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Giuseppe Montesano

Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.

Giuseppe Montesano (1959 – vivente), scrittore italiano.

Citazioni di Giuseppe Montesano

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  • Ho anch'io quella laurea [in Lettere] "che non serve a niente", perciò mi sono permesso di scherzarci sopra, insomma non tanto scherzarci! Io potrei anche capovolgere la questione: visto che è il mondo che mercifica, chi sceglie la strada dell'inutile è il solo, vero, oppositore di questo mondo, quindi siete potenzialmente tutti dei rivoluzionari all'ultimo stadio! Dopo di voi non c'è niente, nel senso che quelli col mitra al vostro confronto sono veramente dei borghesi! Non scherzo, perché in qualche modo quelli sono protetti mentre voi avete fatto una scelta radicalmente difficile. Davvero vi siete avviati su un ponte sospeso sul nulla, ma questo è il bello perché su quel ponte soffia l'aria della libertà, altrove non soffia niente, aria vecchia. Non c'è una sola forma di resistenza all'omologazione. Il fatto che voi siate delle persone completamente diverse l'una dall'altra, ma accomunate da qualcosa, almeno per un momento, è un fatto talmente straordinario che veramente poche cose sono eguali. In fondo la letteratura è anche questo: vivere altre vite attraverso i personaggi dei romanzi, aprirsi a mondi, idee, sensazioni che io non potrei mai vivere in una sola, misera vita. È questo che differenzia, ad esempio, le persone tutte d'un pezzo dalle persone che vengono scioccamente definite sognatrici; non sono sognatrici, gli sciocchi sono quelli che non sognano, perché hanno scelto una volta per sempre un'immagine di sé, e dentro quell'immagine si sono costruiti la loro identità. È vero che a volte li invidiamo, insomma arriviamo all'abiezione ultima: quella di invidiare coloro che sembrano perfetti; dico l'abiezione ultima perché quello è un uomo mono-specializzato, è un uomo che ha rinunciato a quella che Marx, in un passo memorabile dei manoscritti filosofici del '44, dice essere la principale caratteristica dell'uomo: sviluppare i suoi cinque sensi, e anzi, se possibile, inventare nuovi sensi, dispiegare tutte le sue possibilità, non solo intellettuali ma di percezione, di sentimento, corporee. Dice Goethe, all'inizio del Faust: in principio era l'azione, non la parola. Diciamo che azione e parola, in qualche modo, sono la stessa cosa per noi che abbiamo scelto questa difficile strada che prima ho chiamato umanesimo. Però tu hai ragione su una cosa, bisogna inventarsi modi nuovi di essere umanisti e umani, e anche di esserlo in modo sempre più vario e variegato.[1]
  • La cultura è sempre stata vista come un valore, ma non è di per sé un valore e viene venduta, anche da noi insegnanti, perché noi crediamo che sia un valore. Però anche questa è un'illusione, perché la cultura non esiste in se stessa, se non diventa parte profonda di noi. Nietzsche diceva che la cultura, se non si trasforma in carne e sangue, è una cultura d'accatto, perché non ha trasformato la mia vita. [...] Dunque la cultura è di per se un valore? No. Siamo noi umanisti a farne un valore.[2]
  • Napoli è sempre a rischio di diventare l'esperimento del futuro, di tutto quello che toccherà al resto d'Italia. Ogni tanto qualcuno è affascinato da una città apparentemente attaccabile, malleabile ai poteri. Sembra, invece non lo è. È la sensazione che hanno i potenti. Ma Napoli conserva un elemento di irriducibilità. L'avverto come una persona: per conoscerla devi andare a fondo.[3]
  • Nessuna grande letteratura è mimetica al cento per cento, non è mai un documentario, cioè un registratore acceso per imitare la realtà, una telecamera puntata. Noi partiamo dalla realtà perché ci stiamo dentro, ma poi la inventiamo, in qualche modo, per ritornare ancora una volta alla realtà, e ciò significa che l'immaginazione è la chiave di volta di qualsiasi comma letterario. Cos'è però l'immaginazione? Non è la fantasticheria, è un allontanarsi dalla realtà immediata per guardarla meglio, per scoprirla, con le armi dell'emozione e della conoscenza.
  • Vermeer non rappresenta né interni borghesi né ragazze con orecchini; Vermeer non ci mostra la società, l'Olanda o la famiglia; Vermeer non racconta nessuna storia, non fa alcun ritratto che somigli a qualcuno, non tramanda memorie; Vermeer non studia la superficie della realtà, ma non vuole nemmeno rivelare chissà quale arcano nascosto sotto la mirabile apparenza del mondo che lui sogna attraverso la pittura; da Vermeer ci arriva solo una musica che sussurra: «Là, tutto è ordine e bellezza, lusso, calma e voluttà».
    Non c'è nient'altro che la Bellezza, nell'opera di Vermeer. E i verdi ardenti dei panneggi, e i rossi sublimi, e gli arabeschi eccelsi, e gli occhi umidi e le ombre traslucide, i gioielli e le vetrate, tutto questo non è ciò che rappresenta: tutto questo evoca solo la Bellezza.[4]

Note

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  1. Da Intervista a Giuseppe Montesano (19/04/2005), lospecchiodicarta.it, 12 luglio 2011.
  2. Dall'Intervista a Giuseppe Montesano, lospecchiodicarta.it, 19 aprile 2005.
  3. Dall'intervista di Pier Luigi Razzano, Giuseppe Montesano: "La mia vita in 2000 pagine", repubblica.it, 24 aprile 2016.
  4. Da La rivoluzione della bellezza, in l'Unità, 28 ottobre 2012, p. 19.

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