Pierre-Jean-Baptiste Nougaret
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Pierre-Jean-Baptiste Nougaret (1742 – 1823), letterato francese.
Bellezze della storia di Polonia
[modifica]- Jagellone atterrò il tempio di Vilna, spense il fuoco perpetuo, fece tagliare le foreste, che servivano di asilo ai sacerdoti Lituani, e schiacciò i loro serpi. Alla vista de' loro tempi impunemente distrutti codesti popoli rimasero finalmente persuasi della debolezza de' loro Dei, e quindi abbandonandone il culto corsero in folla a ricevere il battesimo. Il numero de' catecumeni fu sì grande, che bisognò battezzarli per aspersione; solamente le persone le più ragguardevoli fra loro riceverono il sagramento in privato colle consuete cerimonie. (p. 153)
- Jagellone ritornato in Polonia avrebbe passato i suoi giorni felici colla sua sposa, s'egli non fosse stato di un carattere geloso, e se la calunnia non avesse versato sopra Edwige il suo pericoloso veleno. "Egli non poteva concepire, dice un istorico, ch'ella con tanti mezzi di piacere potesse resistere al desiderio di farsi amare". E quante persone hanno la medesima maniera di pensare! Un certo Dalewicz osò fare intendere a Jagellone che la regina conservava dell'affezione per Guglielmo duca d'Austria suo primo amante, e che il sudetto principe aveva tenuto con lei un secreto abboccamento. Jagellone non poté moderare i suoi trasporti gelosi, e si sarebbe subito separato da Edwige, se alcuni de' suoi favoriti non si fossero data la premura di placarlo. Dessi interrogarono l'accusatore, ed avendolo intimorito, il sudetto disgraziato non poté sostenere la sua accusa con alcuna prova, e quindi fu condannato alla pena dei calunniatori. (p. 154)
- I Cosacchi erano nella loro origine briganti, che forzati di uscire dagli Stati vicini si erano riuniti nelle isole formate dal Boristene, in oggi il Nieper, presso la sua imboccatura nel mar nero; erano eglino sempre in guerra, e vivevano soltanto di rapine. I loro abiti d'inverno consistevano in pelli di castrato non preparate.
Questi popoli si stabilirono nell'Ucraina[1], ch'eglino rendevano fiorente; ma siccome certi signori Polacchi i cui palatinati erano vicini a questa contrada vollero trattare alcuni Cosacchi come se fossero stati loro servi; così tutta la nazione, che non aveva altro bene che la sua libertà si ribellò subito, e desolò per lungo tempo le terre Polacche. La religione Greca, che professavano fu anche una ragione, che li rendé irreconciliabili. Quindi alcuni si diedero ai Russi, ed altri ai Turchi, a condizione però di vivere nell'anarchia. Finalmente hanno perduto quasi affatto la loro libertà sotto l'impero de' Russi, che sono giunti a civilizzarli in parte. (p. 230)
Bellezze della storia di Sicilia e di Napoli
[modifica]- I Siciliani sono generalmente portatissimi per la musica, ed hanno per l'armonia e per il canto il gusto il più vivo. Dessi sono naturalmente eloquenti, abbenché non si applichino a quest'arte se non per rapporto al tribunale, e con tanto più di ardore con quanto può loro rimproverarsi di amare troppo soverchiamente le liti. (tomo I, p. 56)
- [I siciliani] Conservano alcuni usi degli Spagnuoli; ma non hanno la loro gravita, né il loro carattere taciturno. Sono estremamente animati nel discorso, ed i loro gestì sono d'ordinario sì giusti, ed esprimono sì bene i loro sentimenti, che anche senza intendere quello che dicono, s'indovina facilmente il motivo dei loro discorsi. (tomo I, pp. 56-57)
- Il Siciliano è per l'ordinario di una mediocre statura, robusta e ben proporzionata, la testa ovale , la fisonomia spiritosa, l'occhio vivo, la carnagione olivastra , i capelli di color castagno bruno. Desso è penetrante, attivo, e capace di riuscire in tutto quello che intraprende, quando vi si è ben determinato. È prodigo e generoso; e calcolando le sue rendite secondo la sua maniera di pensare non ascolta i consigli di una saggia economia, e quindi va in rovina sovente; avvegnaché egoista all'eccesso, non odia per ciò gli uomini; anzi è capace dell'amicizia la più tenera, e dei sacrificj i più eroici. Tranquillo, e non curante in sua casa, sembra occuparsi unicamente di se stesso; ma s'egli è rivestito di un pubblico impiego, incaricato di combattere per la sua patria, non è più lo stesso uomo; ma diviene zelante cittadino, fervido patriota, e consuma il suo patrimonio, e versa anche il sangue, quando sia d'uopo, in favore della causa che dee difendere. (tomo I, p. 57)
- Nel 1598 morì un uomo, che i Siciliani avevano anche molto onorato: era egli un filosofo famoso ed un medico stimatissimo per nome Bisso[2]; ed anche a dì nostri quando si vuol parlare in Sicilia di un eccellente medico, si dice: È un secondo Bisso. Un viceré lo nominò primo medico della Sicilia e delle isole adjacenti l'anno 1580, e Filippo II l'anno seguente lo confermò in questa qualità. In conseguenza di un titolo cotanto onorevole Bisso fece un solenne ingresso in Palermo accompagnato da tutta la nobiltà, e dai magistrati a cavallo. Desso spiccava nell'eloquenza e nella poesia, e compose una commedia rappresentata con successa a Palermo nel carnevale del 1573. (tomo II, p. 195)
- Nel 1579 fecesi vedere nello stretto [di Messina] una flotta Turca, la quale era comandata dal rinegato Sinan Bassà, il cui nome di famiglia era Cicala. Questo apostata deputò uno schiavo al viceré per dichiarargli ch'egli non aveva intenzione di commettere verun disordine nelle terre del re di Spagna; ch'egli pregava solamente il viceré di accordargli la soddisfazione di abbracciare la sua madre ed i suoi fratelli ch'erano in Sicilia, offerendo il suo figlio per ostaggio.
