Nicola Nisco (patriota)

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Nicola Nisco, o Niccola (1816 – 1901), patriota, storico e politico italiano.

Storia del Reame di Napoli dal 1824 al 1860[modifica]

Incipit[modifica]

Forse al finire di questo nostro secolo XIX le generazioni che, con la letteratura, le congiure, gli ardimenti, i martirii, la politica, le armi, han preparato e compiuto il rinnovamento d'Italia, saranno tutte nei cimiteri; e del reame che il normanno Roberto Guiscardo tramandava al nepote Ruggiero, già fattosi re di Sicilia, gl'Italiani ricorderanno solo in nome, come gli Spagnuoli di quelli d'Aragona, di Navarra e di Castiglia. Il qual progresso della coscienza storica dei popoli, dalla quale man mano si cancella il passato, io non deploro. La morte rinnovella così gli uomini e gli Stati sulla scena di questo mondo, come i sentimenti, i bisogni, le aspirazioni, le rimembranze stesse dell'ere che si succedono; donde i vecchi d'ordinario giudicano rovinoso il procedere dei giovani, e questi si fanno a cacciar noi ancora vivi nella tomba.

Citazioni[modifica]

  • Durante il regno dei Napoleonidi il brigantaggio risorse difensore dei Borboni. Soldavalo ed infiammavalo[1] alle stragi Maria Carolina, tanto dalle infami voglie degli eccidi dominata, che, prima di fuggire per la seconda volta in Sicilia, proponevasi, secondo scriveva al suo imperial fratello il 7 marzo 1806, di fare evadere dalle galere quattromila galeotti per dare ai liberali di Napoli una lezione da ricordare quella del novantanove[2]. Se la figliuola d Maria Teresa, sitibonda di sangue per vendicare la morte di sua sorella Maria Antonietta[3], non poté porre in atto, a cagione della precipitosa fuga, il suo iniquo disegno, rivolse tutta l'energia a riorganizzare il brigantaggio. (Libro I - Francesco I, cap. VII, p. 36)
  • Col regno di Francesco I[4] si slargò ed esasperò l'altra piaga sociale del Napoletano, la camorra; dalle prigioni e dalle galere passò nel paese e si organizzò in associazione di malfattori con statuto, giuramento, cieca ubbidienza, gerarchia ecc. Certamente quest'associazione esisteva e si esercitava fin dai tempi del viceregnato[5]; è una triste importazione spagnuola pel nome e per l'indole, e di cui troviamo il tipo nelle novelle di Cervantes. La consorteria o confraternita di Monopodio, riunione di ladri stabilita a Siviglia fin dal secolo XV, con proprio statuto, proprio gergo, propria giurisdizione di vita e di morte su i suoi membri, cieca sottomissione al capo, prelevazione dai benefizi di una quota per mantenere la lampada alla Madonna e per messe alle anime del Purgatorio, è davvero la madre della camorra, nome, come l'istituzione, pur venuto di Spagna per significare l'azione di estorquere danaro dai deboli a forza d'insulti e di minacce. (Libro I - Francesco I, cap. VIII, p. 42)
  • Più però della nobiltà del casato ebbe Luigi de Medici quello del sapere e dell'ingegno che l'han reso il ministro più segnalato del reame di Napoli nella prima metà di questo secolo[6], ed avrebbe lasciato memoria venerata ed orgogliosa fra i suoi concittadini, se fosse vissuto in tempi meno gravi ed avesse governato sotto principi meno tristi. (Libro I - Francesco I, cap. XVII, pp. 97-98)
  • Se Luigi de Medici non fu secondo qual ministro delle finanze al conte Corvetto[7] nel quinquennio che precedette la rivoluzione, d'altra parte lasciando ai cortigiani fare di ogni cosa mercato, alla polizia sbizzarrirsi ed ai soggetti sperare soltanto nelle sette e nelle congiure, fece ricordare con maggior amarezza il suo ufficio di reggente della Vicaria[8], e perdere nel paese la memoria dei suoi grandi meriti come ministro sapientissimo e destro delle pubbliche finanze. Della quale differenza nella vita di questo uomo di Stato una sola fu la cagione: il desiderio incarnato nella sua razza di predominare, quali che fossero i mezzi e le vie, come in Caterina stata regina di Francia e in Cosimo primo[9]. (Libro I - Francesco I, cap. XVII, pp. 100-101)
  • Si può adunque del Medici, riconoscendone l'alto ingegno di finanziere e di diplomatico, dire col Monti che calpestava pure il capo del padre e del fratello per farsene sgabello a salir sublime. Egli non comprese mai la grandezza dell'oblio dei suoi contemporanei, la grandezza senza il potere, e, per tema di perderlo, andò, come testé ho accennato, a morire a Madrid. (Libro I - Francesco I, cap. XVII, p. 101)
  • [...] il Filangieri comprese che, se non si poteva accordare la indipendenza e la costituzione [alla Sicilia], bisognava guadagnare la sudditanza con governo umano che trasformasse in civile l'isola ancora rimasta in fondo medievale, e, dandole la modernità, vi si stabilisse una larga autonomia amministrativa sulla base del rispetto ai privilegi locali non incompatibili con l'unione [con Napoli]. Questo concetto trovò opposizione nella Corte e nel Ministero, e per ostacolarlo i cortigiani accusavano il Filangieri di ambizione di padroneggiamento, e il chiamavano il re Carlo, sapendo quanto Ferdinando[10] tenesse ad essere nel suo regno solo ed assoluto padrone. (Libro II - Ferdinando II, parte seconda, cap. IX, p. 269)
  • Per giudicare Agesilao Milano [che aveva attentato alla vita di Ferdinando II], il tenente generale Lecca convocava un consiglio di corpo del 3° battaglione cacciatori, preseduto dal capitano Enrico Pianell ed avente a commissario relatore Carlo Bertini. All'avvocato suo difensore, Milano disse di non aver nulla ad aggiungere, se non che non essere mai stato folle, siccome voleva far credere la difesa, e di aver operato con senno e premeditazione, né pentirsene. Quando gli fu letta la sentenza, all'udire la parola capestro, volse gli occhi al cielo. (Libro II - Ferdinando II, parte seconda, cap. XXII, pp. 359-360)

Note[modifica]

  1. Lo finanziava e incitava.
  2. La feroce repressione del 1799 che seguì la fine della Repubblica Napoletana.
  3. Maria Antonietta, moglie di Luigi XVI e regina di Francia.
  4. Francesco I delle Due Sicilie (1777–1830).
  5. Vicereame di Napoli nel periodo del dominio spagnolo.
  6. Del secolo diciannovesimo.
  7. Luigi Emanuele Corvetto (1756–1821), ministro delle Finanze nel governo francese Richelieu I.
  8. Come reggente della Gran Corte della Vicaria, ebbe la guida della Polizia Urbana e della Corte Criminale.
  9. Caterina de' Medici (1519–1589), moglie di Enrico II e regina consorte di Francia; Cosimo I de' Medici (1519–1574), secondo ed ultimo Duca di Firenze.
  10. Ferdinando II delle Due Sicilie (1810–1859).

Bibliografia[modifica]

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