Khaled Fouad Allam

Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.
Jump to navigation Jump to search

Khaled Fouad Allam (1955 – 2015), sociologo e politico algerino naturalizzato italiano.

Citazioni di Khaled Fouad Allam[modifica]

  • Il processo a Saddam Hussein e la sua condanna a morte non sortiscono lo stesso effetto di quello a Ceausescu, non solo perché i contesti storico-politici sono differenti, ma perché nel caso iracheno manca un attore fondamentale in ogni evoluzione storica: la società civile, che nei paesi dell'est è riuscita in molti casi a riappropriarsi del proprio destino. Nel mondo arabo la società civile esiste ma è debole, perché legata a strutture che ne impediscono una reale autonomia. è difficile parlare di opinioni pubbliche arabe come si intendono in Occidente, in quanto la società civile non è aperta; essa reagisce sempre in funzione dei suoi legami - la famiglia, il luogo d'origine, l'appartenenza politica - ma soprattutto in funzione del peso della realtà comunitaria, che le impedisce di autonomizzarsi. La reazione al processo e alla condanna a morte di Saddam Hussein è subordinata a un certo immaginario collettivo del mondo arabo, che reagisce a seconda della sensazione di considerarsi i vincitori o i perdenti della storia. Ma esiste un altro elemento che nel caso specifico del processo a Saddam tende a diminuire il possibile effetto di quella decisione: opinione molto diffusa nel mondo arabo, collegata a un anti-americanismo diffuso, è che il rovesciamento del regime di Saddam sia il risultato di una "rivoluzione per delega": tutt'altro scenario della rivoluzione contro Ceausescu.[1]
  • I cannoni entrati a Bagdad non hanno solo spezzato e cancellato un regime, un potere, un'ideologia, ma hanno rovesciato l'equilibrio tradizionale di una società; certo, sono stati mandati via un dittatore e la sua équipe, si è senza dubbio liberata una società: ma tutt'a un tratto le tradizionali élite sunnite, quelle che per secoli avevano definito culturalmente questo angolo del mondo, si trovano ai margini della storia, e vi rimarranno. La prima conseguenza della guerra sarà infatti l'introduzione del voto maggioritario, poiché è in nome della democrazia che questa guerra si è fatta: essendo gli sciiti maggioranza nel paese, per la prima volta nella storia saranno soprattutto loro ad accedere al potere. Il risultato è che la strategia terroristica in atto, che vede l'alleanza fra radicalismo islamico e nazionalisti arabi, tende a impedire, costi quel che costi, l'ascesa al potere degli sciiti, considerata un'offesa della storia.[2]
  • A noi sunniti hanno insegnato che lo sciismo è il lato irrazionale dell'islam; che loro sono nell'errore, noi nella verità. Da questa divisione l'islam non si è mai liberato.[3]
  • L'Iran non è ciò che comunemente si crede in Occidente. E gli iraniani amano il loro Paese. Ho visto molti sorrisi, sono rare le persone dallo sguardo cupo. Si vuole vivere normalmente, semplicemente; anche se la ritualità rivoluzionaria condiziona ancora per alcuni versi i comportamenti, si cerca di inventare una normalità. Ho visto ragazze e ragazzi lanciarsi sguardi dolci, ed è commovente vederli nelle strade o nelle tea-room non abbracciarsi o tenersi per mano come si fa in Occidente - ciò che la morale rivoluzionaria impedisce - ma limitarsi a sfiorare delicatamente le dita della mano dell'innamorato.[3]
  • Paradossalmente non è la questione curda che oggi definisce una linea di frattura nello scenario iracheno, bensì la questione sciita, e ciò avviene per diversi motivi: i curdi sono definiti territorialmente, e hanno già avviato un processo di democratizzazione nella no-fly zone; la decisione turca di non inviare per il momento truppe in Iraq è significativa in proposito. Per gli sciiti la questione è più complessa: non sono definiti territorialmente, la loro identità è confessionale e non etnica come nel caso dei curdi, e inoltre una parte degli sciiti ha un doppio punto di riferimento: Bagdad e Teheran. Non si scordi che l'ayatollah al Hakim, assassinato nel settembre scorso, tornava da un esilio in Iran. Perciò gli sciiti costituiscono la vera incognita: quale tipo di sciismo avremo in Iraq, quello rivoluzionario o quello democratico? Vi saranno tentazioni di egemonia regionale da parte di Teheran? E in questo scenario, quale sarà la futura reazione della Turchia, che pure ha dato finora prova di grande saggezza? Perché in realtà queste geografie nascondono un antico conflitto mai sopito: quello della grande rottura (fitna) fra sciiti e sunniti.[2]
  • Per i taliban il mondo sufi rappresenta l'avversario per eccellenza, da combattere ed eliminare, forse perché l'islam mistico contiene in sé l'alternativa all'islam politico.[4]
  • I taliban sono il prodotto dell'odierna frattura fra un islam totalizzante e un islam aperto. Essi hanno trovato nel wahabismo della madrassa di Deoband, fondata a Nuova Delhi alla fine dell'800, il loro punto di partenza ideologico, per farlo diventare in seguito l'ideologia dei Pashtun, oltre 12 milioni di persone divise fra Afghanistan e Pakistan. Perché proprio i Pashtun, e non un'altra tribù, si sono fatti portatori del wahabismo in quell'area? Perché è l'unica tribù che rivendica una genealogia araba: Wazir, uno dei loro antenati che dà il nome alla provincia del Waziristan, era originario dalla penisola arabica. Il wahabismo, nato in contesto arabo, ha funzionato da collante per gran parte di quella tribù. Al Qaeda ha capito bene che il fenomeno taliban poteva diventare un esperimento politico, un laboratorio cui l'islam politico poteva attingere, per trascinare con sé l'intero mondo musulmano. È dunque una battaglia di significati quella che si sta svolgendo in Afghanistan; e dal suo esito dipenderanno le sorti di gran parte del mondo musulmano.[4]

