Giuseppe Montanelli

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Giuseppe Montanelli, da L'Illustration (1862)

Giuseppe Montanelli (1813 – 1862), scrittore e politico italiano.

Citazioni di Giuseppe Montanelli[modifica]

  • [Su papa Pio IX, dopo essere stato ricevuto in udienza] Un misto di bonarietà e di malizietta, di grazia e d'ironia, un prete di buone intenzioni, sbalzato in un mondo nel quale non si raccapezzava, solo contento di essere amato.[1]

Dello ordinamento nazionale[modifica]

Incipit[modifica]

Se crediamo alle voci che corrono, la proposta del Ministero[2] concernente l'ordinamento del Regno [d'Italia] non sarebbe nata vitale. Si dice che negli Ufficj dell'Assemblea, la grande maggioranza dei deputati non le fece buon viso: si va bucinando che il Ministero, dopo queste prime cattive accoglienze, non è più disposto a cimentare il suo disegno a pubblica discussione, e pensa metterlo da banda, e tentare qualcosa di meglio.

Citazioni[modifica]

  • Ci eravamo sentiti rallegrare, quando fu messo fuori dal Ministero il così detto sistema delle regioni. Sperammo trovata la vera formula del saldo e libero ordinamento d'Italia: aggiunta la nuova unità ai preziosi acquisti unitarj della tradizione: rappresentata in cotesto sistema quella triplice centralità, che abbisogna al progressivo vivere d'ogni popolo moderno; vale a dire la centralità nazionale, istrumento della sovranità costituente, legislatrice, e amministrativa dello Stato: la centralità municipale, primo ritrovo delle famiglie in opera comune di civiltà; e la centralità regionale, consorzio mediatore tra il Comune e lo Stato, autorità di mezzo, partecipe insieme della vita dell'uno e dell'altro. (cap. 1, p. 2)
  • Il disegno proposto dal Ministero, è forza dirlo, fallì in tutto alle nostre speranze. Il sistema delle regioni, quale il Ministero lo concepiva, è un aborto. Si vede bene che gli architetti dell'ordinamento nazionale non si elevarono all'altezza del subbietto; non seppero spiccicarsi dalla forma francese, quantunque avessero la presunzione di scostarsene. (cap. 1, p. 2)
  • Noi siamo unitarj; vale a dire, poniamo al di sopra del municipio e della regione la sovranità nazionale: non facciamo derivare questa da patto di Province, o di Comuni, ma da coscienza d'italianità: siamo unitarj, perché siamo italiani. Ma per ottenere, che l'unità diventi forte, e ripari con energiche provvidenze ai nazionali pericoli, è egli necessario, che la somma del governo si concentri in un punto solo del territorio italiano? La sola centralità forte sarebbe l'unità, assorbente ogni altra centralità nazionale? (cap. 1, p. 3)
  • [...] l'armonica vita delle nazioni, dell'uman genere, e dell'intero universo resulta, non da centro unico, ma da colleganza gerarchica di centri differenti: benefico quindi è l'accentramento, se accresce potenza alla civiltà progressiva; esiziale, se la diminuisce, o la spegne del tutto. (cap. 2, pp. 5-6)
  • È naturalmente sentito il bisogno di costituire la nazionalità italiana, senza cadere per un lato nel federalismo, per l'altro nel centralismo francese.
    Quanto al primo pericolo, si eviterà avendo la metropoli della nazione in Roma: colà è il capo d'Italia: colà ogni politico ritrovo italiano è necessariamente unitario.
    Per isfuggire al secondo pericolo, non basta porre autonomie amministrative in ogni Municipio, o in ogni città; ma conviene fondare grandi centri di amministrazioni provinciali, o regionali (il nome non importa), nelle città che ereditarono dal passato una primazia provinciale egemonica. Chi rinnega queste secondarie preminenze metropolitane, abbandoni come sogno l'idea del disaccentramento, e si rassegni a fare un Italia francese. (Conclusione, p. 95)

Explicit[modifica]

Come potremmo volere l'Italia ridotta al regime di settanta, o ottanta prefetti, e priva de' suoi più vivaci focolari d'incivilimento, e non irraggiata nemmeno dallo splendore solare d'una centralità, a modo di Parigi?
L'idea d'imprefettare l'Italia[3] poté nascere alle falde del Monte Cenisio[4], ma non sosterrebbe la discussione sulla cima del Campidoglio. – Roma non iscambiò mai l'unità coll'uniformità. – Roma non può temere, che alcuna delle sue figlie succursali concepisca l'insano e parricida disegno di segregarsi dalla madre e dalla patria italiana.

