Elsa Morante

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Elsa Morante nel suo appartamento a Roma con due gatti

Elsa Morante (1912 – 1985), scrittrice, saggista, poetessa e traduttrice italiana.

Citazioni di Elsa Morante[modifica]

  • Auguri di buon lavoro, caro Bilenchi, e di scrivere presto qualcosa di così bello come La siccità. Non potrei dirle qualcosa di più bello, perché davvero mi pare difficile. Voglio dire, Lei potrà raccontare molte altre cose, ma in questo libro possiede il senso ideale di come le cose vanno raccontate. Se il mio entusiasmo per questo libro Le potesse venire significato in modo tangibile, Lei si troverebbe addirittura in mezzo a un teatro, fra migliaia di applausi.[1]
  • Che il segreto dell'arte sia qui? Ricordare come l'opera si è vista in uno stato di sogno, ridirla come si è vista, cercare soprattutto di ricordare. Ché forse tutto l'inventare è ricordare.[2]
  • Grande civiltà di Napoli: la città più civile del mondo. La vera regina delle città, la più signorile, la più nobile. La sola vera metropoli italiana.[3]
  • Lodiamo tutta la multiforme nazione dei nostri compagni animali, questo circo angelico in cui l'uomo può riconoscere, a testimonianza del suo rango perduto, la nobile infanzia dell'Eden.[4]
  • Napoli è tante cose, e molti sono i motivi per cui la si può amare o meno, ma soprattutto Napoli è una grande capitale, ed ha una stupefacente capacità di resistere alla paccottiglia kitsch da cui è oberata, una straordinaria possibilità di essere continuamente altro rispetto agli insopportabili stereotipi che la affliggono.[3]
  • Solo chi ama conosce. Povero chi non ama![5]
  • [Su Simone Weil] Sorelluccia inviolata | ultima colomba dei diluvi stroncata | bellezza del Cantico dei Cantici camuffata in quei tuoi buffi occhiali da scolara miope.[6]
  • Una delle possibili definizioni giuste di scrittore, per me sarebbe addirittura la seguente: un uomo a cui sta a cuore tutto quanto accade, fuorché la letteratura.[7]

Aracoeli[modifica]

Incipit[modifica]

Mia madre era andalusa. Per caso, i suoi genitori portavano, di nascita, l'uno e l'altra, il medesimo cognome MUÑOZ: così che lei, secondo l'uso spagnolo, portava il doppio cognome Muñoz Muñoz. Di suo nome di battesimo, si chiamava Aracoeli.

Citazioni[modifica]

  • E allora mi sono guardato negli occhi. Raramente ci si guarda, con se stessi, negli occhi, e pare che in certi casi questo valga per un esercizio estremo. Dicono che, immergendosi allo specchio nei propri occhi – con attenzione cruciale e al tempo stesso con abbandono – si arrivi a distinguere finalmente in fondo alla pupilla l'ultimo Altro, anzi l'unico e vero Sestesso, il centro di ogni esistenza e della nostra, insomma quel punto che avrebbe nome Dio. Invece, nello stagno acquoso dei miei occhi, io non ho scorto altro che la piccola ombra diluita (quasi naufraga) di quel solito niño tardivo che vegeta segregato dentro di me. Sempre il medesimo, con la sua domanda d'amore ormai scaduta e inservibile, ma ostinata fino all'indecenza.
  • È strano come l'ETERNITÀ si lasci captare piuttosto in un segmento effimero che in una continuità estesa.

L'isola di Arturo[modifica]

Incipit[modifica]

Uno dei miei primi vanti era stato il mio nome. Avevo presto imparato (fu lui, mi sembra, il primo a informarmene), che Arturo è una stella: la luce piú rapida e radiosa della figura di Boote, nel cielo boreale! E che inoltre questo nome fu portato pure da un re dell'antichità, comandante a una schiera di fedeli: i quali erano tutti eroi, come il loro re stesso, e dal loro re trattati alla pari, come fratelli.

