Rainer Maria Rilke

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Rainer Maria Rilke

René Karl Wilhelm Johann Josef Maria Rilke (1875 – 1926), scrittore, poeta e drammaturgo austriaco di origine boema.

Citazioni di Rainer Maria Rilke[modifica]

  • Accetta dunque, mia cara mamma, un bacio con tutto il cuore nella solenne ora di Natale, la più pacata dell'anno, la più misteriosa, in cui i desideri ancora ignari si tendono fino all'estremo e vengono per prodigio esauditi: trascorrila nel profondo, grande raccoglimento del Tuo cuore, abbandona ogni dubbio e incomprensione: in quest'ora abbiamo un posticino dentro di noi dove siamo semplicemente bambini, che attende e sta là, fiducioso e mai confuso, nel suo diritto a una grande gioia: questo è il Natale.[1]
  • Appena un artista ha trovato il vivo centro della sua attività, nulla per lui è così importante come mantenervisi […]: il suo posto non è mai, neanche per un attimo, accanto allo spettatore e al critico.[2]
  • Devi cambiare vita.
Du sollst dein Leben ändern.[3]
  • E tutto tacque. Eppure in quel tacere s'avanzò nuovo inizio, cenno e mutamento.[4]
  • Era un poeta e odiava l'approssimazione.[5]
  • Essere amati, è passare. Amare, è durare.[6]
  • I dolori sono ignoti, l'amore non si impara, l'ingiunzione che ci chiama ad entrare nella morte rimane oscura. Solo il canto sulla terra consacra e celebra.[7]
  • Il bello è solo l'inizio del tremendo.[8]
  • In questi giorni scrivendo alcune piccole note sulle nostre Bambole d'infanzia, quanto mi avrebbe giovato salire un attimo da voi[9] per sapere ciò che voi ne rammentate. Sono giunto a concludere pressappoco che erano creature ben mediocri, queste infelici Bambole, che restavano inerti ed imperturbabili mentre noi ci sfinivamo in manifestazioni d'affetto. Non è sorprendente che noi ci troviamo condannati ad imparare l'esistenza del nostro calore in un commercio così sterile, che noi diamo le primizie dei nostri più teneri sforzi a dei semi-esseri, anzi delle semi-cose che ostentano l'indifferenza più crudele, la più ostinata – l'eterna indifferenza. Poiché mentre si è estasiati di interpretare i due ruoli, di essere l'amore in due, quello che parla e quello che risponde, ci devono essere stati momenti in cui noi ci interrompevamo in questo gioco sdoppiato, per restare un secondo come sorpresi di questa vita parsimoniosa che vi lascia fare tutto permettendo al nostro partner una tale abbondanza di non sentire niente.
    Io mi domando se alcuni non rechino, impresso nella loro materia fondamentale, lungo tutta la vita il sospetto di non poter essere amati, a causa delle esperienze d'insormontabile freddezza che le loro bambole avevano fatto subire ad essi un tempo?...[10]
Ces jours-ci écrivant quelques petites notes sur nos Poupées d'enfance, combien de bien ça m'aurait fait, de monter un instant chez vous pour savoir ce que vous vous en souvenez. Je suis parvenu à peu prés à conclure que c'étaient des créatures bien médiocres, ces malheureuses Poupées, qui restaient inertes et imperturbables pendant que nous nous épuisions en marques d'affection. N'est-il pas étonnant que nous nous trouvons condannée à apprendre l'existence de notre chaleur dans un commerce aussi stérile, que nous donnons les primices de nos plus tendres efforts à des demi-êtres, voire à des demi-choses, qui affichent l'indifférence la plus cruelle, la plus obstinée − l'éternelle indifférence. Car tout en étant ravis de jouer les deux rôles, d'être l'amour en deux, celui qui parle et celui qui répond, il doit y avoir eu des moments où nous nous interrompîmes à ce-jeu doublé, pour rester une seconde comme étonnés de cette vie parsimonieuse qui vous laisse tout faire en permettant à notre partenaire une telle abondance de ne rien sentir.
Je me demande si quelques personnes n'emportent pas, imprimé dans leur matière fondamentale, par toute la vie le soupçon de ne pas pouvoir être aimées, à cause des experiences d'insurmontable froideur que leurs poupées autrefois leur avaient fait soubir?...
  • La bellezza appare come il primo bene del principe, il suo più imponente diritto.[11]
  • Le opere d'arte sono sempre il frutto dell'essere stati in pericolo, dell'essersi spinti, in un'esperienza, fino al limite estremo oltre il quale nessuno può andare.[12]
  • Nasciamo, per così dire, provvisoriamente, da qualche parte; soltanto a poco a poco andiamo componendo in noi il luogo della nostra origine, per nascervi dopo, e ogni giorno più definitivamente.[13]
  • [Ultime parole] Oh vita, vita, poter uscire.[14]
  • Respirano lievi gli altissimi abeti | racchiusi nel manto di neve. | Più morbido e folto quel bianco splendore | riveste ogni ramo via via. | Le candide strade si fanno più zitte, | le stanze raccolte più intente.[15]
  • Ti ricordi ancora di Roma, cara Lou? Com'è nella tua memoria? Nella mia rimarranno un giorno solo le sue acque, queste limpide, stupende, mobili acque che vivono nelle sue piazze; e le sue scale, che sembrano modellate su acque cadenti, tanto stranamente un gradino scivola dall'altro come onda da onda; la festosità dei suoi giardini e la magnificenza delle grandi terrazze; e le sue notti, così lunghe, silenziose e colme di stelle.[16]