Memorie sull'Italia e specialmente sulla Toscana dal 1814 al 1850[modifica]

Incipit[modifica]

Più volte abbiamo sentito ripetere che il governo toscano era savio, liberale, paterno, e fare le maraviglie che non ne fossimo soddisfatti sino a mettere in rischio con inconsuete esigenze tanta beatitudine. Questo mito della liberale saviezza del governo toscano nacque da apparenze che poterono indurre in errore gli osservatori superficiali; e contribuirono a propagarlo in Europa i tisici riconoscenti che in Toscana recuperavano la salute, i diplomatici disoccupati che vi potevano dare tutto il loro tempo allo spasso e alla galanteria, le zingare sentimentali, e i letterati giramondi soliti attingere la loro erudizione sull’Italia in mezzo alle feste di ballo, e sopratutto nelle sale dei forestieri.

Citazioni[modifica]

  • [...] Carlo Bini, giovane negoziante livornese, del quale l'Italia non conobbe tutto il pregio se non per un volume di scritti in gran parte inediti raccolti dai suoi amici, e pubblicati dopo la sua morte. (vol. I, cap. IV, p. 23)
  • Guerrazzi fornito d'ingegno eminentemente pratico, dell'ingegno che guarda le idee dal lato dell'applicazione, spregiava le teoriche filosofiche intorno all'umana perfettibilità; discepolo di Macchiavelli e di Byron, adorava la potenza, e la voleva resa all'Italia senza sperare che l'acquisto della potenza sarebbe per lei cagione di felicità. (vol. I, cap. IV, p. 24)
  • Carlo Bini, scettico di mente, credente di cuore, rivelava in tutti i suoi scritti senso profondo di compassione per le miserie dell'umanità; e l'amore gli spuntava il dardo dell'ironia, e i suoi epigrammi stillavano lacrime. (vol. I, cap. IV, p. 24)
  • Carlo Bini [...] parlava di Mazzini come d'un buon figliuolo che scambiava la realtà colle larve dorate della sua fantasia, e la sola cosa che non gli perdonasse era la pretensione di voler dirigere il movimento italiano stando fuori d'Italia, perché diceva: non può governare la nave chi non c'è dentro. (vol. I, cap. VII, p. 41)
  • Quantunque poco più che ventenne, Carlo Fenzi era entrato nella politica con tutta la sodezza d'un uomo fatto. Dotato di squisito buon senso, e di schietto, tenace, cavalleresco e arditissimo animo, non prendeva partiti dei quali non avesse prima bene bene persuasa la ragione al suo riflessivo intelletto, e la moralità alla sua scrupolosa coscienza; presili, li proseguiva con perseveranza, e voleva vederne la fine. (vol. I, cap. XIX, pp. 154-155)
  • Il Viva Pio IX aveva fatto in pochi mesi il giro del mondo; e atei e maomettisti, e cristiani ed ebrei, e protestanti e cattolici, purché con un briciolo di cuore, guardavano a Roma con allegra speranza; né mai parve così vicina ad avverarsi la profezia evangelica, Saranno un solo ovile e un solo pastore, come in quei giorni in cui gli ambasciatori della democratica America e dell'autocratico Oriente, si scontravano sulle scale del Quirinale a dare il mirallegro a Pio IX. (vol. II, cap. XXVII, p. 5)
  • Quando Pio VII nell'anno 1814, primo a tornare fra i monarchi italiani, rimise il piede in Roma, erano alcuni cardinali che non volevano lasciare briccica di francioseria, e ce ne erano di quelli più discreti, ai quali le novità galliche non parevano poi tutte diavolerie. Il cardinale Rivarola, caporione degli arrabbiati indietreggiatori, ogni volta che gli nominavano la istituzione francese del Registro, facevasi il segno della croce. (vol. II, cap. XXXII, p. 84)
  • [...] [Il cardinale Ercole] Consalvi di ritorno dal congresso di Vienna, dove aveva guelfeggiato, brontolato, protestato perché non rendevano al papa qualche pezzettino della antica dominazione, e ficcavano guardie tedesche nelle fortezze papali di Ferrara e di Comacchio, levò al rivale suo [Agostino] Rivarola il maneggio della cosa pubblica, e propenso com'era ai partiti mezzani, e politico degli accomodativi, rimise alla peggio la baracca della amministrazione pretesca, e sposò al decrepito monarcato alcunché di modernità, e per ingrazionarsi i popoli rimpretati, promise un monte di belle cose, codici, tribunali ammodo e simili, delle quali promesse però nei sette anni che dopo rimase al timone della segreteria di Stato non tenne nessuna, abbenché governasse da furbo, e senza sciupìo di quattrini, e lasciando vivere. (vol. II, cap. XXXII, p. 85)
  • Leone XII scavò ogni specie di fossili chericali[5] per rifare il monarcato teocratico di prima; e sotto guardia del prete pose al tutto le scuole e i luoghi pii, e privò i comuni delle secolari franchezze, e ordinò che, tanto nelle università come nei tribunali, si parlasse e si scrivesse in latino, e rese autorità ai signori Spocchiosi di eternare la boria del casato in onta ai diritti del sangue, e alle rotazioni del commercio. (vol. II, cap. XXXII, p. 85)
  • Lo errante e disperso Israele ebbe a patire sotto Leone XII battiture da secoli di mezzo. Fu bandito che gli Ebrei in potestà del papa non potevano possedere, e avevano a vendere in breve termine i possessi presenti, e a contentarsi di vivere chiotti chiotti in quei loro luridissimi ghetti chiusi sotto chiavistello la notte. (vol. II, cap. XXXII, p. 85)
  • Correvano i Napoleonidi dietro alle rivoluzioni, e uno di loro, il principe Napoleone, figlio primogenito[6] del re d'Olanda[7], morì di scarlattina a Forlì, mentre andava per battersi colla legione di Sercognani. Le ossa di lui, sepolte nel chiostro di Santo Spirito a Firenze, spirarono al mio caro amico Giuseppe Muttedo un canto italianissimo che non morrà. (vol. II, cap. XXXII, p. 88)
  • Rossi voleva riedificare il primato papale, dandogli a barbacane, non la monarchia Sabauda, come era stata intenzione di Gioberti, ma la Borbonica; voleva raffrenare gli istinti generosi, irrequieti e bellicosi della democrazia, creando, ad esempio di quel che fece Filippo Orleanese in Francia, una borghesia taccagna e paciona; voleva rimettere a nuovo il feudo ecclesiastico introducendovi quanto più potesse di modernità col lasciar passare della benedizione papale. I quali intendimenti gli rovesciavano addosso le ire dello universale. (vol. II, cap. XLIV, pp. 413-414)

