Giuseppe Sarchiani Accademico della Crusca, Segretario dell'Accademia dei Georgofili, ecc., Tipografia di Gio. Silvestri, Milano, 1851, pp. 1-2.

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