Luigi Salvatorelli

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Luigi Salvatorelli (1886 – 1974), storico e giornalista italiano.

Citazioni Di Luigi Salvatorelli[modifica]

  • La politica internazionale oggi non può essere che mondiale: e quindi mondiali i contrasti, mondiali gli accordi, mondiali le guerre, mondiali le paci.[1]

Storia del Novecento[modifica]

Incipit[modifica]

Con il 1914 (inizio della prima guerra mondiale) incomincia "la novella storia", cioè la nostra "Storia contemporanea": entità di dubbia consistenza ideale, destinata a cambiare da una generazione all'altra la sua data di nascita, senza trovare di volta in volta l'accordo su di essa: e tuttavia, periodizzazione di cui praticamente non si può fare a meno.

Citazioni[modifica]

  • La Restaurazione, con la Santa Alleanza e con Metternich, tentò una politica solidale europea in senso conservatore: solidarietà indebolita e alterata ben presto dal rinato contrasto degli interessi e degli orientamenti particolari. (vol. I, Introduzione, p. 7)
  • Le rivoluzioni nazionali del 1848 si aggirarono intorno a tre questioni fondamentali: nazionale, costituzionale, sociale. Indipendenza e unificazione dei popoli insorgenti; regime politico sostituente all'assolutismo monarchico la libertà e la iniziativa dei cittadini; trasformazione sociale a favore dei lavoratori. Le tre direttive avevano una confluenza naturale negativa: cambiare l'ordine di cose esistente. Ne avevano anche una positiva: elevare le condizioni del popolo, e farne il protagonista della storia. (vol. I, Introduzione, p. 9)
  • Formalista del giure, amministratore meticoloso che per contare e catalogare gli alberi non vedeva la foresta, [l'imperatore Francesco Giuseppe] mancava completamente d'immaginazione, era freddo e indifferente. (vol. I, parte prima, cap. primo, p. 102)
  • La "belle époque", non è un mito, anche se il ricordo dei pochi superstiti e la fantasia delle generazioni posteriori l'abbiano rivestita di mitologici, arcadici colori. Né essa fu soltanto epoca di pace, di ordine, di progresso materiale, di mezzi tecnici. A tutto questo andò connesso un diffuso incremento di vita spirituale della coltura generale, un ampliamento di orizzonti spirituali, una diminuzione nel dislivello umano fra le classi. (vol. I, parte prima, cap. primo, p. 172)
  • C'era nell'aria [nel periodo della belle époque] un senso di benessere crescente e di gioia della vita. Di codesta "felicità dei tempi" non mancò la coscienza alla generazione di allora: e ne abbiamo testimonianze molteplici sia contemporanee, sia di posteriore preciso ricordo: testimonianze che sarebbe interessante confrontare, per analogia e diversità, con quelle della felicità augustea nel mondo ellenistico romano. (vol. I, parte prima, cap. primo, p. 173)
  • Il positivismo non volle pronunciarsi sulla natura ultima delle cose; per esso unica realtà scientifica era il fatto, inteso come qualche cosa di dato, di esteriore allo spirito, dimodoché il problema critico veniva ad essere soppresso e lo spirito stesso ad esser negato implicitamente. Questa scuola pertanto si chiudeva nell'àmbito delle scienze positive, ma sopra i dati di esse voleva costruire una veduta generale del mondo. (vol. I, parte prima, cap. secondo, p. 181)
  • Come rappresentante filosofico-politico [della fede nell'umanità e nel suo progresso indefinito] indichiamo Jaurès, il capo socialista francese, che rimanendo positivista e professando almeno in qualche misura il materialismo storico marxistico, distinse tuttavia nettamente i fenomeni naturali dai fisici, affermò al di là della conoscenza scientifica la fede in un Essere infinito, congiunto intimamente al mondo, e riconobbe che la coscienza umana ha bisogno di Dio, che le religioni escono dal fondo dell'umanità. Il socialismo diveniva nel suo pensiero una forma della vita religiosa, in quanto questa consisteva per lui nell'uscire dall'io egoista e meschino per andare verso la realtà ideale ed eterna. (vol. I, parte prima, cap. secondo, p. 183)