Citazioni[modifica]

  • Ma mi sarei vergognato di inginocchiarmi, o di fare altre simili cerimonie, o di pregare, anche solo col pensiero: quasi davvero io potessi credere che quella era la casa di Dio, e che Dio è in comunicazione con noi, seppure esiste! (I, Le certezze assolute)
  • La loro sola speranza, era di diventare le spose d'un eroe: di servirlo, di stemmarsi del suo nome, di essere la sua proprietà indivisa, che tutti rispettano; e di avere un bel figlio da lui, somigliante al padre. (I, Donne)
  • Mio padre non scriveva mai lettere, non faceva mai sapere sue notizie, né mandava nessun saluto. Ed era favolosa per me la certezza che pure egli esisteva, e che ogni istante da me vissuto a Procida, lo viveva lui pure in chi sa quale paesaggio, in chi sa quale stanza, fra compagni stranieri che io consideravo gloriosi e beati solo perché stavano con lui (non dubitavo, difatti, che la frequentazione di mio padre fosse il titolo di aristocrazia più ambito per tutte le società umane). (I, Attese e ritorni)
  • [...] è meglio non viziare troppo il prossimo e mandarlo ogni tanto all'inferno, altrimenti, sarebbe la fine! la nostra vita andrebbe avanti pesantemente, come un barcone carico di zavorra, e ci porterebbe a fondo a morire asfissiati... (Wilhelm: I, Altre notizie dell'Amalfitano; p. 62)
  • [...] il lavoro non è per gli uomini, è per i ciucciarelli. Anche una fatica, magari, può dar gusto qualche volta, purché non sia un lavoro. Una fatica oziosa può riuscire utile e simpatica, ma il lavoro, invece, è una cosa inutile, e mortifica la fantasia. (l'Amalfitano: I, Un sogno dell'Amalfitano; p. 65)
  • Ma vivere senza nessun mestiere è la miglior cosa: magari accontentarsi di mangiare pane solo, purché non sia guadagnato. (l'Amalfitano: I, Un sogno dell'Amalfitano; p. 65)
  • A uno non basta la contentezza di essere un valoroso, se tutti quanti gli altri non sono uguali a lui, e non si può fare amicizia. Il giorno che ogni uomo avrà il cuore valoroso e pieno d'onore, come un vero re, tutte le antipatie saranno buttate a mare. E la gente non saprà piú che farsene, allora, dei re. Perché ogni uomo, sarà re di se stesso. !! (Arturo: II, Gli eccellenti Condottieri; p. 115)
  • Beh, il primo pensiero, il massimo di tutti, è questo: Non bisogna importarsene della morte! (Arturo: II, Gli eccellenti Condottieri; p. 117)
  • Impara: il sacrificio è la sola, vera perversione umana. (Wilhelm: III, Contro le madri (e le femmine in genere); p. 143)
  • Almeno dalle altre femmine, uno può salvarsi, può scoraggiare il loro amore; ma dalla madre, chi ti salva? (Wilhelm: III, Contro le madri (e le femmine in genere); p. 143)
  • Ah, è un inferno essere amati da chi non ama né la felicità, né la vita, né se stesso, ma soltanto te! (Wilhelm: III, Contro le madri (e le femmine in genere); p. 143)
  • L'amore vero è cosí: non ha nessuno scopo e nessuna ragione, e non si sottomette a nessun potere fuorché alla grazia umana. (Wilhelm: III, Contro le madri (e le femmine in genere); p. 147)
  • Una speranza, a volte, indebolisce le coscienze, come un vizio. (VI, Reggia di Mida; p. 269)
  • Però il suo pensiero non è giusto: perché io non sono ragazza, sono vedova, e una vedova, seppure s'incontra con qualcuno, non fa tanto peccato come una ragazza: meno assai! (Assunta: VI, Scenata di donne)
  • E cosí in eterno ogni perla del mare ricopia la prima perla, e ogni rosa ricopia la prima rosa. (VII, Perle e rose convenzionali; p. 301)
  • Spesso certi nostri affetti, che presumiamo magnifici, addirittura sovrumani, sono, in realtà, insipidi; solo un'amarezza terrestre, magari atroce, può, come il sale, suscitare il sapore misterioso della loro profonda mescolanza! Per tutta la mia infanzia e fanciullezza, io avevo creduto di amare W. G.; e forse m'ingannavo. Soltanto adesso, forse, incominciavo ad amarlo. Mi accadeva qualcosa di sorprendente, che certo in passato non avrei potuto credere, se me l'avessero predetta: W. G. mi faceva compassione. (VIII, Ombra odiata; p. 322)
  • E immediatamente mi rendevo conto che in realtà non c'era stato nulla, né frastuoni né terremoti; era il dolore, che usava quegli artifici maligni per tenermi sveglio e non lasciarmi mai. Esso non mi lasciò mai, difatti, per tutta la giornata! Era la prima volta, da quando vivevo, che conoscevo veramente il dolore. (VIII, Il 5 dicembre)
  • La speranza, tuttavia, s'era annidata ormai dentro di me come un parassita, che non lascia volentieri il suo nido. (VIII, Il 5 dicembre)
  • Forse, la nostra natura ci porta a considerare i giochi dell'imprevisto piú vani e arbitrari, troppo, di quel che sono. Cosí, ogni volta, per esempio, che in un racconto, o in un poema, l'imprevisto sembra giocare d'accordo con qualche segreta intenzione della sorte, noi volentieri accusiamo lo scrittore di vizio romanzesco. E, nella vita, certi avvenimenti imprevisti, per se stessi naturali e semplici, ci appaiono, per la nostra disposizione del momento, straordinari o addirittura soprannaturali. (VIII, Lo spillone fatato; pp. 364-5)
  • In sostanza, io conoscevo la storia fino dai tempi degli antichi egiziani, e le vite degli eccellenti condottieri, e le battaglie di tutti i passati secoli. Ma dell'epoca contemporanea, non sapevo nulla. Anche quei pochi segnali dell'epoca presente che arrivavano all'isola, io li avevo appena intravisti senza nessuna attenzione. Non m'aveva incuriosito mai, l'attualità. Come fosse tutto cronaca ordinaria da giornali, fuori della Storia fantastica, e delle Certezze Assolute. (VIII, Lo spillone fatato; p. 367)