Da Un paese intrappolato tra Occidente e Salafiti

la Repubblica, 2 agosto 2005.

  • L'Arabia Saudita appare indecifrabile, confusa tra l'importanza della componente tribale, la sua ideologia puritana, il wahabismo e la forte contestazione interna contro la presenza occidentale e i simboli dell'Occidente: solo attraverso la storia si può capire come è nato questo regno all'alba del XX secolo.
  • All'inizio del XX secolo il processo di formazione dello stato moderno provocò una duplice frattura: una frattura fra i religiosi e i principi, e una frattura nel sistema di alleanze fra tribù; la nascita dello stato moderno saudita nel 1932 è il risultato di questa duplice contraddizione. Sebbene la storia ufficiale abbia sempre minimizzato l' emarginazione dei religiosi, l'esplosione della contestazione islamista in Arabia Saudita è il risultato d'una loro lenta emarginazione; anche se il wahabismo è stato eretto a dottrina dello Stato, i religiosi affermano che il regime non s'ispira totalmente all'Islam ma è un regime occidentalizzato, che s'allontana dall'ortodossia.
  • L'Arabia Saudita è un paese a struttura tribale-dinastica: la famiglia reale conta oltre 3mila fra principi e principesse, che occupano i principali posti sia nell'amministrazione pubblica che nel privato: ciò fa sì che non esista un'effettiva distinzione fra pubblico e privato; gli equilibri sono gestiti ancora secondo i tradizionali rapporti tra gruppi e clan.
  • L'Arabia Saudita è un mondo doppio, ed è un mondo chiuso: tutto si svolge all'interno delle case, oppure all'estero; non esistono divertimenti pubblici, ma esiste una polizia del culto; il paese non è retto da una Costituzione, ma dal Corano, dalla tradizione profetica, e da un' assemblea consiliare (Maglis al-Shura). Nel corso degli ultimi 25 anni il paese s'è occidentalizzato, dando nascita a una cultura ambigua, che accetta l'Occidente nella sua modernità tecnologica, nei comportamenti sociali di facciata, ma sostanzialmente chiusa alla trasformazione sociale. Il risultato è che il regime è stato superato dalla contestazione sul versante della sua stessa ortodossia wahabita che era stata eretta a dottrina di Stato: una contestazione che rivendica una visione ancor più puritana dell'Islam, la contestazione salafita, (da salaf, che rimanda alla nozione dei primi pii, i primi puri).
  • Oggi il paese si trova intrappolato fra la contestazione salafista e il mondo occidentale che gli chiede maggiore democrazia: sembra la quadratura del cerchio. Una situazione delicata e pericolosa, perché dove passa il petrolio, passano gli equilibri del pianeta.

Note[modifica]

  1. Da Il rischio di farne un martire eroe dell'islamo-nazionalismo, la Repubblica, 6 novembre 2006.
  2. a b Da La lotta per il potere tra due nazionalismi, la Repubblica, 13 novembre 2003.
  3. a b Da Nei boulevard di Teheran nessuno pensa più alla rivoluzione, la Repubblica, 17 giugno 2005.
  4. a b Da L'Afghanistan patria dell'orrore, la Repubblica, 11 aprile 2007.

Altri progetti[modifica]