Giuseppe Gadda

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Giuseppe Gadda

Giuseppe Gadda (1822 – 1901), politico italiano.

Ricordi e impressioni della nostra storia politica nel 1866-67[modifica]

Incipit[modifica]

È una mesta verità! Quando si è acquistata cogli anni quella conoscenza degli uomini che potrebbe renderci guida utile ai giovani che vengono sui nostri passi, si declina rapidamente e si scompare, e con noi va perduto quel tesoro dell'esperienza che non si può trovare in alcuna dottrina.
La scienza procede colle generazioni accrescendo il meraviglioso patrimonio della mente umana; ma la pratica degli uomini e delle loro passioni scompare freddamente ogni giorno colla persona che muore, onde quelle che vengono dopo di noi devono sempre rinnovare le stesse prove.
Questo pensiero, quando si giunge al declinare della vita, riesce tanto più penoso, perché desta in noi il rimorso del troppo tempo trascorso inutilmente, mentre avrebbe potuto dedicarsi in gran parto alla educazione morale dei nostri cari.

Citazioni[modifica]

  • Ripensando ora a quei due nomi, Pio IX e Mazzini, all'abisso che era fra loro, ed al vedere come abbiano contribuito a raggiungere per vie tanto opposte la stessa méta, l'unità d'Italia, bisogna riconoscere che la vittoria della causa nazionale nell'anima del popolo era matura. (p. 7)
  • D'Azeglio giudicava che nell'interesse nazionale fosse Firenze la più opportuna sede del Governo Italiano, ritenendola militarmente più sicura, come il Cialdini doveva poi luminosamente provare in un suo celebre discorso in Senato del dicembre 1864, quando si discusse il trasferimento della capitale da Torino. (p. 71)
  • D'Azeglio opinava che anche amministrativamente Firenze fosse capitale preferibile a Roma, perché più centrale in rapporto alla varia densità della popolazione in Italia, e più tranquilla per costumi e per consuetudini di vita. Gli pareva poi che Firenze per la lingua, elemento essenziale della nazionalità, come diceva anche il nostro Manzoni, fosse città italiana per eccellenza, mentre Roma, per il complesso delle sue condizioni, sembrava città cosmopolita. (pp. 71-72)
  • Manca in Roma quel medio ceto operoso che nelle grandi città moderne colle industrie e coi commerci ne forma la vita. Dal principe romano si salta al popolano incolto, che, leale per natura è credulo, e facilmente viene raggirato da tribuni faccendieri. Noi abbiamo visto perciò, idoli di un giorno atterrati al domani. Questo stato morale della popolazione ha per causa principale il lungo regime clericale. Questa mia affermazione non è dettata da artificio politico, ma è la convinzione che mi sono dovuto formare nella vita ufficiale di oltre sei anni; i primi dell'era italiana in Roma [...]. (pp. 72-73)
  • Quella giornata, che prese il nome fatale di Custoza, fu una battaglia da noi perduta e che io né saprei né vorrei descrivere. Ventiquattro ore bastarono a piombare il paese in un lutto profondo. Quante speranze svanite! Come il giusto orgoglio nazionale rimase in quel campo profondamente ferito! (p. 138)
  • La battaglia di Custoza perduta non produsse nella nostra situazione all'estero alcun danno effettivo. La fortunata posizione che ci dava allora la nostra alleanza con Berlino, e la politica della Francia che voleva ad ogni costo troncata la guerra, obbligando l'Austria a cedere il Veneto, diedero a noi quasi l'intero frutto materiale di una vittoria; ma quella battaglia perduta fu di gravissimo danno alla politica interna, perché tolse al Governo ogni simpatia popolare. (p. 138)
  • Il 20 luglio [1866], la nostra fiotta si scontrava nelle acque di Lissa colle navi austriache comandate da Teghetoff, e ne era sfondata. Questa fu la battaglia navale di Lissa che starà nella storia come una nostra grande sventura. Anche qui non entro in alcun dettaglio. Tutti sanno che Persano[1] abbandonò la nave ammiraglia e il combattimento fu lasciato, come a Custoza[2], alla iniziativa dispersa dei singoli comandanti, alcuni dei quali mostrarono vero eroismo. A Custoza era stata l'imperizia nel comando; a Lissa fu peggio, fu l'abbandono. (p. 146)
  • [...] la figura del fiero Barone [Bettino Ricasoli] è nel risorgimento italiano una delle più elevate e delle più simpatiche. (p. 155)

Incipit di Pro juventute[modifica]

La pedagogia, l'arte di educare la gioventù, presa nel senso più lato, è vecchia come il mondo: ma parimenti vecchi come il mondo, e pure sempre di attualità, sono gli errori pedagogici. Anzi, in taluni casi, ben si può affermare essere gli educatori stessi della gioventù – incoscientemente, si capisce – i loro peggiori nemici, Imperocché, è meglio che la pianta cresca silvestre, là sui dirupi, zimbello ai venti, alle pioggie, agli animali, che non fra le mani di un male esperto giardiniere.

Note[modifica]

  1. L'ammiraglio Carlo Pellion di Persano.
  2. Battaglia di Custoza (1866), terza guerra d'indipendenza.

Bibliografia[modifica]

Altri progetti[modifica]