I quaderni di Malte Laurids Brigge[modifica]

Incipit[modifica]

Pare che la gente venga qui per vivere. Io direi, piuttosto, che qui si muore[17].
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Citazioni[modifica]

  • Proprio non posso impedirmi di dormire con la finestra aperta. Attraverso la camera si precipitano scampanellando tram elettrici. Automobili mi corrono sopra. L'urto di una porta. (1966, p. 9)
  • Ma non voglio più scrivere lettere. Dire a qualcuno che cambio: perché? Se cambio, non sono più quello di prima, sono qualcosa di diverso da quello che ero: è evidente, così, che non ho più conoscenti. E come scrivere a estranei, a gente che non mi conosce? (1966, p. 10)
  • Imparai allora a conoscere la suggestione che può immediatamente derivare da un dato costume. Appena indossato uno di quegli abiti, dovevo confessarmi d'essere in suo potere; quello mi prescriveva movimenti, espressione del viso, persino idee; la mia mano, sulla quale cadevano e ricadevano le trine dei manichini, non era la mia solita mano, si muoveva come un'attrice, direi quasi che si osservava, per quanto esagerato possa sembrare. (1966, p. 72)
  • È possibile che ci sia gente che dice «Dio» e pensa a qualcosa che apparterrebbe a tutti?
  • Ho un luogo interno che non conoscevo. Ora tutto va a finire là. Non so che cosa vi accada.
  • Io imparo a vedere.
  • Non mi sono ancora abituato affatto a stare in questo mondo, che mi sembra buono. Cosa sarebbe di me in un altro? Resterei tanto volentieri tra i significati che mi sono divenuti cari, e se qualcosa deve mutare, vorrei almeno poter vivere tra i cani, che hanno un mondo parente del nostro e le medesime cose.
  • Oggi chi dà ancora valore a una morte ben fatta? Nessuno.
  • Oh, ma come si sta bene tra uomini che leggono! Perché non sono sempre così?
  • Una volta si sapeva (o si sospettava, forse) di avere in sé la morte come il frutto ha il nocciolo.
  • Verrà il giorno in cui la mia mano sarà lontana da me, e quando le ordinerò di scrivere, scriverà parole che non volevo.

[Rainer Maria Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge, trad. di Furio Jesi, Garzanti, Milano 1974. ISBN 8811360870]

Le storie del buon Dio[modifica]

  • È sempre spiacevole, per un maestro, quando si accorge che i bambini sanno qualcosa che non ha insegnato lui.
  • Spesso le esperienze che viviamo non si possono esprimere a parole e quindi chi pretende di raccontarle incorre fatalmente in errori.
  • [Un ditale] Splendeva come fosse d'argento e fu appunto per la sua bellezza che divenne il buon Dio.