  • In loro [i pittori impressionisti] l'autonomia dell'arte era dedizione alla realtà, all"altro da noi", dedizione attraverso cui si ritrova il senso della vita, il nostro più profondo io.
    Ed ecco perché questa pittura – s'intende, nei suoi prodotti più alti – ci appare classica. Essa ci dà un'impressione di organicità, di assolutezza, di necessità. L'Olympia di Manet, col suo corpo nudo qualunque e la sua faccia inespressiva, fa tutt'uno col guanciale, il lenzuolo, la domestica negra, il fondo scuro. È così, e non può essere differentemente. (vol. I, parte prima, cap. secondo, p. 188)
  • Verdi aveva interpretato con la forza del sentimento immediato i drammi eterni della vita individuale e le aspirazioni dei popoli. Wagner si era contrapposto e sovrapposto alla vita sociale del suo tempo, alle leggi tradizionali, e si era rifugiato in un mondo mitico-fantastico, attraverso il quale aveva creduto di giungere – analogamente al tentativo di Nietzsche, ma per vie diverse – alla instaurazione di una nuova umanità, di una nuova arte popolare, mentre c'era in lui lo sfogo di una sensualità insaziata, di una personalità senza freno. L'uno interpretava il mondo morale del sentimento, l'altro il mondo naturalistico della sensazione. (vol. I, parte prima, cap. secondo, p. 190)
  • Nella raccolta dei Discorsi politici del Corradini, il primo, del febbraio 1902, è dedicato a "Le opinioni degli uomini e i fatti dell'uomo"; e sospirando per una dozzina di pagine sulla molteplicità disparata delle opinioni contemporanee, facendo qualche fiacca puntata contro internazionalismo, socialismo, umanitarismo, e in favore del sentimento nazionale, non abbozza, neanche per semplici accenni una dottrina. (vol. I, parte prima, cap. secondo, p. 216)
  • Dotato di grande capacità di lavoro, esperto di tutti i meccanismi amministrativi, Körber sorpassava il livello medio del buon burocrate austriaco, raggiungendo apertura di mente e ampiezza di vedute politiche. Senza poter essere chiamato propriamente un liberale, nel senso occidentale della parola, Körber era sinceramente costituzionale, contrario alle leggi eccezionali e alle coercizioni poliziesche. Durante il suo ministero la stampa godette di una grande libertà. (vol. I, parte seconda, cap. terzo, pp. 374-375)
  • Alice di Hessen, figlia del granduca d'Assia e del Reno, divenuta Alessandra Feodorovna, aveva compensato l'abiura della confessione nativa protestante con lo zelo religioso ortodosso spinto al fanatismo e alla superstizione. Pietà monacale e ciarlatanesimo visionario trovarono ugualmente adito nella sua intelligenza ristretta e nella sua psiche squilibrata. (vol. I, parte seconda, cap. terzo, p 404)
  • Avviandosi quell'irrozzimento degli spiriti che toccherà il culmine nei venti anni fra le due guerre [mondiali], il superuomo nietzschiano, che aveva in sé un profondo (anche se confuso e aberrante) afflato morale, decisamente si materializza. Superuomo appare colui che si fa largo a gomitate, che sale sui corpi atterrati degli altri, che asservisce al suo comodo e al suo piacere la plebaglia vile. Il superuomo è anche, e si proclama innanzi tutto, superpatriota: ma la patria è per lui, consciamente o inconsciamente, terreno delle sue prodezze, piedistallo della sua statua, materia plasmata dalle sue mani di creatore, occasione e sfogo della sua sensualità. (vol. I, parte seconda, cap. terzo, pp 429-430)
