Augusto

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Augusto

Gaio Giulio Cesare Ottaviano, detto l'Augusto (63 a.C. – 14), primo imperatore romano.

Citazioni di Augusto[modifica]

  • All'età di diciannove anni per mia sola deliberazione ed a mie spese formai un esercito con il quale restituii la libertà alla repubblica dominata e oppressa da una fazione. Per questo il senato con decreti mi accolse nell'ordine suo attribuendomi il diritto di esprimere fra i consolari la mia sentenza e mi conferì il comando militare; e ordinò che io provvedessi, in qualità di pretore, insieme con i consoli, affinché lo stato non patisse danno. Il popolo in quell'anno medesimo mi fece console, essendo in guerra entrambi i consoli caduti, e triumviro con l'incarico di riordinare la repubblica.
    Quelli che il mio padre trucidarono mandai in esilio punendo il loro delitto con procedimenti legali; e movendo poi essi guerra alla repubblica li vinsi due volte in battaglia. Guerre per terra e per mare civili ed esterne in tutto il mondo combattei spesso; e vincitore lasciai in vita tutti quei cittadini che implorarono grazia. Quasi cinquecentomila cittadini romani in armi sotto le mie insegne; dei quali più di trecentomila inviai in colonie o rimandai nei loro municipi, compiuto il servizio militare; e a essi tutti assegnai terre o donai denaro in premio del servizio.
    Due volte ricevette l'onore trionfale dell'ovazione e tre curili trionfi celebrai; e fui ventuno volte acclamato imperator, pur decretando altri numerosi trionfi a me il senato, ai quali tutti io rinunziai. [...] Triumviro per riordinare lo stato fui per dieci anni continui. Princeps senatus fui fino al giorno in cui scrissi queste memorie per anni quaranta. E fui pontefice massimo, augure, quidecemviro alle sacre cerimonie, settemviro degli epuloni, fratello arvale, sodale Tizio, feziale. [...] Nel mio sesto e settimo consolato, dopo di aver estinto l'avvampare delle guerre civili, avendo io per consenso universale assunto il potere supremo, trasferii dalla mia persona al senato e al popolo romano il governo della repubblica. Per questo mio atto, in segno di riconoscenza, mi fu dato il titolo di Augusto per deliberazione del senato. Dopo di allora tutti sovrastai per autorità, ma potere non ebbi più ampio di quelli che in ogni magistratura mi furono colleghi. (da Res gestae divi Augusti)
  • Alle calende greche. (citato in Svetonio, Vita di Augusto, 87)
Ad kalendas graecas.
Festina lente.
  • Giurò sulle mie parole tutta l'Italia. (da Res Gestae Divi Augusti, I, 5)[1]
Iuravit in mea verba tota Italia.
  • Ho trovato una città di mattoni, ve la restituisco di marmo. (citato in Svetonio, Vite dei Cesari, Aug., XXVIII, 3)
  • [Ultime parole] La commedia è finita. Applaudite! (citato in Svetonio, Vite dei Cesari, Aug. II, 97-99)
Acta est fabula. Plaudite!
  • Si fece, da allora, un gran parlare di Augusto, e i più sottolineavano banali coincidenze: lo stesso giorno era stato, tempo addietro, il primo della ascesa al potere e adesso l'ultimo della vita; era spirato a Nola, nella stessa casa e nello stesso letto di suo padre Ottavio. (Publio Cornelio Tacito)
  • Varo, restituiscimi le mie legioni![2] (citato in Svetonio, Vite dei Cesari, II, 23)
Vare, legiones redde!

Citazioni su Augusto[modifica]

Edward Gibbon[modifica]

  • Il tenero rispetto di Augusto per una libera costituzione, che avea egli stesso distrutta, non si può spiegare che con un attento esame del carattere di questo scaltrito tiranno. Un sangue freddo, un cuore insensibile, ed un animo codardo gli fecero prendere, all'età di diciannov'anni, la maschera dell'ipocrisia, che mai più non si tolse dal viso.
  • La morte di Cesare gli stava sempre dinanzi agli occhi. Aveva, è vero, colmati i suoi aderenti di ricchezze e di onori, ma si ricordava, che gli amici più favoriti del suo zio erano stati nel numero dei congiurati. La fedeltà delle legioni potea difendere la sua autorità contro una ribellione scoperta, ma la loro vigilanza non poteva assicurare la sua persona dal pugnale di un risoluto repubblicano; ed i Romani, che veneravano la memoria di Bruto, avrebbero applaudito a un imitatore di lui.
  • Sapeva Augusto, che gli uomini si lasciano governare dai nomi, nè fu ingannato nell'aspettativa di credere, che il Senato ed il popolo avrebber sopportato la schiavitù, purché fossero rispettosamente assicurati che tuttor godevano dell'antica lor libertà. Un Senato debole, ed un popolo avvilito si riposarono con piacere in questa dolce illusione, finché la mantenne la virtù, o la prudenza dei successori d'Augusto.

Voci correlate[modifica]

Note[modifica]

  1. Traduzione di Anna Maria Tunzi, dal volume: Pagine di Pietra: i Dauni tra VII e VI a.C.
  2. Svetonio riporta che Augusto, dopo la sconfitta di Varo a Teutoburgo pronunciò questa frase

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