Lettere a un giovane poeta[modifica]

  • Chi crea deve essere un mondo per sé e in sé trovare tutto, e nella natura sua compagna.
  • Come le api raccolgono il miele, così noi estraiamo da tutto la linfa più dolce per edificare Lui.
  • È difficile il nostro compito, quasi tutto ciò che è serio è difficile, e tutto è serio.
  • È questo in fondo l'unico coraggio che si richieda a noi: essere coraggiosi verso quanto di più strano, prodigioso e inesplicabile ci possa accadere.
  • Il futuro entra in noi, per trasformarsi in noi, molto prima che accada.[18]
  • L'amore consiste in questo, che due solitudini si proteggono a vicenda, si toccano, si salutano.
  • L'esperienza artistica è così incredibilmente prossima a quella sessuale, alle sue pene e ai suoi piaceri, che i due fenomeni non sono in realtà che forme diverse di una identica brama e beatitudine.
  • La vita ha ragione, in ogni caso.
  • Le opere d'arte sono di una solitudine infinita, e nulla può raggiungerle meno della critica.

Lettere su Cézanne[modifica]

  • [Paul Cézanne] Essere un buon operaio, far bene il proprio mestiere era per lui la chiave, la base di tutto. Dipingere bene significava vivere bene. Dava tutto se stesso, si calava con tutta la sua forza in ogni colpo di pennello. Bisogna averlo visto dipingere, dolorosamente teso, la preghiera nel volto, per immaginare quanto della sua anima egli mettesse nel lavoro. Tremava tutto. Esitava, la fronte congestionata quasi enfiata da invisibili pensieri, il busto raggomitolato, il collo incassato nelle spalle e le mani frementi fino al momento in cui, solide, volitive, tenere, posavano il tocco, sicure, e sempre da destra a sinistra. Allora indietreggiava un po', e i suoi occhi si posavano di nuovo sugli oggetti.[19] (Lettera a Clara, 9 ottobre 1907)
  • Oggi ti vorrei raccontare un poco di Cézanne. Per quanto riguarda il lavoro, così afferma, ha vissuto da bohémien fino a quarant'anni. Solo più tardi, con la conoscenza di Pissarro, ha preso gusto al lavoro. Ma, allora, fino al punto di passare gli ultimi trent'anni della sua vita non facendo altro che lavorare. Senza gioia invero, come sembra, con una rabbia incessante, in conflitto con ogni sua singola opera, perché nessuna di esse gli sembrava raggiungere ciò che egli riteneva essere la cosa più indispensabile. La chiamava la réalisation, e la trovava nei "veneziani" che aveva visto e rivisto al Louvre e apprezzava incodizionalmente. Il convincente, il farsi cosa. La realtà sublimata fino a divenire indistruttibile attraverso la propria esperienza dell'oggetto, era questo che gli pareva l'intento più intimo del suo lavoro; vecchio, malandato, ogni sera consunto fino allo spasimo dal regolare lavoro giornaliero (tanto che spesso andava a dormire alle sei, all'imbrunire, dopo una cena mandata giù distrattamente), arrabbiato, diffidente, deriso ogni qual volta si recava al suo atelier, schernito, maltrattato… sperava un giorno, di raggiungere quel compimento che egli sentiva come l'unico essenziale. In tal modo [...] egli aveva esacerbato le difficoltà del suo lavoro nella maniera più ostinata… si muoveva avanti e indietro nel suo studio, che aveva la luce sbagliata, in quanto il capomastro non aveva ritenuto necessario dare ascolto a quel vecchio bizzarro che ad Aix erano tutti d'accordo nel non prendere sul serio [...].[19] (Lettera a Clara, 9 ottobre 1907)

Nuove poesie[modifica]

  • Ma egli ruppe la scorza del dolore | in pezzi e ne distese alte le mani, | come per trattenere il dio fuggente. | Anni chiedeva, solo un anno ancora | di giovinezza, mesi, pochi giorni, | ah, non giorni, ma notti, una soltanto, | solo una notte, questa notte: questa. | Il dio negava. Gridò allora Admeto, | gridò vani richiami a lui, gridò, | come gridò sua madre al nascimento. (Alcesti, vv. 25-34; pp. 25-27)

Incipit di Danze macabre[modifica]

Pierre Dumont[modifica]

La locomotiva lanciò un fischio senza fine nell'aria azzurra del mezzogiorno di agosto afoso e scintillante di luce. Pierre sedeva con sua madre in uno scompartimento di seconda classe. La madre, una donna minuta, vivace, con un modesto vestito di panno nero, con un viso pallido, buono e occhi spenti e afflitti – la vedova di un ufficiale. Suo figlio, un bamboccio di appena undici anni con l'uniforme del collegio militare.

