Juan Rodolfo Wilcock

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Juan Rodolfo Wilcock (1919 – 1978), poeta, scrittore, critico letterario e traduttore argentino naturalizzato italiano.

Citazioni di Juan Rodolfo Wilcock[modifica]

  • Ai tempi di Nixon la signora Rossana Rossanda sostenne, credo in una prefazione, che cultura è soltanto Marx e Lenin, e che tutto il resto che circola per scuole e università sotto quel nome, non è più cultura: quest'avvertenza era rivolta, mi pare, ai giovani. Nessun piromane del passato si era così vertiginosamente arrischiato a scagliare musica, pittura, scienza, Bibbia, Vedanta e tragedie di Shakespeare negli abissi cosmici della non cultura.[1]
  • Ciò che si fa "in gruppo" finisce col degradare; basta osservare nell'interno di una qualunque cattedrale o basilica importante quei gruppi di visitatori che, macchina fotografica a tracolla e guida in mano, ascoltano o fingono di ascoltare con espressione ebete le spiegazioni della guida (la quale sa di non interessare nessuno eppure si deve guadagnare il pane) davanti a qualche antichissima opera d'arte il cui senso purtroppo viene abbassato e persino cancellato da quel collettivo simulacro di attenzione.[2]
  • Come tutti gli artisti chiamati a operare in una società ostile, Mario Ricci si trova non a esercitare liberamente un mestiere, bensì a combattere una battaglia: obbligo nuovo che però risale all'ottocento. Ciò non accade perché la società sia corrotta: interamente corrotta era la Corte papale rinascimentale, come quasi ogni altra Corte, eppure gli artisti potevano servirle senza porsi problemi. Non accade nemmeno perché la società sia ingiusta: non si ricorda secolo, prima del settecento, in cui gli artisti, a differenza dei pensatori, fossero come adesso portati a legiferare o a porsi quesiti morali. Nel farlo, alla qualifica di artisti hanno ovviamente voluto aggiungere quella di pensatori; e poiché sempre c'è qualcosa da riformare, son diventati riformatori. Questo accade, ripeto, perché la società è ostile: non pare che l'artista sia mosso in origine, nel primo scatto che l'accosta all'arte, da un desiderio di dar battaglia, ma piuttosto dal desiderio di esercitare un'arte. Accolto da una società ostile, scopre che l'arte non si può esercitare senza combattere. Ecco un fenomeno, nella storia del mondo come la conosciamo, nuovo. La gente di teatro si è accorta per ultima di questa ostilità sociale che già colpiva i poeti e pittori romantici. Appunto perché indugiò tanto a prendere le armi, quando le prese, la ribellione si propagò velocemente. Venti anni fa, quando tutti i campi dell'arte erano stati già sovvertiti, sbrandellati e ricomposti, un teatro come quello di Ricci era ancora impensabile. Oggi, che si è visto di tutto, è ancora appena tollerato. La sua felicità verrà dal pubblico, non dalla critica: da parecchio tempo si osserva che i critici sbagliano quasi sempre e il pubblico molto meno. Ma in Italia ci sono molti critici e poco pubblico: abbia coraggio Mario Ricci.[3]
  • Di loro [i poveri] si occupano, certo gli intellettuali comunisti o filocomunisti; ma essendo questi, come pare dimostrato, servi mistici di un impero materiale, non possono considerarli se non sotto il loro aspetto di strumenti, oppure, come osserva Elsa Morante, d'ideali pastori di una brutta Arcadia operaia.[4]
  • Fausto Gianfranceschi è un ottimista, come siamo tutti quelli che scriviamo: altrimenti, perché scrivere? E una prova imperdonabile di disamore [...] sarebbe l'indifferenza verso quello che ci accade intorno e che ormai non possiamo ignorare.[5]
  • Gaeta nella notte sembra una costellazione, | una nave di luci con la prora sul mare nero | e sull'albero un faro che pulsa. È là | che siamo stati, su quella nave ferma nel buio.[6]
  • [...] il senso della storia divenne presto la vera malattia dell'intellettuale moderno, dove moderno vuol dire privo del senso della realtà. Questa consuetudine di considerare gli eventi, consecutivi nel tempo, nel loro ordine cronologico, quasi che formassero una catena logica di cause e di effetti, porta facilmente l'intellettuale ad assumere senza accorgersene un atteggiamento tra i più ridicoli e futili, quale è quello di predire l'avvenire. [...] Ma questa supposta scienza, non ha leggi né necessità né certezza; essa consiste nella scelta piuttosto arbitraria di particolari vistosi, tra una folla infinita di altri particolari, contemporanei ai primi, più o meno arbitrariamente trascurati.[7]
  • [...] il socialismo liberale non è una religione e senza religione l'uomo, che nasce nudo e muore nudo, si sente privo di protezione.[8]
  • Lo ascoltavano con interesse, con meraviglia, col rispetto che ispira il soprannaturale quando esce dal solito tran-tran del soprannaturale quotidiano.[9]
  • Per le strade, la folla variopinta ed eterogenea fa pensare a certe scene dell'Inferno, come se una maledizione l'avesse condannata a vagare senza sosta, a mangiare panini sotto gli archi medievali, a sedere sul piedistallo dei monumenti. Passano come greggi intontite e disperate, a volte guidate da qualche energico prete.[2]
  • Quanto le parole siano importanti a motivare i sentimenti, lo dimostra se non altro il disprezzo in cui sono tenuti in Europa i rettili; [...] Essendo questi animali nella loro immensa maggioranza non nocivi all'uomo, e da questi altrove persino adorati, resta da domandarsi se non sia la parola a precedere il sentimento; come in tempi più recenti si è visto tra noi il tentativo di bollare quale disprezzabile quella metà della popolazione che si trova a destra del centro ideale di gravità delle opinioni politiche, sulla base puramente di una definizione verbale imposta dall'alto.[10]

