Khaled Hosseini

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Khaled Hosseini

Khaled Hosseini (1965 – vivente), scrittore e medico afghano.

Citazioni di Khaled Hosseini[modifica]

  • È solo la disperazione, l'assoluta mancanza di alternative che costringe un padre e una madre a mettere i propri figli nelle mani dei trafficanti, a farli salire su una barca sapendo che il rischio di morire è altissimo. È l'ultima chance che hanno. Non vengono qui per vivere nel lusso europeo o per rubare il lavoro. Vengono qui per dare un futuro ai loro figli.[1]

Da Intervista a Khaled Hosseini, autore de Il Cacciatore di Aquiloni e Mille Splendidi Soli

Intervista di Katia Cerratti, Newscinema.it, 29 marzo 2012

  • I rifugiati che ho incontrato non chiedevano l’elemosina. Erano persone tenaci e intraprendenti che lavoravano duramente e desideravano ricostruire il loro paese lasciandosi l’oscuro passato alle spalle. Chiedevano soltanto di potere accedere ad alcune risorse di base, prime fra tutte un alloggio e un’istruzione, in modo da poter lavorare per realizzare sogni e speranze. L’obiettivo della mia fondazione è quello di fornire ai gruppi più deboli in Afghanistan, donne, bambini e rifugiati, la possibilità di fare proprio questo. So che, fornendo loro alloggio e accesso all’istruzione, diamo loro la sensazione di poter gestire la loro vita e permettiamo loro di cominciare a ricostruire il loro paese a pezzi.
  • La realtà è che gli Afghani sono ancora disperatamente dipendenti dal sostegno della comunità internazionale per la loro sopravvivenza.
  • Non ero lì per la guerra contro i sovietici, per la lotta dei mujahedeen o per i talebani. Non avevo perso gli arti a causa delle mine e non dovevo vivere in un campo profughi. Nel mio ritorno c’è stato certamente un senso di colpa per essere sopravvissuto. Da un lato, ho sentito che quel posto mi apparteneva, tutti parlavano la mia lingua e condividevano la mia cultura. Dall’altro, mi sentivo come un estraneo, un estraneo molto fortunato, ma comunque un estraneo. Naturalmente molte cose erano cambiate in Afghanistan da quando ci vivevo io da ragazzo. Gran parte di Kabul, dove sono cresciuto, era stata abbandonata o distrutta. C’è un numero impressionante di vedove, orfani e persone che hanno perso gli arti a causa delle mine e delle bombe. E naturalmente c’è un numero enorme di profughi senzatetto. Vi è anche una grande varietà di armi e ho rilevato una cultura delle armi a Kabul, cosa che non mi ricordo affatto dal 1970. Ma la cosa più sorprendente per me è stata che, nonostante le atrocità, le indicibili brutalità e le difficoltà, gli Afghani hanno sopportato, non hanno perso la loro umiltà, la loro grazia, la loro ospitalità, e il loro senso della speranza. Me ne sono andato molto impressionato dalla loro capacità di resistere. Io certamente spero di tornare ancora lì, ma al momento non ci sono piani concreti per farlo.
  • Il cacciatore di aquiloni è iniziato come un breve racconto che ho scritto dopo aver sentito che il volo degli aquiloni era stato vietato in Afghanistan dai Talebani. Quella storia è rimasta su uno scaffale nel mio garage per un bel po’, finché mia moglie mi ha convinto che poteva essere la base di un romanzo in grado di dare un volto umano all’Afghanistan. Mai mi sarei aspettato che il libro potesse avere tanto successo e la cosa più gratificante di questo successo è che molte persone in tutto il mondo sono venute a sapere di più sull’Afghanistan rispetto a quello che si legge sui giornali o si vede nei notiziari.
  • Nella primavera del 2003, sono andato in Afghanistan e ho parlato a molte donne a Kabul. Le loro storie di vita erano veramente strazianti. Per esempio, una donna, madre di sei figli, mi ha detto che suo marito, un vigile urbano, guadagnava 40 $ al mese ma non veniva pagato da sei mesi. Aveva preso soldi in prestito da amici e parenti per sopravvivere, ma dal momento che non riusciva a restituirli, avevano smesso di prestarglieli. E così, ogni giorno inviava i suoi figli in diverse zone di Kabul a chiedere l’elemosina agli angoli delle strade. Ho parlato con un’altra donna che mi ha detto che una sua vicina vedova, di fronte alla prospettiva di morire di fame, ha dato da mangiare ai suoi figli le briciole di pane che erano in mezzo al veleno per topi e poi le ha mangiate anche lei. Ho incontrato una bambina che aveva il padre paralizzato dalla vita in giù per una granata. Lei e sua madre chiedevano l’elemosina per le strade di Kabul dall’alba al tramonto. Quando ho iniziato a scrivere Mille splendidi soli, mi sono ritrovato a pensare più volte a quelle donne così forti e anche se nessuna di quelle che ho incontrato a Kabul ha ispirato Laila e Mariam, le loro voci, i loro volti e le loro incredibili storie di sopravvivenza erano sempre con me, e buona parte della mia ispirazione per questo romanzo è venuta dal loro spirito collettivo.
  • L’Afghanistan è fondamentalmente una nazione giovane, il che significa che quasi il 65% della nazione è sotto i 25 anni. Sono una risorsa inutilizzata. Credo ci siano modi costruttivi per coinvolgere questi giovani, come l’arte, la tecnologia, l’istruzione, il lavoro, per permettere loro di realizzare le loro potenzialità e contribuire alla ricostruzione della loro patria tormentata. Torneranno a volare gli aquiloni? Andate in Afghanistan e vedrete che volano già.

