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Rodolfo Renier

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Rodolfo Renier

Rodolfo Renier (1857 – 1915), filologo, letterato e filosofo italiano.

Citazioni di Rodolfo Renier[modifica]

  • Del vero e proprio furbesco N. Villani[1] dice «inventore» Antonio Brocardo[2]. Nel dir questo egli s'inganna, perché il gergo non è invenzione di nessuno, ma è una di quelle apparizioni che hanno carattere popolare e sorgono spontanee ed impersonali per servire ai bisogni in ispecie dei malviventi.[3]
  • E di vero la morte di Beatrice [d'Este], la superba ed intelligente ferrarese, fu una grave sciagura per Ludovico il Moro. Essa era l'anima d'ogni sua impresa, era la vera regina del suo cuore e della sua corte [...]. Se il duca di Bari [...] riuscì a rappresentare sul teatro d'Europa una scena d'assai superiore, come fu osservato, alla condizione sua, lo si deve in gran parte a questa donna, vana femminilmente, se si vuole, e crudele, specie con la duchessa Isabella, ma di carattere risoluto e tenace, d'ingegno pronto, d'animo aperto a tutte le seduzioni del lusso e a tutte le attrattive dell'arte. Quando essa [...] venne meno [...] fu come una grande bufera che venne a sconvolgere l'animo di Ludovico. Né da essa ei si rimise più mai; quella morte fu il principio delle sue sciagure. Tetri presentimenti gli traversavano la mente; parevagli d'essere rimasto solo in un gran mare in tempesta e inclinava, pauroso, all'ascetismo. [...] il fantasma della sua bella e povera morta gli stava sempre dinanzi allo spirito.[4]
  • Tutti sentono che questa lettera non è una delle solite partecipazioni mortuarie a frasi fatte. Da ogni linea traspira un cordoglio profondo ed intenso. E infatti fu questo il più forte dolore che [Ludovico] il Moro avesse a soffrire, perché Beatrice fu forse l'unica persona al mondo che egli amò con passione viva, disinteressata e tenace. Quella donna rapita ai vivi mentre era ancora così giovane, mentre era l'anima di tutte le imprese e i diletti del marito, madre da pochi anni di due fanciullini adorati, colpì il cuore di tutti.[5]
  • [Ludovico il Moro] La maniera con cui seppe impadronirsi del Ducato, destreggiandosi tra le potenze vicine, che tutte lo tenevano d'occhio, é una specie di capolavoro della politica personale del rinascimento. Levato così in alto per via di accortezza, non seppe mantenervisi. Ad esser completo gli mancava il coraggio. Pusillanime lo dice il Commines, che lo trattò; pusillanime e doppio. Della parola data non teneva alcun conto; mentre stringeva un patto, pensava al modo di mancarvi, se gli fosse tornato comodo. Tale doppiezza avrebbe potuto valergli; ma congiunta con la paura fu la sua rovina. Sospettoso ora di Napoli, ora di Venezia, chiama i Francesi ed è il primo a temerne e si fa alleato l' Imperatore. La sua politica continuamente vacillante gli fa nemici tutti, onde è costretto a finire nella miseria della cattività di Loches. Ma è male il giudicarlo tutto sinistramente, come vollero molti storici. Nella sua figura v'è della grandezza. [...] Quando non erano in giuoco i suoi interessi politici, era umano e gentile con tutti, mite, largo, benefico.[6]

Note[modifica]

  1. Niccolò (o Nicola) Villani, erudito secentista.
  2. Antonio Brocardo (... – 1531), poeta italiano.
  3. Da Svaghi critici, Gius. Laterza e Figli, Bari, 1910, , p. 8.
  4. Gaspare Visconti, Rodolfo Renier, Tip. Bortolotti di Giuseppe Prato, 1886, pp. 6-7.
  5. Alessandro Luzio e Rodolfo Renier, Delle relazioni d'Isabella d'Este Gonzaga con Lodovico e Beatrice Sforza, Milano, Tipografia Bortolotti di Giuseppe Prato, 1890, p. 87.
  6. Alessandro Luzio e Rodolfo Renier, Delle relazioni di Isabella d'Este Gonzaga con Ludovico e Beatrice Sforza, pp. 22-23.

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