Citazioni su Juan Rodolfo Wilcock[modifica]

  • Da ragazzo ero allievo di Wilcock l'ingegnere-scrittore argentino che, per insegnarmi cos'è la scrittura, mi faceva leggere l'Aleph di Borges al contrario, un paragrafo alla volta. Wilcock mi prendeva affettuosamente in giro. Mi insegnava ad amare i cani e a fare i raggi X ai luoghi comuni. Disprezzava la psicologia ma poi aveva una finezza di ascolto da grande psicanalista. Una volta mi disse: «Sai che mi ha detto oggi tua madre al telefono: "Signor Wilcock, sono preoccupata: mio figlio è a letto con l'influenza e non mi mangia." Tu lo capisci in che guaio ti trovi? Lei vuole che te la porti al letto e te la mangi!» L'ironia di Wilcock era pari a quella di Flaiano. Come il suo surrealismo. Poteva sembrare amaro ma in realtà era un uomo buonissimo. (Ottavio Rosati)
  • Non si saprebbe come incasellare la sua ironia, così discreta, quasi sotterranea ma pronta a venire a un tratto alla luce, senza schiocchi, con finezza. Un'ironia che si affida non al nonsenso o all'analogia brillante, ma al delicato puntiglio col quale lo scrittore si diverte, o più spesso si amareggia, a smascherare i luoghi comuni della ragione, soprattutto di quella che, in malafede o comunque a torto, ama definirsi scientifica. (Fausto Gianfranceschi)

Note[modifica]

  1. Da Prestigio del buio, Il Tempo, 13 agosto 1976.
  2. a b Da Turismo di massa, Tempo Presente, settembre/ottobre 1959, pp. 780-781.
  3. Da Atti dello psicodramma di Ottavio Rosati, Ubaldini, Roma, 1975 su Plays.it
  4. Da I poveri non esistono, Tempo Presente, dicembre 1958, p. 991.
  5. Da Immagini di "Belcastro", Il Tempo, 24 maggio 1975.
  6. A Livio, Poesie inedite, in Poesie, Adelphi, Milano, 19963, p. 149. ISBN 88-459-0425-3
  7. Da Storia e realtà, Il Tempo, 26 gennaio 1976.
  8. Da Il terribile giuramenteo della signorina di Russell, Il Tempo, 10 maggio 1975.
  9. Da La sinagoga degli iconoclasti, Adelphi, Milano, 2014, p. 37.
  10. Da Draghi e serpenti, Il Tempo, 22 gennaio 1977.

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