Explicit[modifica]

E rimasi col viso sul braccio, quasi in un malore senza nessun pensiero, finché Silvestro mi scosse con delicatezza, e mi disse:
– Arturo, su, puoi svegliarti.
Intorno alla nostra nave, la marina era tutta uniforme, sconfinata come un oceano. L'isola non si vedeva piú.

Citazioni su L'isola di Arturo[modifica]

  • L'isola di Arturo ha ormai cinquantatré anni e nemmeno una ruga: il tempo, quello che invecchia i libri alla moda, sembra non aver sfiorato questo romanzo nutrito di fantasie, sogni e misteri tali da far pensare a un racconto avventuroso d'altra epoca. (Antonio Debenedetti)
  • La sola ragione che ho avuta (di cui fossi consapevole) nel mettermi a raccontare la vita di Arturo, è stata (non rida) il mio antico e inguaribile desiderio di essere un ragazzo. (Elsa Morante)[8]

La Storia[modifica]

Incipit[modifica]

Un giorno di gennaio dell'anno 1941, un soldato tedesco di passaggio, godendo di un pomeriggio di libertà, si trovava, solo, a girovagare nel quartiere di San Lorenzo, a Roma. Erano circa le due del dopopranzo, e a quell'ora, come d'uso, poca gente circolava per le strade.