Da Afghanistan, Hosseini: “Ci sarà un esodo di massa, cancellati i progressi di vent’anni”

Intervista di Paolo Colonnello dopo la caduta di Kabul, Lastampa.it, 21 agosto 2021

  • Non avrei mai pensato di vedere i talebani prendere Kabul così velocemente come hanno fatto. Il mio primo pensiero è stato per le donne e le ragazze afghane: hanno già sofferto tantissimo e ora rischiano di perdere più di tutti dalla vittoria dei taleban.
  • Gli ultimi vent’anni sono stati una sfida frustrante, ci sono stati tanti fallimenti e passi sbagliati. Ma nel frattempo è innegabile che ci siano stati progressi nel sistema sanitario, nell’educazione scolastica e nelle libertà personali dei cittadini, specialmente donne e ragazze.
  • Non c’è dubbio: gli afghani si sentono delusi e traditi ed è difficile dargli torto.
  • Ritengo che assisteremo a un esodo di massa degli afghani nelle settimane e nei mesi a venire. Lo stiamo già vedendo. Gli afghani sono sfollati già nel loro paese e ora scapperanno oltre i confini, verso l’Iran e il Pakistan. Spero che gli Stati Uniti e la comunità internazionale riconosceranno la gravità della crisi, impegnandosi a supportare gli sforzi dei paesi confinanti nel loro lavoro di accoglienza dei rifugiati. Spero anche che gli Usa si impegneranno ad accogliere in prima persona più rifugiati possibile. Gli Stati Uniti non devono abbandonare persone terrorizzate e disperate, in particolare donne e bambini che sono il gruppo più vulnerabile.

E l'eco rispose[modifica]

