Incontro con Rilke

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Una mattinata in libreria. Incontro con Rilke, libro di Carl Burckhardt del 1944.

Citazioni[modifica]

  • [Carl Burckhardt a Rilke] «[...] ma esiste anche una ingenuità del razionale, e questa ha trovato la sua espressione in tutte le grandi opere d'arte di Francia, nell'arte gotica come nel superamento del barocco».
    Rilke riprese:
    «È un pensiero che mi piace e vorrei approfondirlo; dev'essere esattamente quello che mi dà un senso di felicità quando vivo in questa metropoli; e forse vi è racchiuso uno dei più alti valori europei. Anche i Greci lo possedevano».[1] (p. 44)
  • Vede, ogni cosa formata lo insegna: è in sé conchiusa, anzi conchiude e non si effonde. Capisce quel che voglio dire? Questo effondersi, che oggi l'arte va cercando... va cercando a torto, non esiste nella realtà: non c'è la natura del giglio, la natura della rosa; esiste la rosa ed esiste il giglio, dappertutto la barriera nella cosa finita, compiuta. [...] Soltanto l'uomo distrugge i limiti e cancella le forme irripetibili.[1] (Rilke: P. 44)
  • Vedete, nella vostra grande poesia si è sempre fatta valere, attraverso tutta la dovizia delle conoscenze sensibili, come indirizzo eterno, la volontà di avere un cuore puro. Questa è la sua peculiarità. C'è sempre un tratto etico in questo popolo che più di tutti gli altri subisce l'impressione delle cose visibili; di qui la continua meticolosa scelta fra i mezzi della bellezza, attraverso qualsiasi retorica, al di là di questa abbondanza acerba e succosa che è loro propria, come una meta costante davanti agli occhi, mai abbandonata, nemmeno da Baudelaire. Ma nessuno lo rivela così palesemente come Racine.[1] (Rilke: 49-50)
  • [Jean de La Fontaine] Ritengo che nessun altro abbia posto con tanta sicurezza gli elementi fissi della natura umana: la costante nei grandi e nei piccoli, negli eroi e nei codardi, nei pensatori e nei tiranni, l'elemento decisamente umano sopra il quale s'inarcano i grandiosi sistemi delle filosofie. Ma sotto questi rimane sempre l'uomo, l'uomo tra i suoi pari, entro leggi semplici e dure, realmente più durevole e più universale che tutte le creazioni spirituali dei grandi predicatori di dottrine [...].[1] (Rilke: Pp. 59-60)
  • [Jean de La Fontaine] Le sue favole, da quando le ha prodotte... sì, prodotte come un artigiano... sono l'elemento, come dire? il lavacro nel quale i bambini di tutte le generazioni francesi furono immersi come nel primo bagno della ragionevolezza. Egli è in noi, vive in noi, è una parte della nostra vera sostanza [...] (Lucien Herr: Pp. 60-61)
  • [Comune ad alcuni europei] [...] fin dall'antichità, una schietta gioconda conoscenza della profondità, consistente nel fatto che ogni cosa ha un significato unico e non molteplice, e come nel perpetuo fluire ci sia quella costante che risulta dai rapporti umani sempre uguali nelle infinite unioni e relazioni; così come furono fissati con sicurezza degna dell'antichità dai due grandi scrittori di favole [Johann Peter Hebel e Jean de La Fontaine] di qua e di là dal Reno. (p. 68)
  • [Tradurre] [...] è un'arte affine a quella dei grandi attori; è alchimia, conversione in oro di elementi altrui.[1] (Rilke: P. 69)

Note[modifica]

  1. a b c d e Burckhardt incontrò Rilke proveniente dal sanatorio di Val-Mont nel 1925, anno dell'ultimo soggiorno del poeta a Parigi (non il 1924, data riferita dall'autore). Nell'opera è rievocata una mattina trascorsa in compagnia di Rilke. Momento culminante della rievocazione è il confronto, nella libreria di Monsieur Augustin, fra Rilke e Lucien Herr erudito di origine alsaziana e bibliotecario dell'École Normale. Lo scritto dello storico svizzero è la testimonianza, rivissuta nel ricordo, di giornata rimasta indimenticabile. Cfr. saggio introduttivo di Antonio Gnoli, pp. 10, 11-13, 15, 18.

Bibliografia[modifica]