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Isidoro Carini

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Isidoro Carini (1890)

Isidoro Carini (1843 – 1895), religioso, docente, storiografo e paleografo italiano.

Cesare Cantù. Educatore, storico, letterato

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  • Ma Fröbel coi suoi Giardini non riconosce nel bambino le qualità religioso-morali, che pur egli possiede, ed ha il torto di rendere l'educazione di lui puramente fisica e naturale. V'è del buono nel metodo intuitivo; ve n'è negli esercizi pratici di esso. Ma quel Dio vago ed impersonale di Fröbel può essere ugualmente il Giove de' pagani e l'Ente Supremo di Robespierre; non è certo il Dio del Cristianesimo cattolico. Quella preghiera del bambino fröbeliano, sia pure a mani giunte, ma non preceduta e non seguita dal segno della croce; non è la preghiera della madre cristiana. Bello ed affettuoso quel canto; ma non vi è cenno né del Dio creatore, né di Cristo redentore. (cap. III, p. 12)
  • [...] il romanticismo, fuori d'Italia, ed anche in Italia in qualche parte, non tardò a degenerare peggio assai che il classicismo. Alle favole greche furono ben presto surrogati miti nordici; si poetizzarono Ondine, Urì, Vampiri, Norme, Peri, Alfi e Spettri. I poeti e letterati della nuova scuola, sempre in traccia del fiore azzurro e del chiaro di luna, abbandonaronsi a tutti i languori della sentimentalità, non d'altro occupati che delle loro passioni e fantasie, astratti dietro suoni d'arte e chitarre perdentisi lontano nel vuoto. Colle novelle popolarono i cimiteri; colle romanze assordarono l'aria di gemiti e di lamenti. Fu tutta una pietà elegiaca e molle, una sensibilità quasi morbosa. Fu una morìa fatale di amanti e di amate, che spariscono tutti in sullo sbocciare della vita con accompagnamento di fantasmagorie spettrali e d'immaginazioni paurose. Divenute di moda le Notti di Young, le Tombe di Hervey, l'Elegia di Gray sopra un cimitero villereccio, i Piagnistei e i Furori d'Eloisa e di Abelardo, eccoti una folla di chiomati romantici scriver Notti, Meditazioni, Canti Notturni con una vaporosa indeterminatezza di pensieri e di espressioni, ripugnante all'indole italiana. (cap. III, p. 13)
  • Le benemerenze migliori della scuola romantica sono da riconoscere nell'avere risvegliato l'amore ai secoli di mezzo nel campo della storia. Quale differenza collo sdegno che, per influenza del filosofismo, ostentava per tali secoli la generazione che ci ha preceduto! [...]. Era il filosofismo volterriano, generato dai rancori e dagli odi settari, gallicani, giansenistici, parlamentari, che aveva fuorviato la seria e fruttuosa direzione impressa agli studi storici da' grandi eruditi, anteriori agli Enciclopedisti, agli occhi de' quali occorreva cancellare il medio-evo e i suoi grandi uomini dalla storia dell'incivilimento. Per questi fanatici i secoli di Gregorio VII, Alessandro III, Innocenzo III e Gregorio IX non ad altro aveano mirato, che a trar profitto dall'ignoranza e dalla superstizione de' popoli. Neppure Carlo Botta seppe dissimulare il suo sprezzo per le genuine fonti della storia, chiamandole, con affettata noncuranza, cronicacce di frati!! (Cap. V, p. 15)
  • Uno degli scrittori, la cui opera è stata più efficace nel dare agli studi storici il loro vero e luminoso indirizzo, è certamente Cesare Cantù, principe degli storici lombardi, fra i primi in Italia, ed uno degli ingegni più sintetici del secolo nostro. (cap. VI, p. 16)
  • Il Nostro [Cesare Cantù] intende a stabilire i fatti, e vagliarli con critica, per farci conoscere quello che è stato, non già quello che vorremmo noi. Se non sempre ha raggiunto siffatto scopo, se l'è almeno proposto, e vi è andato dietro amorosamente, il che gli sarà sempre di grande onore. Si può, senza dubbio, e si dee, in molte cose, dissentire da lui; ma convien pure riconoscere, ch'egli s'ispira sempre ad alti ideali, e considera la storia, meglio ancora che un'arte, un ministero civile, al quale niuno dovrebbe mai appressarsi, come il sacerdote all'altare, senza la purificazione. (cap. VI, p. 20)