  • Se un giorno, attraversando una distesa immensa, fosse stato preso dalla disperazione, si sarebbe fermato, avrebbe chiuso gli occhi e avrebbe pensato alla piuma di falco che Pari aveva trovato nel deserto. Avrebbe immaginato il momento in cui la piuma si era staccata dall'uccello, in alto tra le nubi, mezzo miglio al di sopra della terra, piroettando e volteggiando, trascinata da violenti correnti, scagliata per miglia e miglia di deserto e di montagne da furiose folate di vento per attrarre infine, a dispetto di tutto, in quell'unico posto, ai piedi di quel masso, perché sua sorella la raccogliesse. Allora si sarebbe meravigliato che cose simili potessero accadere e questo gli avrebbe dato speranza. E, pur non facendosi illusioni si sarebbe rincuorato, avrebbe aperto gli occhi e avrebbe ripreso il suo cammino.
  • Adel non era cosi ingenuo da non sapere che il mondo era fondamentalmente ingiusto; gli bastava guardare dalla finestra della sia camera. Ma immaginava che per uno come Gholam, riconoscere questa verità non fosse di alcuna soddisfazione. Forse le persone come lui avevano bisogno di qualcuno su cui riversare la colpa, un obiettivo in carne e ossa, qualcuno che potessero facilmente indicare come responsabile delle loro sofferenze, qualcuno con cui prendersela. E forse Babà jan aveva ragione, quando diceva che la reazione giusta era cercare di capire, sospendere il giudizio. Addirittura rispondere con comprensione."
  • Era una di quelle persone malvagie per natura. Aveva gli occhi in fuori, il collo corto, largo, con un porro scuro dietro. E i pugni come mattoni. Quando tornava a casa, mi bastava il rumore dei suoi scarponi in corridoio, il tintinnio delle chiavi, il suo canticchiare. Quando si infuriava, soffiava dal naso e serrava gli occhi, come fosse sprofondato nei pensieri, poi si strofinav la faccia e diceva: "va bene, ragazzina, va bene" e sapevi che la tempesta stava per scoppiare, e niente l'avrebbe fermata. Nessuno poteva aiutarti. A volte bastava che si strofinasse la faccia o soffiasse attraverso i baffi e io vedevo nero. Da allora ne ho incrociati altri uomini cosi. Mi piacerebbe poter dire diversamente. Ma purtroppo è la verità. E ho imparato che, se scavi un po', scopri che sono tutti uguali, chi più chi meno. Alcuni sono più raffinati, lo ammetto. Possono persino avere del fascino e tu ci puoi cascare. Ma in realtà sono tutti ragazzini infelici che sguazzano nella loro stessa rabbia. Si sentono vittime. Non hanno ricevuto quello che si meritavano. Nessuno li ha amati abbastanza. Naturalmente si aspettano che sia tu ad amarli. Vogliono essere coccolati, cullati, rassicurati. Ma è un errore accontentarli. Non sono in grado di accettare ciò che ricevono, ciò di cui hanno più bisogno. La conclusione è che ti odiano. Ma è un tormento senza fine, perché non riescono ad odiarti quanto meriti, e l'infelicità, le scuse, le promesse, l'abiura, lo squallore, tutto questo non finisce mai.
  • Nei pozzi c'era ancora meno acqua e il fiume si prosciugò; non così l'angoscia di baba ayub, un fiume che si gonfiava, si gonfiava sempre più ogni giorno che passava.
  • Non capiva perché .. si sentisse attraversare da una strana sensazione, qualcosa di simile alla coda di un sogno triste. Ma poi passava, come passa ogni cosa. Sì, passava.
  • Sentiva che non era mai così vicino, così vivo, indifeso, vero come quando gli raccontava le storie, come se le favole fossero piccoli pertugi che lasciavano intravedere il suo mondo buio, imperscrutabile.
  • Tagliare il dito per salvare la mano.
  • Silenzi che si insinuavano fra le parole, gonfiandosi, a volte freddi e sordi, a volte pregni di cose non dette, come una nube carica di pioggia che non cadeva mai.
  • Una bellezza come la sua bruciava gli occhi.
  • Una storia è come un treno in corsa: in qualunque punto sali a bordo, prima o poi arrivi a destinazione. (p. 91)
  • Una vita vissuta dal sedile posteriore, osservata mentre passava avvolta nella nebbia. Una vita apatica.
  • I loro litigi non finivano, ma piuttosto si stemperavano, come una goccia d'inchiostro in una ciotola d'acqua, ma una traccia residua persisteva sempre.
  • La verità è che, malgrado le difficoltà insormontabili, tutti noi aspettiamo sempre che ci succeda qualcosa di straordinario.
  • Ho imparato che si deve fare appello a un certo grado di umiltà e d'indulgenza quando si giudicano i meccanismi del cuore di un'altra persona.
  • La sensazione di un'assenza, della mancanza di qualcosa o di qualcuno, che intaccava la sua stessa esistenza. A volte era un'impressione vaga, come un messaggio spedito da grandi distanze attraverso oscure vie secondarie, un segnale radio debole, remoto, confuso. Altre volte la percepiva in modi netto, questa assenza, così intimamente vicina da farle sobbalzare il cuore.
  • Ho letto che, se vieni sepolto da una valanga e ti ritrovi sotto tutta quella neve, perdi completamente il senso dell'orientamento. Vuoi scavarti una via d'uscita, ma scegli la direzione sbagliata, e finisci per scavarti la tomba.
  • La corda che ti salva dall'inondazione può diventare un cappio attorno al collo.
  • Imparai che il mondo non vede la tua anima, che non gliene importa un accidente delle tue speranze, dei sogni e dei dolori che si nascondono oltre la pelle e le ossa. Era così: semplice, assurdo e crudele.
  • La bellezza è un dono gigantesco, immeritato, dato a caso, stupidamente.

Il cacciatore di aquiloni[modifica]

Incipit[modifica]

Dicembre 2001


Sono diventato la persona che sono oggi all'età di dodici anni, in una gelida giornata invernale del 1975. Ricordo il momento preciso: ero accovacciato dietro un muro di argilla mezzo diroccato e sbirciavo di nascosto nel vicolo lungo il torrente ghiacciato. È stato tanto tempo fa. Ma non è vero, come dicono molti, che si può seppellire il passato. Il passato si aggrappa con i suoi artigli al presente. Sono ventisei anni che sbircio di nascosto in quel vicolo deserto. Oggi me ne rendo conto.