Il duca di Macheda non credé di dover mancare di compiacenza per un uomo ch'era in istato di vendicarsi della di lui negativa; per cui accettò l'ostaggio, e mandò la madre di Cicala colli suoi due fratelli in mezzo alla flotta Turca. L'abboccamento di Sinan Bassà e della sua famiglia fu molto commovente, e vi si sparsero molte lagrime. La madre ben contenta di rivedere il suo figlio non sapeva quali carezze fargli; ma i suoi piaceri erano turbati dal rammarico che gli cagionava la di lui apostasia. Finalmente dopo le più tenere carezze Sinan Bassà rimandò la sua madre ed i suoi fratelli in Sicilia ricolmi di doni, ed egli se ne andò in Africa. (tomo II, p. 196)
- La plebaglia ebbe un capo che la precipitò nei più grandi disordini. Desso chiamavasi Masaniello, o sia Tommaso Aniello. Questo capo nativo di Amalfi in età di 24 anni era della più vile estrazione, non avendo altro mestiere, che quello di servire un pescivendolo . Egli era vivo, audace e non respirava che vendetta contro i ricevitori dei dazj d'introduzione, che avevano maltrattato la sua moglie per essere stata dai medesimi sorpresa con un carico di poca farina, ch'ella voleva far passare in controbando. (tomo II, p. 208-209)
- Masaniello fu eletto capitan generale del popolo li 9 luglio; il suo coraggio, la sua fermezza e la sua buona condotta rendevano sempre considerabile la sua autorità. Gli fu innalzato una specie di trono nella piazza del mercato, ov'egli saliva co' suoi consiglieri per dare udienza a tutti, colla spada in mano in luogo di scettro, e vestito semplicissimamente da pescatore: cencinquantamila uomini armati erano ai suoi ordini, senza contare le donne ed i ragazzi che prendevano parte alla ribellione, e gli ubbidivano al minimo segno: dall'alto del suo tribunale regolava il destino de' suoi compatriotti, ed indicava dov'era d'uopo portare il ferro o il fuoco. (tomo II, p. 211)
- Sotto il governo del conte di Monterey viceré nel regno di Napoli, una donna partorì nel Vomero un mostro maraviglioso che aveva tre teste; e nei primi giorni di settembre di quest'anno istesso 1631 una cometa portò il terrore nell'animo delle persone superstiziose; ma l'avvenimento ch'era proprio a riempir tutti gli animi di un timore troppo ben fondato, fu la terribile eruzione del Vesuvio seguita li 15 di dicembre. Questa montagna cominciò ad agitarsi con una violenza inudita, e a vomitare dei vortici di fiamme, e di fumo. Un diluvio di ceneri coprì la citta di Napoli e sparse una profonda oscurità: certi fracassi sotterranei, e certe terribili scosse di tremuoto accrebbero lo spavento che agghiacciava i più intrepidi. Ad ogni momento credevasi che la città sarebbe stata inghiottita o nabissata sotto un diluvio di pietre. Il popolo, a piedi scalzi, andava percorrendo processionalmente le strade col clero e coll'arcivescovo, e implorava ad alte grida il soccorso del cielo. Iddio si mostrò sensibile alle fervide preghiere, che gli si facevano: questo terribile flagello andò a calmarsi a capo di pochi giorni dopo avere incendiato, o atterrato un gran numero di fabbriche, spinto il mare oltre le sue rive ed arrestato il corso dei fiumi. (tomo II, pp. 225-226)
Note
[modifica]Bibliografia
[modifica]- P. G. B. Nougaret, Bellezze della storia di Polonia, Agnello Nobile libraio-stampatore, Napoli, 1819.
- P. G. B. Nougaret, Bellezze della storia di Sicilia e di Napoli, prima traduzione italiana di C. Lor. Panfili, tomo I, presso Agnello Nobile libraio-stampatore, Napoli, 1821.
- P. G. B. Nougaret, Bellezze della storia di Sicilia e di Napoli, prima traduzione italiana di C. Lor. Panfili, tomo II, presso Agnello Nobile libraio-stampatore, Napoli, 1821.
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