  • Cesare De Lollis, filologo insigne, spirito arguto, coscienza morale superiore, ribattezzò la guerra libica chiamandola "lirica". Si ebbe infatti nella stampa, nei discorsi, nei cortei, uno straripamento di patriottismo bellicistico e di esaltazione colonialistica e imperialistica, il quale, ingrandendo enormemente le proporzioni dell'impresa, riempì i cervelli di fumo, quando invece la situazione estera e interna più avrebbe richiesto giudizio equilibrato e veduta limpida della realtà. (vol. I, parte seconda, cap. quarto, p. 545)
  • Per provvedere alle condizioni di pace e al riordinamento dell'Europa [al termine della prima guerra mondiale] si riunì il 18 gennaio (stesso giorno della proclamazione a Versailles nel 1871 dell'impero tedesco) 1919 la Conferenza di Parigi, in cui furono rappresentati tutti gli stati vittoriosi (trentadue), ma la cui direzione fu assunta dai capi di governo dei quattro maggiori Stati (i Big Four, come dicevano gli Anglosassoni), Wilson, LLoyd George, Clemenceau, Orlando. Si scatenò, com'era inevitabile, una ridda di tendenze e di appetiti contraddittori: nazionalismi esasperati l'uno contro l'altro e speranze messianiche di trasformazione universale lottarono e si mescolarono insieme. (vol. II, parte terza, cap. quinto, p. 644)
  • Il trattato di Versailles non fu quel monumento di iniquità di cui parlarono gli estremisti del neutralismo e del pacifismo, a rinforzo del revanscismo tedesco. Ciò che gli dette agli occhi dei Tedeschi – ma non di essi soltanto – la fisionomia di "pace cartaginese" fu, più ancora delle clausole specifiche, il carattere esteriore ostentato d'imposizione. Ogni pace tra vincitori e vinti è per natura pace imposta. Ma si può risparmiare la dignità del vinto con una discussione e redazione in comune, intorno a un tavolo di conferenza, a parità formale di situazione tra i plenipotenziari. (vol. II, parte terza, cap. sesto, p. 669)
  • Su tutta la nuova situazione internazionale [creata dai trattati di pace che chiudevano la prima guerra mondiale] avrebbe dovuto vegliare la Società delle nazioni, rimediando (secondo l'idea di Wilson) alle imperfezioni dei trattati e promuovendo l'attuazione degli ideali intesisti[2] e wilsoniani. La Società (League, nel testo inglese) era stata costituita il 10 gennaio 1920; la prima riunione del Consiglio a Parigi avvenne il 16 gennaio, quella dell'Assemblea a Ginevra il 15 novembre. La sua costituzione avvenne in base alla prima parte del trattato di Versailles, e degli altri trattati di pace. Wilson aveva inteso così sottolineare l'autorità primaria: di fatto aveva creato un primo ostacolo. Venendo edificata sul fondamento dei trattati di pace imposti dai vincitori ai vinti, La Società assumeva agli occhi dei secondi l'aspetto di una lega di beati possidentes, di uno strumento con cui i più forti avrebbero cercato di mantenere e assodare il loro predominio, mentre forniva un terreno propizio alla coltivazione e manifestazione di recriminazioni e rancori non capaci dii ottenere soddisfazione. (vol. II, parte terza, cap. sesto, pp. 672-673)
  • I rappresentanti dei singoli stati all'Assemblea [della Società delle Nazioni] non erano nominati dai popoli o dai parlamentari, ma dai governi, dal potere esecutivo; erano quindi in sostanza funzionari di questi. L'unanimità o la quasi unanimità era richiesta per le deliberazioni della Lega. Mancava qualsiasi organo di esecuzione forzata delle deliberazioni della Lega, le quali rimanevano abbandonate alla buona volontà dei singoli Stati membri. Queste tre circostanze toglievano alla Società delle nazioni qualsiasi carattere di Superstato: essa sarebbe risultata in pratica quel che i singoli componenti avrebbero voluto e saputo farne. (vol. II, parte terza, cap. sesto, p. 678)
  • La questione capitale ai tempi nostri, per la relazione fra la Chiesa e il mondo, non è dommatico-teologica, o di diritto canonico e politica ecclesiastica, bensì morale. Essa non è ben compresa da tutti neanche oggi. (vol. II, parte terza, cap. sesto, p. 875)