Citazioni[modifica]

.....19**[modifica]

  • Le libertà non vengono date. Si prendono. (Giuseppe Ramundo, citando Kropotkin: II; 1974, p. 25)

.....1944[modifica]

  • La camera a gas è l'unico punto di carità, nel campo di concentramento. (II; 1974, p. 312)
  • Il Potere, spiegava [Davide Segre] a Santina, è degradante per chi lo subisce, per chi lo esercita e per chi lo amministra! Il Potere è la lebbra del mondo! E la faccia umana, che guarda in alto e dovrebbe rispecchiare lo splendore dei cieli, tutte le facce umane invece dalla prima all'ultima sono deturpate da una simile fisionomia lebbrosa! Una pietra, un chilo di merda saranno sempre più rispettabili di un uomo, finché il genere umano sarà impestato dal Potere… (IV; 1974, p. 359)
  • Ma il freddo e l'acqua diaccia che procurano i geloni, la canicola che affatica e fa sudare, l'ospedale e la prigione, la guerra e i coprifuochi; gli alleati che pagano bene e il magnaccia giovane che la mena e le piglia tutti i guadagni; e questo bel ragazzo che si sbronza volentieri e parla e si sbraccia e dà calci: e nel letto la massacra, però è bravo, giacché poi le riversa ogni volta fino agli ultimi soldi delle sue tasche; tutti i beni e tutti i mali: la fame che fa cadere i denti, la bruttezza, lo sfruttamento, la ricchezza e la povertà, l'ignoranza e la stupidità… per Santina non sono né giustizia né ingiustizia. Sono semplici necessità infallibili, delle quali non è data ragione. Essa le accetta perché succedono, e le subisce senza nessun sospetto, come una conseguenza naturale dell'esser nati. (IV; 1974, p. 359)

.....1946[modifica]

  • L'umanità, per propria natura, tende a darsi una spiegazione del mondo, nel quale è nata. E questa è la sua distinzione dalle altre specie. Ogni individuo, pure il meno intelligente e l'infimo dei paria, fino da bambino si dà una qualche spiegazione del mondo. E in quella si adatta a vivere. E senza di quella, cadrebbe nella pazzia. (IV; 1974, p. 429)

.....1947[modifica]

  • La natura è di tutti i viventi… era nata libera, aperta, e LORO l'hanno compressa e anchilosata per farsela entrare nelle loro tasche. Hanno trasformato il lavoro degli altri in titoli di borsa, e i campi della terra in rendite, e tutti i valori reali della vita umana, l'arte, l'amore, l'amicizia, in merci da comprare e intascare. I loro Stati sono delle banche di strozzinaggio, che investono il prezzo del lavoro e della coscienza altrui nei loro sporchi affari: fabbriche d'armi e di immondezza, intrallazzi rapine guerre omicide! Le loro fabbriche di beni sono dei lager maledetti di schiavi, a servizio dei loro profitti… Tutti i loro valori sono falsi, essi campano di surrogati… E gli Altri… Ma si può ancora credere in altri da contrapporre a LORO? Forse le LORO falsificazioni resteranno l'unico materiale della Storia futura. È qui forse il punto cruciale d'inversione senza rimedio, dove i calcolatori scientifici della Storia, anche i migliori, purtroppo, hanno sbagliato il conto (la prognosi infausta del Potere, si capisce, viene rimossa da chi, dentro il pugno chiuso della rivoluzione, nasconde la stessa piaga infetta del Potere, negandone la malignità)! Si diagnosticava il male borghese come sintomatico di una classe (e dunque, soppressa la classe, guarito il male)! mentre invece il male borghese è la degenerazione cruciale, eruttiva, dell'eterna piaga maligna che infetta la Storia… è un'epidemia de pestilensia… E la borghesia segue la tattica della terra bruciata. Prima di cedere il potere, avrà impestato tutta la terra, corrotto la coscienza totale fino al midollo. E così, per la felicità non c'è più speransa. Ogni rivoluzione è già persa! (Davide Segre: VI; 1974, p. 576)
  • Erano dei ciechi, guidati da ciechi e alla guida di altri ciechi, e non se ne accorgevano… Si ritenevano dei giusti – in perfetta buona fede! – e nessuno li smentiva in questo loro abbaglio. (VI; 1974, p. 581)
  • Gli animali, come tutti i paria, sono talora ispirati da un genio quasi divino...
  • La Storia, si capisce, è tutta un'oscenità fino dal principio.
  • Si sa che la fabbrica dei sogni spesso interra le sue fondamenta fra i tritumi della veglia o del passato.