L'Arcadia dal 1690 al 1890. Memorie storiche

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  • L'ab. Giuseppe Paolucci fu buon letterato, e di sodo ingegno; curò infatti la pregevole raccolta, che s'intitola Rime di Gabriele Chiabrera, in questa nuova edizione unite, accresciute e corrette [...]. Di siffatta ristampa, discreditata a torto da Mons. Fontanini, ma invece encomiata da Apostolo Zeno come più copiosa di tutte le precedenti, disposta con bell'ordine, e di buona correzione assistita, si valsero probabilmente i Vocabolaristi della Crusca. (vol. I, p. 13)
  • [...] [Giovanni Mario Crescimbeni] era, nel 1681, venuto in Roma da Macerata sua patria, e vi aveva trovato, pel suo amore agli studî e per l'indole tranquilla e buona, protezioni ed onori. Uomo di Chiesa, fu benemerito Arciprete di Santa Maria in Cosmedin. Poeta per forza, perché un letterato doveva a qualunque costo far versi, stampò nel 1695, in questa città, le sue Rime col nome arcadico di Cario Alfesibeo. Assai meglio però è raccomandata la fama di lui ai parecchi volumi, ricchi di squisita erudizione e di copiose notizie, che indefessamente pubblicò. (vol. I, pp. 17-18)
  • Dopo il Vesalio invero, che può considerarsi quasi il padre dell'anatomia moderna, la scienza non avea vantato nome più grande del suo. Eppure Marcello [Malpighi] non fu soltanto anatomico, ma altresì fisiologo, botanico, zoologo; vero fondatore dell'anatomia e fisiologia comparata, che da lui riceverono impulso prodigioso; sperimentatore grande, che esplorò gli organi delle piante, i visceri degli uomini, de' bruti, degli insetti, e non lasciò intentato alcun ramo della storia naturale. (vol. I, pp. 138-139)
  • Nei suoi libri, veri tesori di bellissime e recondite cose, [Malpighi] inalzò la divisa: Duce et Magistra Experentia. Perciò quel suo tornar continuo sugli argomenti già trattati e quelle scoperte feconde, che davano impulso ad altre scoperte. (vol. I, p. 139)
  • A lui [Malpighi] deve, in buona parte, la scienza il nuovo mondo de' piccoli esseri, in cui, coll'aiuto del microscopio, fu tra i primi a penetrare; né sbaglierebbe chi lo salutasse fondatore dell'anatomia microscopica, ed il più grande, forse, di tutti i patologi che abbia avuto il mondo. (vol. I, p. 139)
  • Mente vasta e perspicace, libero e vivace animo, indipendenza di giudizio, ma un po' sul fare del Telesio e del Campanella, spirito irrequieto, penetrante, avido di sapere, dottrina rara in fatto di filosofia, matematica, letteratura mostrò Lionardo di Capua [...]. (vol. I, p. 522)
  • In gioventù [Lionardo di Capua] verseggiò, come tutti allora facevano. Scrisse nientemeno che duemila sonetti amorosi, ma non sul fare del Marini, dell'Achillini e del Preti (allora tanto in voga) bensì secondo il dolce, e maestoso poetare del Petrarca, del Casa, del Guidiccioni, e di Angelo di Costanzo. Compose anche due tragedie Il Martirio di S. Tecla, e Il Martirio di S. Caterina; una favola boschereccia, ed alcune commedie in buon idioma toscano, e piene di sale plautino. Ma tutto andò perduto in occasione d'un suo viaggio da Bagnuolo[1] a Napoli, allo scopo di stamparvi le dette sue opere letterarie, e mentre traversava a cavallo la montagna detta Croci. I ladri di tutti i suoi manoscritti, e d'ogni altro aver suo spogliarono il giovine ansioso di gloria, e questi a più severi studî si converse, spezzando la cetra. (vol. I, pp. 522-523)
  • I buoni medici pratici, i clinici non offuscati da' bagliori de' sistemi non hanno mai inteso di fare del salasso l'assoluto rimedio antiflogistico; lo hanno bensì conservato per certe contingenze. Ed oggi la minutio sanguinis, cotanto oppugnata e vilipesa quale sussidio curativo, è risorta con le commendatizie della scuola esperimentale, colla sanzione della fisiologia e della patologia, ed anche come espediente nutritivo e riparatore. (vol. I, p. 525)

Note

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  1. Bagnoli.

Bibliografia

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Altri progetti

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