La cucitrice[modifica]

... Era il mese d'aprile dell'anno 188... Ero costretto a cambiare appartamento. Il padrone di casa aveva venduto l'edificio e il nuovo padrone aveva deciso di affittare il piano in cui si trovava la mia modesta cameretta ad un'unica persona. Ne cercai a lungo un altro, ma invano. Stanco di cercare presi finalmente una cameretta, quasi senza vederla, al terzo piano di un edificio, il cui lato più lungo occupava una parte non piccola del minuscolo vicolo laterale.

La cassa dorata[modifica]

Era primavera. Il sole sorrideva beato nel cielo limpido e profondamente azzurro, ma raramente i raggi si perdevano sino a raggiungere il mezzanino di quel palazzo nello stretto vicolo laterale. Se mai vi giungeva un chiarore, spuntando dalle piccole finestre, e gettava cerchi guizzanti sulla parete imbiancata della misera stanza, era certamente di seconda mano, era infatti riflesso da qualche finestra dell'alto palazzo di fronte. Il bambino che, giorno dopo giorno, giocava presso la finestra del mezzanino, si rallegrava sempre più della macchia di luce guizzante sulla parete e subito la inseguiva e cercava di afferlarla e rideva di tutto cuore, tanto che anche sul volto triste della madre risplendeva un riflesso di questo riso.

Una morta. Bozzetto psicologico[modifica]

San Remo, marzo 189...

Mio buon Alfredo,
Lungo è stato il mio silenzio. Scusami. Oggi rispondo in una sola volta alle tue tre care lettere. Ti ringrazio. Mi hanno fatto così bene. La preoccupazione interiore e delicata che c'è nelle tue righe è un vero balsamo. Sono così solo e così stanco. Il mio dolore è strano. Sono spossato, le mie membra sono a pezzi; ma ci sono dei momenti in cui scatta di nuovo questa scintilla che chiamano vita. E diventa fiamma. Improvvisamente divampa con ardore e sento forza, salute, fiducia... Stupidaggini. Il medico... Ma non voglio parlare dei medici. Ma a volte è molto brutto. La difficoltà di respiro, sai, la... A volte sono in grado di sentire come l'aria preme. È terribilmente pesante, ti confesso. E questa tosse. Esce fuori così lentamente dal petto e poi improvvisamente accelera e mi prende alla gola...

Un uomo di carattere. Schizzo[modifica]

Una giornata adatta a un funerale. Piovosa, buia, pesante. Il carro, tirato da quattro cavalli, rotolava pesantemente sui ciottoli rotondi e lisci, che alla luce dell'autunno risplendevano come nudi crani, e le sue ruote avevano paura del loro grigio e sporco ridere. Gli inservienti dell'agenzia di pompe funebri camminavano imbronciati accanto ai lumi accesi. Li seguiva la massa delle persone in lutto. Dal gruppo delle donne usciva solo una fitta serie di veli neri, che si spandevano come una tela di ragno fuligginosa tra il carro da morto e i lucidi cappelli a cilindro degli uomini venuti al funerale. L'occupazione preferita di tutta quella gente afflitta consisteva nel proteggersi vestiti e pantaloni dagli spruzzi di mota; con commovente attenzione cercavano di camminare lungo quelle pietre che, come isole, emergevano di più dalla marea inarrestabile di fango; e su qualche viso si poteva leggere il forte desiderio che il defunto avrebbe potuto aspettare un tempo migliore per il suo gravoso viaggio. Solo due signori, che camminavano in terza fila, stavano chiaccherando in maniera animata. Dall'espressione del viso si poteva capire che stavano, con umanità e comprensione, passando in rassegna le azioni e le esperienze del defunto. L'esito finale sembrava molto soddisfacente. Annuirono a vicenda con quel primo sgardo che costituisce il contrassegno segreto di due uomini alla sepoltura di un morto o in qualche altra occasione ufficiale. Quindi uno si passò le mani sulle rughe del viso e mormorò, con un pensante movimento del guanto nero dalla mano destra: «Un uomo di carattere». Il vicino trovò quest'espressione così azzeccata, che fu in grado solo di ripeterla con un tono più accentuato: «Un uomo di carattere!». E a questo punto ancora lo sguardo d'intesa dei due galantuomini; nel mentre uno dei due mise il piede in una pozzanghera con tanta violenza che quello che lo seguiva lasciò partire un involontario ruggito. Quindi nessuno dei due proferì più parola. Ci fu silenzio. Solo le ruote del carro da morto cigolavano e le pozzanghere toccate sussultavano piano.