Nell'estate del 2001 mi telefonò dal Pakistan il mio amico Rahim Khan. Mi chiese di andarlo a trovare. In piedi in cucina, il ricevitore attaccato all'orecchio, sapevo che in linea non c'era solo Rahim Khan. C'era anche il mio passato di peccati non espiati. Dopo la telefonata andai a fare una passeggiata intorno al lago Spreckels. Il sole scintillava sull'acqua, dove dozzine di barche in miniatura navigavano sospinte da una brezza frizzante. In cielo due aquiloni rossi con lunghe code azzurre volavano sopra i mulini a vento, fianco a fianco, come occhi che osservassero dall'alto San Francisco, la mia città d'adozione. Improvvisamente sentii la voce di Hassan che mi sussurrava: Per te farei qualsiasi cosa. Hassan, il cacciatore di aquiloni.

Citazioni[modifica]

  • Non si può amare una persona così senza temerla. Forse nemmeno senza odiarla un po'. (Amir)
  • C'è un solo peccato. Uno solo. Il furto. Ogni altro peccato può essere ricondotto al furto. [...] Se uccidi un uomo gli rubi la vita. Rubi il diritto di sua moglie ad avere un marito, derubi i suoi figli del padre. Se dici una bugia a qualcuno, gli rubi il diritto alla verità. Se imbrogli quello alla lealtà. (Baba)
  • Se Dio esiste, spero che abbia cose più importanti da fare che spiare se bevo alcolici o mangio carne di maiale. (Baba)
  • Ma io l'ho accolto. A braccia aperte. Perché la primavera scioglie la neve fiocco dopo fiocco e forse io ero stato testimone dello sciogliersi del primo fiocco. Correvo. (Amir)
  • Mi sembrava di vedere il sorriso della sua anima, ampio come i cieli di Kabul nelle notti in cui i pioppi oscillano dolcemente nella brezza e i giardini risuonano del canto dei grilli.
  • Non sapevo più in che mese o anno fosse successo. Ma il ricordo viveva in me, un frammento di passato perfettamente conservato, una pennellata di colore sulla tela della nostra vita che era diventata vuota e grigia. (Amir)
  • In Afghanistan esistono tanti bambini, ma non esiste più l'infanzia.
  • Chiudendo la porta della stanza di Sohrab, mi chiesi se quello fosse il modo in cui sboccia il perdono, non con le fanfare di una epifania, ma con il dolore che, nel cuore della notte, fa i bagagli e si allontana senza neppure avvisare.
  • Ma non è vero, come dicono molti, che si può seppellire il passato. Il passato si aggrappa con i suoi artigli al presente.

Mille splendidi soli[modifica]

Incipit[modifica]

Mariam aveva cinque anni la prima volta che sentì la parola harami. Accadde di giovedì. Doveva essere per forza un giovedì, perché ricordava di essersi sentita inquieta e pensierosa tutto il giorno, come le capitava di sentirsi soltanto il giovedì, il giorno in cui Jalil veniva a trovarla alla kolba. Per far passare il tempo sino al momento del suo arrivo, quando finalmente l'avrebbe visto salutare con la mano mentre attraversava la radura con l'erba alta fino al ginocchio, Mariam era salita su una sedia e aveva tirato giù il servizio da tè cinese della madre, Nana.

Citazioni[modifica]

