Giuseppe Baretti

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Giuseppe Baretti

Giuseppe Marc'Antonio Baretti (1719 – 1789), scrittore, critico letterario, drammaturgo, linguista e traduttore italiano.

Citazioni di Giuseppe Baretti[modifica]

  • Benvenuto Cellini ha scritto un meglio stile che non alcun altro Italiano; uno stile più schietto e più chiaro, perché più secondo l'ordine naturale delle idee, le quali non ne presentano mai il verbo prima del nominativo, e non ce lo collocano mai in punta a periodi e a una gran distanza da quello. (da La Frusta letteraria, vol. 1, Società tipograf. de' classici Italiani, Milano, 1838, p. 101)
  • Eh, Genovesi mio, adopera gli abbindolati stili del Boccaccio, del Bembo e del Casa, quando ti verrà ghiribizzo di scrivere qualche accademica diceria, qualche cicalata, qualche insulsa tiritera al modo fiorentino antico o moderno; ma quando scrivi le lue sublimi Meditazioni, lascia scorrere velocemente la penna; lascia che al nominativo vada dietro il suo bel verbo, e dietro al verbo l'accusativo senza altri rabeschi. (da La Frusta letteraria, vol. 11; citato in Giuseppe Maffei, Storia della Letteratura Italiana, p. 51, Vol. III)
  • La poesia non consiste nel dire studiatamente una cosa comune. (da La Frusta letteraria, in Opere)
  • Le nostre accademie servono assai più a moltiplicare l'adulazione fra gli uomini, e la servile dipendenza della gente studiosa e povera dalla gente ricca e ignorante, che non a moltiplicare e ad accrescere le arti e le scienze. Che gran bene hanno fatto all'Italia quelle tante accademie di cui è piena da tant'anni? Ci hann'esse resi superiori in sapere agl'Inglesi che non n'hanno che una sola, o a' Francesi che ne han poche? (da La Frusta letteraria, 1830)
  • Quel Benvenuto Cellini dipinse quivi sé stesso con sommissima ingenuità, e tal quale si sentiva d'essere [...], cioè animoso come un granatiere francese, vendicativo come una vipera, superstizioso in sommo grado e pieno di bizzarria e di capricci; galante in un crocchio d'amici, ma poco suscettibile di tenera amicizia; lascivo anzi che casto; un poco traditore, senza credersi tale; un poco invidioso e maligno; millantatore e vano, senza sospettarsi tale; senza cirimonie e senza affettazione; con una dose di matto non mediocre, accompagnata da ferma fiducia d'essere molto savio, circospetto e prudente. Di questo bel carattere l'impetuoso Benvenuto si dipinge nella sua vita senza pensarvi su più che tanto, persuasissimo sempre di dipingere un eroe. Eppure quella strana pittura di sé stesso riesce piacevolissima a' leggitori, perché si vede chiaro che non è fatta a studio, ma che è dettata da una fantasia infuocata e rapida, e ch'egli ha prima scritto che pensato; e il diletto che ne dà, mi pare che sia un po' parente di quello che proviamo nel vedere certi belli ma disperati animali armati d'unghioni e di tremende zanne, quando siamo in luogo da poterli vedere senza pericolo d'essere da essi tocchi ed offesi. (da La Frusta letteraria, vol. 1, Società tipograf. de' classici Italiani, Milano, 1838, p. 232)
Da La Frusta Letteraria, volume IV, Lorenzo Sonzogno Editore, 1830
  • Avrei però avuto caro che mi nominaste solo trenta di quegli scrittori che nella opinione vostra scrivono meglio di me in Italia, perché potessi imparare da essi a scrivere un po' meglio che non fàccio.
  • Costa meno fatica lo stare a detta, che non il giudicare d'ogni cosa col proprio giudizio.
  • Nelle mie lucubrazioni io sono austero sì, ma spassionato e giusto con tutti gli scrittori di cui favello, e che ogni mia riga mostra Aristarco amico della religione, della morale e della buona creanza, egualmente che nimico della dissolutezza, dell'asinità, e della presunzione.
  • Non sapete voi che più giova a una città un corpo di ciabattini e di votacessi, che non la più numerosa accademia di filologi, o la più popolata colonia d'immaginarj pastorelli?
  • Non solamente sono pochi i moderni scrittori italiani che sappiano fare un buon libro, ma sono anche pochi quelli che dopo d'aver sfatto un libro o buono o cattivo, sappiano fargli un buon titolo.
  • Perché non ha mai a venire un Cartesio in filologia come n'è venuto uno in filosofia?

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