L'apostolo[modifica]

Tavolo degli ospiti del migliore albergo di N. Il rumore di fondo delle posate e il brusio delle voci s'infrange contro le pareti di marmo della grande sala illuminata a giorno. I camerieri in frac nero guizzano qua e là indaffarati come ombre silenziose con i loro vassoi d'argento. Dai lucidi secchielli di ghiaccio dal lungo piede le bottiglie di spumante sembrano ammiccare ai bicchieri poco profondi. Tutto brilla e riluce ai raggi delle lampade elettriche. Gli occhi e i gioielli delle signore, i crani calvi dei signori e persino le parole saltellano qua e là come le scintille. Quando si accendono dalla gola di una donna tavolta lontana talvolta vicina irrompe la chiara fiamma di un breve riso. Quindi le signore sono impegnate a bere il brodo fumante dalle tazze raffinate e trasparenti, mentre i giovin signori con gli occhiali sulla punta del naso passano in rassegna con sguardo critico la tavolata variopinta.

E tuttavia la morte[modifica]

Stavo trascorrendo un'assolata mattina d'agosto nel bosco. Stavo disteso nel muschio increspato e scintillante e lo stavo osservando. Osservavo come proiettava riflessi verdi sulla ghiaia bianco-argentea come se proiettasse attorno a sé cristalli di malachite. E percepivo il suo lento e lieve progredire, che svegliava i fiori stupiti dal lungo e soave torpore.

L'avvenimento. Una storia senza avvenimenti[modifica]

Si stava seduti per il tè a casa della signora von S... Sulla tovaglia di un bianco accecante stava il grande samovar russo e accompagnava i discorsi con un melodico ronzio. Gli avvenimenti del giorno erano stati girati e rigirati da tutte le parti, le mostre e i teatri non offrivano molto materiale di conversazione all'inizio dell'autunno. C'era il rischio che iniziasse una di quelle pause, in cui l'aria pesante opprime e spaventa tutti, e in cui poi i cucchiaini da caffè e le tazze risuonano acutamente.

La vittima[modifica]

Di'! Hai mai camminato per una strada di campagna della Boemia centrale in una mattinata di fine settembre? Il cielo basso, pieno di nuvole, opprimente, sembra il tetto grigio sporco di una tenda, montata sui castagni spogli e ingialliti, che limitano la strada color noce, segnata dai solchi profondi delle ruote. Il sole rosso ha nascosto il suo volto vaporoso in uno spesso velo; un paio di raggi sghembi guizzano al di là dello strato di nuvole e adornano la mota della strada con sottili striature gialle. Un vento malevolo fa voltolare qua e là le foglie ingiallite e fa mulinare in lontananza il fumo sottile che proviene dai tetti del villaggio, - questa è un'immagine di una malinconia indicibile, indescrivibile, disperata. Se penso a quest'immagine provo un grande dolore vicino al mio cuore. Lì qualcosa palpita - e si strazia, si strazia, finché mi scoppiano le lacrime agli occhi...

Nel giardino davanti casa. Uno schizzo[modifica]

Che genere di pensieri passano talvolta per la testa...
Ieri, per esempio. Me ne sto seduto ancora una volta accanto alla signora Lucy nel piccolo giardino davanti alla sua casa di campagna. La giovane signora dagli occhi grandi e profondi tace. Guarda in alto verso il cielo della sera lucido come il raso e si ripara dal fresco con uno scialle di pizzo di Bruxelles. E quel profumo, che mi eccita così vivamente, proviene dallo scialle frusciante oppure dai fiori di lillà?

Primavera incantata. Uno schizzo[modifica]

«Il signore Dio nostro ha strani ospiti.» Questa era la frase preferita dallo studente Vinzenz Viktor Karsky che la pronunciava in momenti più o meno opportuni con un certo tono di superiorità, forse perché tacitamente credeva di far parte di quella categoria. I suoi compagni lo chiamavano da tempo un tipo originale; apprezzavano la sua cordialità, che spesso sfiorava il sentimentalismo, si rallegravano della sua gaiezza, lo lasciavano solo se era triste, e tolleravano benevolmente la sua «superiorità».

