Ilario Rinieri

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Ilario Rinieri (1853 – 1941), storico italiano.

Della rovina di una monarchia[modifica]

  • Tutta l'opera giannoniana, nell'intendimento finale dell'autore, tende alla dimostrazione storica di un principio: non essere cioè la Chiesa una società perfetta, ma una società come a dire puramente spirituale, e quasi non umana: quindi dover dipendere dalla potestà secolare in ogni cosa. La Chiesa ha la potestà delle chiavi, ma non forza coercitiva; ha vigilanza e facoltà di censura su i costumi, ma non giurisdizione perfetta. Per tanto al Papa non competere altra autorità se non quella della scomunica, il vescovo non essere per istituzione se non un osservatore de' costumi pubblici, un vero e semplice magister morum. (Introduzione, Parte prima, p. III)
  • Al cospetto di tanta denegazione di fatti storici, e di altrettanta dissimulazione di autorità antiche e recenti, che dichiarano solennemente il contrario delle dimostrazioni di Pietro Giannone, non si può dare ad un uomo erudito ed ingegnoso come lui la taccia d'ignoranza: è forza accusarlo di negligenza, non potrei dire di mala fede. Una sola considerazione può per una parte scusarlo, mentre per l'altra ne aggrava l'opera. Ed è la formazione della sua mente, ch'egli alimentò di continuo colla lettura di autori o protestanti o giansenisti, non tenendo conto dello spirito del paglietta che animava il Giannone, uno fra i tantissimi di quel corpo di avvocati, che erano una piaga della cittadinanza, paragonabile ad una di quelle onde Iddio ne' tempi antichi colpì la terra de' Faraoni[1]. (Introduzione, Parte prima, p. IV)
  • Uno degli atti che alzarono maggior rumore tra quelli, onde il ministro Tanucci significò il suo mal animo contro il pontefice Clemente XIII, ed il novello re Ferdinando[2] iniziò l'era novella delle ingiustizie che macchiarono il suo regno, fu la cacciata de' Gesuiti da tutto il regno delle due Sicilie. (Introduzione, Parte seconda, p. XLIII)
  • Gravi furono le conseguenze, che derivarono dal fatto che il governo metteva la mano e la falce nel campo ecclesiastico. In quella maniera si seminarono i germi dell'insubordinazione negli ordini regolari, del disordine nelle chiese, della scontentezza ne' popoli, e dello scotimento di quel rispetto per le autorità costituite, il quale quando venga meno porta seco irreparabili danni. Né è punto esagerazione l'asserire fin d'ora, che sotto il governo del marchese della Sambuca, le cose ecclesiastiche del regno di Napoli erano incamminate per la via dello scisma: gran parte dei vescovi, o per paura, o per interesse, parteggiavano per i regii ministri e ne secondavano le leggi antiecclesiastiche; negli ordini regolari molti religiosi erano contenti della separazione da Roma, ed alcuni di essi, stoltamente protetti dall'alto, si resero rei persino di gravissimi delitti. (Introduzione, Parte seconda, p. LXVIII-LXIX)
  • Il marchese Tanucci era occupatissimo: per lo spazio di più di 20 anni (1745–1776) lanciò uno dopo l'altro infiniti dispacci, tutti nel regal nome, contro frati, monache, preti, vescovi, contro il Nunzio del Papa e il Papa stesso; non risparmiò i monasteri, le chiese e le badie, e soprattutto le rendite pingui de' beni patrimoniali, lasciati per ultima volontà de' testatori morenti a scopo di opere pie! (Parte seconda, cap. XXIV, pp. 393-394)
  • Non ignorava il marchese Tanucci essere i Gesuiti approvati e lodati dalle costituzioni apostoliche di quasi tutti i Sommi Pontefici, e invece la massoneria dalle costituzioni apostoliche di due Papi condannata, ed insieme condannata dal regio editto composto forse da lui medesimo nel 1751. Non ignorava avere sempre i Gesuiti difeso ed amato e servito la monarchia borbonica, come la patria e la religione; laddove egli stesso aveva giudicato la massoneria come avversa all'altare, al trono, al buon costume. Eppure settecento Gesuiti furono soppressi ed infamati da lui, mentre più migliaia di liberi muratori si godevano i suoi favori. Con ciò il Tanucci riscosse grandi lodi dagli uomini del suo tempo, e dal gran numero degli storici odierni è tuttavia celebrato come statista di grandissimo senno, e come benemerito della patria. Se il togliere i difensori ad uno Stato e l'accogliere i suoi nemici costituisce un titolo di patria beneficenza e fonda il merito di grandezza civica, il marchese Tanucci ha titoli e meriti di vero grand'uomo. Se invece tali opere sono giudicate meritevoli di tutt'altro giudizio, egli non può sfuggire dinanzi alla storia all'addebito di aver scavato la fossa ai re suoi padroni. (Parte seconda, cap. XXIV, pp. 394-395)
  • Vincenzo Coco, qualora si legga con vero criterio di storia il suo Saggio storico sulla rivoluzione di Napoli, non merita credenza. Infatti egli era massone e cospiratore: scrivendo dunque di cospiratori e di massoni è necessariamente pregiudicato, salvo se arrechi prove o dimostrazioni, il che egli non fa punto. Ha inoltre la sua storia il pessimo vizio e noioso delle considerazioni sentenziose, a uso pedantesco, mentre è povera di fatti: il che è denominare una storia, che non è storia. Infine la verità storica non era nella sua mente, e pertanto non si può trovare nelle sue pagine. (Parte seconda, cap. XXVII, pp. 484-485)

Citazioni su Ilario Rinieri[modifica]

  • Il padre gesuita Ilario Rinieri ha creduto di poter sostenere in un suo libro (un grosso libro che è stato scritto unicamente per questo[3]) che la rovina della monarchia borbonica provenne dalla sua lotta contro il papato: il regalismo avrebbe generato il giacobinismo. Gli fu risposto da un recensore, appena pubblicato il libro, che la cosa stava esattamente all'inverso: la monarchia borbonica crollò per aver abbandonato la politica di riforme, di elevazione del popolo e di indipendenza nazionale. (Luigi Salvatorelli)

Note[modifica]

  1. I "paglietti si attaccarono come mignatte al corpo sociale; rappresentati generalmente, con giudizio concorde, avidi faccendieri, intriganti, sfacciati". (M. Schipa, Il regno di Napoli sotto i Borboni (1900), pag. 8). Il loro numero, secondo la testimonianza di più scrittori, giungeva fino a' trentamila. (Lalande, Voyage en Italie (1790), V, 421) [N.d.A.]
  2. Ferdinando I delle Due Sicilie (1751 – 1825).
  3. Della rovina di una monarchia.

Bibliografia[modifica]

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