Explicit[modifica]

Come ha da vivere l'Europa? A reggimento di bastone, o d'idea? Ad autocrazia o a libertà? – Civiltà europea o è menzogna, o forma di vivere libero.
No, solo nemico della civiltà Europea non è la barbarie nordica. Abbiamo con noi una barbarie civile, rinnegatrice dei principii morali che finge custodire, atea e ostentatrice di religione, ladra e difenditrice di proprietà, adultera e guardiana della famiglia. Combattiamo i barbari , ma combattiamo eziandio i falsi civili; questi increduli pubblicani che vanno alla messa, questo scandalo di preti benedicenti ieri agli alberi della libertà, oggi alla scure che li recide.
Il vecchio mondo feudale si disfà da sé. L'idea economica già padrona dei monarcati, prepara inevitabile il trionfo della democrazia.
L'occasione movente Italia a splendide contenzioni verrà dai fati europei che si vanno svolgendo. Dal nostro senno dipende afferrarla. Oh l'animo non venga meno in calcare la via che tanti prodi perduti ci illuminano coll'aureola del sacrifizio! Oh non si dica che immensa del patire, e pari non avemmo del perseverare virtù!

Citazioni su Giuseppe Montanelli[modifica]

  • Montanelli era così infatuato [del progetto di Costituente italiana] e tanto ne parlava nei suoi discorsi che il popolino – dicono – finì per credere che la Costituente fosse il nome di sua moglie. (Indro Montanelli)
  • Montanelli, gran galantuomo e ricco d'ingegno, non lo era altrettanto di carattere. Idee ne aveva, anzi ne aveva troppe; ma, facilmente suggestionabile, finiva sempre per adottare quelle dell'ambiente in cui viveva. (Indro Montanelli)

Note[modifica]

  1. Citato in Indro Montanelli, L'Italia del Risorgimento (1831-1861), Rizzoli, Milano, 19723, p. 181.
  2. Si riferisce alla proposta di un sistema regionale fatta da Marco Minghetti, titolare del Ministero dell'interno.
  3. Inviare prefetti, rappresentanti del potere esecutivo, in tutte le province italiane.
  4. Allude a Torino, prossima al Colle del Moncenisio, già capitale del Regno di Sardegna.
  5. Variante arcaica di "clericali".
  6. Secondogenito; il primogenito, Napoleone Carlo Bonaparte, morì bambino nel 1807.
  7. Luigi Bonaparte (1778 – 1846), re d'Olanda dal 1806 al 1810.

Bibliografia[modifica]

Altri progetti[modifica]