Menzogna e sortilegio[modifica]

Incipit[modifica]

Sono già due mesi che la mia madre adottiva, la mia sola amica e protettrice, è morta. Quando, rimasta orfana dei miei genitori, fui da lei raccolta e adottata, entravo appena nella fanciullezza; da allora (piú di quindici anni fa), avevamo sempre vissuto insieme.

Citazioni[modifica]

  • Chi fugge per amore non può trovar quiete nella solitudine.

Citazioni su Elsa Morante[modifica]

  • A un certo punto Moravia cominciò a portare a casa di mio padre Elsa Morante. Non era bella, ma curiosa, intrigante. Aveva una singolare voce acuta, i denti davanti molto aperti; ricordava non saprei quale animale. Ci feci amicizia dopo che si sposarono, e vennero da noi parecchie volte. Ci vedemmo meno quando io ebbi i bambini, e poi fu la guerra a dividerci. Mi piacevano i suoi romanzi, molto più di quelli di Moravia, ma come persona apprezzavo di più lui. (Suso Cecchi D'Amico)
  • Era il mio punto di riferimento, coi suoi begli occhi miopi che tradivano i sentimenti, musicai una sua poesia d' amore, Alibi, purtroppo litigammo e lei era radicale in questi "divorzi". (Hans Werner Henze)
  • Insieme a Eduardo, progettammo all'epoca un film da La serata a Colono, il capolavoro della Morante, vertice della poesia italiana del Novecento. Sorbendo il tè nel suo attico al centro, Elsa ci sollecitava a realizzarlo, ritenendoci gli unici in grado di farlo. Testimone allora Carlo Cecchi, che fu vicino alla Morante nei giorni estremi del coma. Ricoverata in questa clinica da quattro soldi, senza più l'uso delle gambe, in miseria, dimenticata da tutti. Aveva rifiutato anche il televisore. Voleva restare lucida sino in fondo. Non so bene se e cosa Moravia abbia fatto per Elsa. L'unica cosa che ho sempre rinfacciato ad Alberto è di non aver saputo impedire quello scempio vano delle collette pubbliche e degli appelli umanitari nei giornali. (Carmelo Bene)

Note[modifica]

  1. Citato in Paolo Di Stefano, L'eredità negata di Romano Bilenchi, Corriere della Sera, 22 ottobre 2009.
  2. Roma, 23 gennaio 1938. Da Diario 1938, a cura di Alba Andreini, Einaudi, Torino.
  3. a b Citato in laltrosud.it.
  4. Da Il Paradiso terrestre, Il Mondo, 30 dicembre 1950, p. 9; citato nella postfazione di Angela Borghesi ad Anna Maria Ortese, Le piccole persone, Adelphi, Milano, 2016, p. 267. ISBN 978-88-459-3070-6
  5. Da Alibi, Longanesi, Milano.
  6. Citato in Gabriella Fiori, Simone Weil. Biografia di un pensiero, Garzanti, Milano, 2006, seconda di copertina. ISBN 88-11-68044-1
  7. Da Pro o contro la bomba atomica e altri scritti, Adelphi, Milano, 1987.
  8. Citato in Antonio Debenedetti, La Procida di Elsa Morante non invecchia, Corriere della Sera, 7 febbraio 2010.

Bibliografia[modifica]

  • Elsa Morante, Aracoeli, Einaudi, Torino, 1982.
  • Elsa Morante, L'isola di Arturo, Einaudi, Torino, 2004. ISBN 88-06-13838-3
  • Elsa Morante, La Storia, Einaudi, Torino, 1974. ISBN 88-06-13665-8
  • Elsa Morante, Menzogna e sortilegio, Einaudi, Torino, 1975.

Voci correlate[modifica]

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Opere[modifica]