Accompagnamento in sordina[modifica]

La madre sedé accanto alla finestra e ricama. Ieri e oggi e anche domani – ogni giorno. Solo metà della passatoia è finita ed è già tutta sciupata. In fondo nulla spinge a finirla; non è prevista nessuna festa, da nessuna parte. Spesso le sue mani sognano, e lei le guarda e pensa: cosa faranno? È solo un'attesa, la bionda signora. Ma le mani sono semplicemente stanche e si fermano a metà strada. Così non succede mai nulla. Tutt'al più che si trascinino di nuovo lungo il canovaccio giallo. Sono come cavalli che tirano un battello controcorrente in un canale. Ma le navi dovrebbero navigare in libertà per molti fiumi fino al mare, in tutti i mari.

Generazioni[modifica]

Nelle nostre stanze di giovedì c'è odore di pomodoro, di domenica c'è odore di oca arrosto e ogni lunedì di bucato. Così sono i giorni: quello rosso, quello grasso e quello insaponato. Inoltre vi sono i giorni dietro la porta di vetro; o in particolare un unico giorno di fresco, di seta e di legno di sandalo. La luce là dentro è filtrata, delicata, argentea e placida; fuliggine, tempesta, rumore e moscerini non entrano là dentro come nelle altre stanze. Eppure è separata solo da una porta a vetri; ma è come se ci fossero venti porte di bronzo, o come un ponte che non finisce mai, o come un fiume con un traghetto malsicuro da riva a riva.

Nella vita[modifica]

Il signor revisore è curvo sulla scrivania come il braccio di un lampione a gas con una palla di vetro opaca all'estremità.
È diligente, e non è cosa da poco conto essere diligenti quando si ha di fronte uno simile.

Diavoleria[modifica]

Il conte Paolo aveva fama d'essere iracondo. Quando la morte ghermì prima del tempo la sua giovane consorte, le gettò dietro tutto: i suoi beni, il suo denaro e persino le sue amanti. Era ancora tra i dragoni di Windischgrätz. Allora il barone Sterowitz occasionalmente disse: «La tua bocca è quasi simile a quella della povera contessa». Il vedovo fu commosso. Da allora aveva sempre vicino da qualche parte un bicchiere di vino; gli sembrava infatti l'unica possibilità di vedersi venire incontro continuamente quella bocca amata - così dicono. Il fatto è che due anni dopo il conte Paolo non possedeva più nemmeno un centesimo di tutti i suoi averi.

L'ora di ginnastica[modifica]

Nella scuola militare di San Severino. Palestra. La classe sta in piedi con le camicie chiare di traliccio, in fila per due, sotto le grandi lampade a gas. L'insegnante di ginnastica, un giovane ufficiale dal viso duro e abbronzato e dagli occhi beffardi, ha ordinato gli esercizi liberi e divide ora le squadre. «Prima squadra trapezio, seconda squadra sbarra, terza squadra cavallina, quarta squadra pertica! Muoversi!» E rapidamente i ragazzi si disperdono sulle scarpe leggere isolate con la colofonia. Alcuni rimangono in piedi in mezzo alla sala, indugiando quasi svogliati. Sono la quarta squadra, scarsi in ginnastica, che non provano nessuna gioia nel movimento agli attrezzi e sono già stanchi dei venti piegamenti sulle ginocchia e un po' confusi e senza fiato.

Una mattina[modifica]

Tra i castelli di Arco e di Dosso di Romarzolo, una dorsale di un monte che, come un drago che si risveglia assetato, si protende verso il lago di Garda, ci sono tre località. Hanno lo stesso nome; sono talmente povere che nessuna di queste ha avuto abbastanza forza da distinguersi durevolmente da quelle vicine. Ai margini di queste località c'è una chiesa, bianca e nuova, ma nel primo terzo delle sue mura sporca come un vestito trascinato appresso. È stata costruita per volontà di tutte e tre le località, sebbene gli abitanti del villaggio più lontano preferiscano andare a pregare e a confessarsi dai frati mendicanti nel convento molto antico di Santa Maria delle Grazie. Ai margini del secondo villaggio c'è una locanda che di pomeriggio viene preferibilmente frequentata dagli ospiti di Arco e che per questo è influenzata dai forestieri: un edificio chiaro, con insegne, terrazza e un piccolo vaso di oleandri, talvolta persino addobbata con una bandiera. E vicino s'erge un'enorme macina a vapore dalle molte finestre e copre le casette e il loro cielo. Appartiene all'oste e non è null'altro che lo sporco denaro dei clienti delle terme di Arco, con cui gli pagano a caro prezzo il vino santo che sa d'aceto. E ognuno che arriva là, beve, scrive una spiritosaggine sul libro degli ospiti tutto imbrattato e chiede alla cameriera come si chiama, porta senza saperlo una pietra a quell'enorme macina, che per questo ogni anno s'ingrandisce di un edificio