  • "Non parlare così. Io ti amo" "Mi spiace..." "Io ti amo". Da quanto tempo aspettava di sentirgli dire quelle parole? Quante volte aveva sognato che lui le pronunciasse? Eccole, finalmente le aveva proferite, ma Laila si sentiva schiacciata dalla loro ironica intempestività.
  • Imparalo adesso e imparalo bene, figlia. Come l'ago della bussola segna il nord, così il dito accusatore dell'uomo trova sempre una donna cui dare la colpa. Sempre. Ricordalo, Mariam. (Nana)
  • I ragazzi, aveva capito, trattavano l'amicizia alla stessa stregua del sole: ne davano per scontata l'esistenza, e traevano il massimo godimento dal suo splendore solo quando non lo guardavano direttamente.
  • Raccolse dieci ciottoli e li dispose uno sopra l'altro, in tre colonne. Era il suo gioco segreto, cui talvolta si dedicava quando Nana era lontana. Mise quattro ciottoli nella prima colonna, per i figli di Khadija, tre per quelli di Afsun, e tre nella terza colonna per i figli di Nargis. Poi aggiunse una quarta colonna. Con un solo ciottolo, l'undicesimo.
  • Rivela il tuo segreto al vento, ma non lamentarti se lo dirà agli alberi. [Citando Khalil Gibran]
  • Come un amante dell'arte che fugge da un museo in fiamme, afferrava tutto ciò che poteva uno sguardo, un gemito, un sussurro – perché non andasse distrutto, perché potesse essere conservato. Ma non esistono fiamme più inesorabili di quelle del tempo e Laila alla fine non riuscì a salvare tutto.
  • Il futuro non aveva importanza. E dal passato aveva appreso solo questa lezione di saggezza: l'amore era un errore pericoloso e la sua complice, la speranza, un'illusione insidiosa.
  • Un giorno, mentre erano a letto abbracciate, la mamma disse: "Ahmad sarebbe diventato un leader. Aveva carisma. Uomini che avevano tre volte la sua età l'ascoltavano con rispetto, Laila. Dovevi vedere. E Nur. Oh, il mio Nur. Faceva sempre schizzi di edifici e di ponti. Sarebbe diventato un architetto, sai. Avrebbe trasformato Kabul coi suoi progetti. E ora sono tutti e due shahid, i miei ragazzi, tutti e due martiri". Laila ascoltava, sperando che la mamma si accorgesse che lei, Laila, non era diventata una shahid, che era viva lì, nel letto accanto a lei, e che come tutti nutriva speranze per il proprio futuro. Ma Laila sapeva che il suo futuro non poteva competere con il passato dei fratelli. Le avevano fatto ombrada vivi, l'avrebbero cancellata da morti. La mamma era diventata la curatrice del museo della loro vita e lei, Laila, era una semplice visitatrice. Un ricettacolo per il loro mito. La pergamena su cui la mamma intendeva calligrafare la loro leggenda.
  • Laila osservò le guance avvizzite di Mariam, le palpebre grinzose di stanchezza, le rughe profonde attorno alla bocca, le notò come se anche lei guardasse Mariam per la prima volta. E, per la prima volta, Laila non vide il viso di una rivale, ma un viso di dolori taciuti, di fardelli portati senza protestare, un destino di sottomissione e di sopportazione.
  • Prima della morte della mamma e di Babi, e prima che la sua vita venisse sconvolta alle fondamenta, Laila non avrebbe mai creduto che un corpo umano fosse in grado di tollerare tante percosse, somministrate con tanta cattiveria e tanta regolarità, e che nonostante tutto continuasse a funzionare.
  • Ho perso il privilegio del tuo affetto molto tempo fa e di questo devo rimproverare solo me stesso. (Jalil)
  • Forse, capire quando non si può più cambiare nulla è la giusta punizione per chi è stato spietato. (Jalil)
  • Crescendo, Mariam aveva capito. Era il modo in cui Nana proferiva la parola – sputandogliela in faccia – che l'offendeva nel profondo. Allora aveva compreso cosa voleva dire Nana, che un harami era qualcosa di indesiderato; che lei, Mariam, era una figlia illegittima che mai avrebbe potuto rivendicare di diritto le cose che gli altri possedevano, come l'amore, la famiglia, la casa, l'essere accettata. (Mariam e la parola "harami")
  • A notte fonda, quando Laila si era svegliata per sete, le loro mani erano ancora strettamente intrecciate, come quelle di bambini che tengono il filo di un palloncino, stretto al punto di farsi venire le nocche bianche, per paure di lasciarlo sfuggire.
  • Mariam, distesa sul divano, con le mani tra le ginocchia, fissava i mulinelli di neve che turbinavano fuori dalla finestra. Una volta Nana le aveva detto che ogni fiocco di neve era il sospiro di una donna infelice da qualche parte del mondo. Che tutti i sospiri che si elevavano al cielo, si raccoglievano a formare le nubi e poi si spezzavano in minuti frantumi, cadendo silenziosamente sulla gente. "A ricordo di come soffrono le donne come noi" aveva detto. "Di come sopportiamo in silenzio tutto ciò che ci cade addosso".

Note[modifica]

  1. Da intervista di Alessandra Ziniti, Khaled Hosseini: “L’Europa si indigni non ci si può assuefare ai bimbi che muoiono”, Rep.repubblica.it, 30 giugno 2018.

Bibliografia[modifica]

  • Khaled Hosseini, E l'eco rispose (2013), traduzione Isabella Vaj, Piemme, 2013.
  • Khaled Hosseini, Il cacciatore di aquiloni (2003), traduzione di Isabella Vaj, Piemme, 2004.
  • Khaled Hosseini, Mille splendidi soli (2007), traduzione di Isabella Vaj, Piemme, 2009.

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