Ludovico il Moro

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Ludovico il Moro

Ludovico Maria Sforza detto il Moro (1452 – 1508), duca di Bari e di Milano.

Citazioni di Ludovico il Moro[modifica]

  • Lassamo ancora per ordine quale non se immutti, che alle potestarie de le cità se elezano homini de honorevole grado, docti et boni, et se dagi questo honore alla sufficientia et virtù, et non per dinari, como la necessità di tempi qualche volta ha strecto, perché non si po sperare sincero offitio, né l'administratione de integra iustitia da quello che habii obtenuto el loco per pretio. (da Testamento di Ludovico il Moro, 1497; citato in G. Molini, Documenti di storia italiana, Firenze, 1936, p. 325)

Citazioni su Ludovico il Moro[modifica]

  • Al principio di quell'anno, cioè il 2 gennaio 1497, Lodovico ebbe la fatale sventura di veder morire di parto in Pavia, nella giovane età di ventidue anni, insieme al neonato Leone la consorte Beatrice, lasciandogli due figli in tenera età, Massimiliano di sei anni e Francesco di quattro.
    Benché Lodovico avesse talora avuto con essa modi brutali e malgrado le sue palesi relazioni con Cecilia Gallerani e Lucrezia Crivelli, egli le aveva sempre dimostrato grandissimo affetto. Ma più forse che vero amore per la nobile giovanetta il Moro sentiva profonda devozione per la donna di alto sentire che lo aveva sempre virilmente rinfrancato, quando il suo animo astuto e fastoso, ma non coraggioso, si abbandonava a volgarissimo sconforto. (Gustavo Uzielli)
  • Cecilia Gallerani e Lucrezia Crivelli soddisfacevano a Lodovico le aspirazioni del cuore e dei sensi, Batrice [d'Este] era sprone alla sua ambizione. Egli lo sentiva. Quindi la morte della Duchessa fu certo causa in lui di profondo e sincero pianto.
    Tale infausto avvenimento segnò per il Moro il principio di una serie di sventure che sembrarono realizzare i tristi presentimenti di lui e che lo accasciarono, come non avrebbe certamente fatto se esso avesse avuto a fianco la nobile e fiera Consorte. (Gustavo Uzielli)

Francesco Malaguzzi Valeri[modifica]

TriangleArrow-Right.svg Citazioni in ordine temporale.

  • Nonostante la sua fiducia negli astrologi Lodovico il Moro non arrivò fino a permettere che essi, col pretesto di predire il futuro, s'occupassero di politica e si sostituissero a lui. Quando – nell'estate del 1485 – certo maestro Leone medico solennissimo, grande astrologo et universalmente doctissimo ma sopratutto archimista, non contento di star molto in Rocchetta col castellano che anche se delecta de archimia, incominciò a praticar troppo con l'ambasciatore veneto e volle intromettersi nelle cose politiche per divulgar ciancie, il Moro lo licenziò, imponendogli di abbandonare il ducato entro due giorni, pena la forca[1]. il Moro stesso ebbe poi a giustificare le sue fisime astrologiche dichiarando esplicitamente che prima pregava Iddio, poi studiava le stelle come seconde cause per sapere mitigare el male et seguitare el bene[2].
  • Lodovico Sforza, come moltissimi del suo tempo, univa a diversi pregiudizi, che oggi sarebbero riprovati, un vero sentimento religioso. Frequentava le chiese, ascoltava messa a Santa Maria delle Grazie – che per esser la chiesa più vicina al castello godeva la sua protezione, della quale diede prove palesi – nutriva amicizia per il priore di quel convento e spesso, come ricorda l'ambasciatore estense Antonio Costabili, dopo le sacre funzioni si ritirava nel giardino di quei frati per leggere la corrispondenza e ricevere qualche ambasciatore.
  • Non pochi difetti attribuirono al duca gli storici. Pusillanime e doppio lo dissero alcuni che lo conobbero – e fra questi il Commines[3] – audace nei progetti, non altrettanto coraggioso nell'attuarli e nel mantenersi all'altezza a cui gli avvenimenti lo portavano. Fu accusato spesso di non mantener la parola data, di esser sospettoso di tutti accelerando la propria rovina.
  • Giustamente uno scrittore moderno, il Burckhardt[4], che vide molto addentro nei fatti di quell'età, lo disse la più perfetta figura del rinascimento italiano.
  • Nella vita pubblica come nella privata, la figura di Lodovico appare indubbiamente simpatica, anche se non può dirsi una grande figura. Bonario, amante della pace, alieno fin che poté da quei pericolosi ardimenti che pur avevano fatto forte il suo ducato mercé l'iniziativa di alcuni de' suoi antenati, e potente e temuta la sua famiglia, egli per vent'anni rivolse quasi esclusivamente la sua attività in favor dei cittadini e de' suoi. Elegante, prestante di figura (i poeti ne lodavano la formosita), colto, buon scrittore in volgare e in latino, arguto, incoraggiatore delle lettere [...] oratore piacevole, amante dei lieti conversari e della musica certo più che non fosse della pittura, [..]; agricoltore appassionato e introduttore da noi di nuove coltivazioni e industrie agricole, moderno di idee nel voler leggi provvide e liberali – il suo gridario sta a provarlo – Lodovico il Moro, se non ci adombra una comunanza di qualche anno con tutto ciò che lo riguarda, è, a nostro modo di vedere, la più attraente, la più completa figura di gentiluomo della Rinascenza italiana.

Note[modifica]

  1. Arch. di Stato di Modena. Cancelleria Ducale, 2 luglio 1485. [N.d.A.]
  2. A. Luzio. Isabella d'Este e la corte sforzesca (in Arch. St. Lomb. 1901, pag. 152). [N.d.A.]
  3. Philippe de Commynes, o de Commines (1445 o 1447 – 1511), cronista e politico francese di origine fiamminga.
  4. Jacob Burckhardt (1818 – 1897), storico svizzero. La sua opera più nota è La civiltà del Rinascimento in Italia.

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