La cameriera della signora Blaha[modifica]

Quell'estate la signora Blaha, che era sposata con un piccolo impiegato delle ferrovie, Wenzel Blaha, tornò per alcune settimane al suo paesello natio. Questo villaggio si trova nella pianeggiante e paludosa Boemia, dalle parti di Nimburg, ed è veramente povero e insignificante. Quando la signora Blaha, che si considerava già in un certo senso una cittadina, rivide tutte quelle case piccole e misere, credette di star per compiere una buona azione. Si recò da una contadina, sua conoscente, poiché sapeva che aveva una figlia, e le propose di portarla con sé in città come cameriera. Le avrebbe dato un piccolo, modesto salario, e inoltre la ragazza avrebbe avuto il vantaggio di vivere in città e lì di imparare qualcosa. (Cosa dovesse in effetti imparare non era del tutto chiaro nemmeno alla signora Blaha.) La contadina discusse la questione con suo marito, che strizzava continuamente gli occhi, e dapprima sputò soltanto. Ma dopo mezz'ora tornò nella stanza e chiese: «Ma la signora lo sa che Anna è così così?», e così dicendo oscillava la sua mano scura e grinzosa come una foglia di castagno su e giù davanti alla sua fronte. «Scema», fece la contadina, «certo che no!»

Note[modifica]

  1. Da Lettere di Natale alla madre, 1900-1925; citato in Aa.Vv., Pensieri di Natale, a cura di Luigi La Rosa, BUR, Milano, 2005, p. 46. ISBN 88-17-00896-6
  2. Da Lettera al dottor Heygrodt, 24 dicembre 1921.
  3. Citato in George Steiner, Una certa idea di Europa, traduzione di Oliviero Ponte di Pino, Garzanti, Milano, 2006, pp. 17 sgg. ISBN 88-11-59777-3: "La caratteristica dei capolavori è che ci interrogano, ci impongono di reagire. L'antico busto di Apollo nel celebre poema di Rilke ce lo dice in termini chiari: «Du sollst dein Leben ändern». («Devi cambiare vita.»)"
  4. Da Sonetti a Orfeo, Garzanti Libri, 2006.
  5. Da I quaderni di Malte Laurids Brigge, 1910.
  6. Da I quaderni di Malte Laurids Brigge; citato in Vincenzo Errante, Rilke: storia di un'anima e di una poesia, Sansoni, 1947.
  7. Da I sonetti a Orfeo – Cederna, traduzione di Raffaello Prati.
  8. Da Elegie duinesi, Prima Elegia.
  9. La contessa P.d.V. che era solita ospitare Rilke nei suoi soggiorni a Venezia. Cfr.Bambole, giocattoli e marionette, a cura di Leone Traverso, nota a p. 8.
  10. Da una lettera di Rilke alla contessa P.d.V. dell'11 febbraio 1914 da Parigi; citata da Leone Traverso nella prefazione di Rainer Maria Rilke, Charles Baudelaire e Heinrich von Kleist, Bambole, giocattoli e marionette, a cura di Leone Traverso, Passigli Editore, 1998, nota a pp. 8-9. ISBN 8836805779
  11. Citato in I luoghi dell'arte, vol. 1.
  12. Dalle Lettere.
  13. Da Lettere milanesi.
  14. Citato in Umberto Veronesi, L'ombra e la luce: La mia lotta contro il male, Einaudi, Torino, 2008, p. 83. ISBN 978-88-06-19501-0
  15. Da Liriche e prose, Sansoni.
  16. Dalla lettera a Lou Salomè, 3 novembre 1903.
  17. Quest'incipit si ispira probabilmente a una sentenza della Religio Medici (1642) di Thomas Browne: «Il mondo io lo considero un ospedale, non una locanda; un posto per morire, non per viverci».
  18. Da Lettera del 12 agosto 1904; in Lettere a un giovane poeta, traduzione di Leone Traverso, Adelphi, 1980, p. 55.
  19. a b Citato in Stefania Lapenta, Cézanne, I Classici dell'arte, Rizzoli - Skira, Milano, 2003, pp. 183-188 e frontespizio. ISBN 88-7624-186-8

Bibliografia[modifica]

Voci correlate[modifica]

Altri progetti[modifica]