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Isabella di Morra

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Isabella di Morra

Isabella di Morra (1520? – 1546), poetessa italiana.

Incipit di Rime[modifica]

I fieri assalti di crudel Fortuna
scrivo piangendo, e la mia verde etate;
me che 'n sí vili ed orride contrate
spendo il mio tempo senza loda alcuna.
Degno il sepolcro, se fu vil la cuna,
vo procacciando con le Muse amate;
e spero ritrovar qualche pietate
malgrado de la cieca aspra importuna,
e col favor de le sacrate Dive,
se non col corpo, almen con l'alma sciolta
essere in pregio a piú felice rive.

Citazioni su Isabella di Morra[modifica]

  • I versi, che Isabella di Morra scrisse, sono di carattere assai personale e privato, e non erano tali da circolare tra letterati e accademie [...] Sparsene le copie in Napoli, furono letti con pietà e ammirazione [...] Il nome d'Isabella di Morra rimase oscuramente raccomandato che nessuno dei contemporanei (salvo, nel secolo seguente, il nipote nella storia della famiglia) scrisse un ricordo di lei [...] Il carattere personale dei versi della Morra e il non vedervisi segno alcuno di esercitazione o bellurie letteraria formano la loro prima attrattiva. L'autrice possedeva certamente buoni studi, aveva letto poesie classiche e aveva pratica del verseggiare e della forma italiana; ma mise in opera questa abilità, acquistata con l'educazione e con la scuola, all'unico fine di dare qualche placamento o mitigazione al suo affanno e travaglio, e a questo fine la piegò e asservì del tutto. (Benedetto Croce)
  • L'interesse dei lettori moderni si rivolge con maggior simpatia ad altre voci più calde ed intense: per es. alle appassionate liriche che, da un selvaggio castello della sua Basilicata, dove la tenevan quasi prigioniera i feroci fratelli, che l'uccisero a ventisei anni, mandava fuori Isabella di Morra (1520-46), rime piene di gemiti e di grida di ribellione, di ansia di gloria e di desiderio d'amore, alienissime dalla retorica, se pur modulate anch'esse secondo un chiaro stampo letterario. (Natalino Sapegno)
  • Ogni verso di Isabella di Morra è un grido veemente d'un'anima straziata, e talora ci par quasi sentirne l'ululato che dai remoti burroni del Sinni si leva fino a noi, per gridare, benché tardi, vendetta. (Angelo De Gubernatis)
  • Si avverte nella Morra una cultura letteraria non volgare; ma quello che contraddistingue i suoi componimenti, più che il comune denominatore petrarchesco, è un'accorata meditazione sulla vita. È forse esagerato parlare per questo di originalità stilistica, ma è certo che nel breve canzoniere c'è qualcosa di più che la grezza testimonianza autobiografica, e se nella canzone alla Fortuna qualcuno ha riconosciuto accenti che fanno pensare al Tasso della canzone al Metauro, l'accostamento non sembra davvero gratuito. (Ettore Bonora)

Bibliografia[modifica]

  • Isabella Morra, Rime, a cura di Maria Antonietta Grignani, Salerno Editrice, Roma, 2000. ISBN 8884022983

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