  • L'impostazione più radicale per la lotta contro l'ordine presente delle cose non venne nei venti anni tra le due guerre [mondiali] dal comunismo, ma da un movimento ideologico-artistico: il surrealismo. E forse a codesta radicalità fu dovuta la sua larga e lunga fortuna, il suo fascino di propaganda, la sua fama persistente tuttora: quando pure avrebbero dovuto essere chiare a tutti l'inconsistenza teorica del movimento e la sua incapacità di qualsiasi concretamento effettivo. (vol. II, parte terza, cap. sesto, p. 876)
  • Si discute e si discuterà un pezzo intorno alla pittura astratta, né tocca a noi qui pronunciare giudizi estetici. Considerando anche questa dal punto di vista delle relazioni con la vita contemporanea, noi diremmo che l'arte astratta è anch'essa (in opposizione più che mai alle idee surrealiste) una protesta contro le durezze umane o inumane della nostra epoca, e in particolare contro le tirannidi totalitarie e i relativi conformismi. Essa si crea, con le linee, i colori e i volumi puri, un mondo ideale di libertà: fino a che punto sia riuscita, sin adesso, a trarne grandezza d'arte, è un'altra questione. (vol. II, parte terza, cap. sesto, pp. 884-885)
  • L'impressionismo del secolo XIX era stato dedizione alla vita, l'astrattismo del secolo XX è ritrazione dalla vita. E la vita è pur sempre il valore più certo e più vero. (vol. II, parte terza, cap. sesto, p. 885)
  • La guerra civile spagnuola assunse una importanza internazionale analoga a quella che un secolo prima aveva avuto la guerra carlista, e anzi più accentuata e pericolosa per la pace europea. Essa s'inserì nel conflitto ideologico già aperto e lo rese più acuto. Nazionalsocialismo, fascismo, conservatori e gran parte dei cattolici stettero per il governo di Franco, mentre democratici, socialisti e in generale i Fronti popolari parteggiarono per la Repubblica. (vol. II, parte quarta, cap. settimo, pp. 1003-1004)
  • Stalin in questi anni [delle grandi purghe] rassodò definitivamente e integralmente la sua dittatura attraverso i processi a tutti gli elementi maggiori del vecchio partito comunista sotto l'accusa di trotzkismo e di alto tradimento (cioè d'intesa con la Germania nazista). Nell'agosto 1936 si ebbe l'esecuzione di Zinoviev e di Kamenev; nel gennaio 1937 un altro processo portò alla condanna a dieci anni di Radek, mentre Piatakov e dodici altri furono giustiziati; nel giugno fu messo a morte il maresciallo Tuchačevskij insieme con altri sette generali russi, sempre sotto l'accusa di alto tradimento. Nel marzo 1938 vi furono ancora le esecuzioni capitali di Bukharin e Yagoda. Questi furono contraddistinti dal fenomeno senza precedenti di confessioni amplissime, in buona parte fantastiche, degli accusati, ottenute attraverso torture morali e fisiche. L'eliminazione dei maggiorenti bolscevichi fu accompagnata da una serie sterminata di fucilazioni, condanne, deportazioni di gregari. Risultati di questa colossale, inumana "epurazione", furono di eliminare la quasi totalità del vecchio Stato maggiore bolscevico, che aveva fatto la rivoluzione e instaurato il nuovo regime, e di accentuare il carattere russo-nazionale dell'organizzazione sovietico-comunista. (vol. II, parte quarta, capitolo settimo, pp. 1028-1029)

Bibliografia[modifica]

  • Luigi Salvatorelli, Storia del Novecento, voll. 2, Edizione Club degli Editori su licenza della Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1979.

Note[modifica]

  1. Dal discorso al convegno della «Terza forza» a Milano, riportato in La Rassegna d'Italia, maggio 1948; citato in Aldo Capitini, Italia nonviolenta, in Le ragioni della nonviolenza: Antologia degli scritti, Edizioni ETS, Pisa, 2004, p. 101. ISBN 88-467-0983-7
  2. Riferiti alle potenze dell'Intesa, vincitrici del conflitto.

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